La prima cosa che gli venne in mente quando la vide, una decina anni dopo il loro ultimo incontro, non furono le interminabili partite di Trivial Pursuit giocate a casa sua, con i suoi compagni di corso di Lettere incredibilmente (e insopportabilmente) preparati, o le chiacchierate fino all’una di notte, in macchina, dove si confidavano piccoli amori iniziati, finiti, mai nati, o i tentativi di corteggiamento reciproco, sempre vanificati da problemi di sincronia, e neppure la memorabile vacanza del 1998 – quattro neolaureati pieni di speranze in giro per l’Europa – no: si ricordò di una sera di febbraio del 1996, quando il suo fidanzato (suo di lei) aveva raccontato, un po’ scherzando, quello che la ragazza che ora lui stava rincontrando dopo dieci anni gli aveva detto un giorno in cui aveva le mestruazioni, mentre gli teneva il cazzo in mano: “non ti preoccupare, che si scopa anche oggi: non mi sono mica messa un tampax anche didietro”.
Fino ad allora, non aveva mai immaginato che a Padova, una città famosa per l’ostinazione con la quale le sue ventenni negavano di essere persone sessuate, esistesse una ragazza che, senza troppi giri di parole, chiedeva a qualcuno di metterglielo nel culo. Sapeva che l’orgasmo anale era una leggenda metropolitana inventata in qualche film porno: lei, quindi, avrebbe sopportato il dolore fisico non per raggiungere una qualche forma godimento fisico, ma per cogliere un piacere molto più profondo e misterioso. La sottomissione volontaria che lei aveva offerto al suo ragazzo aveva il sapore aspro e pungente di un tabù infranto – una discesa in un sottosuolo scuro, corrotto, infernale.
Da quella sera, quindi, niente fu più lo stesso: ora sapeva che le donne erano porche almeno quanto lo erano gli uomini, e che volevano scopare, e che erano a disposte a farlo in ogni modo. Quei corpi, che lui da anni desiderava invano, smisero improvvisamente di sembrare irraggiungibili.
Ma in realtà le cose non cambiarono poi tanto. Nessuna delle ragazze che ebbe negli anni successivi si dimostrò così sfrontata, o così coraggiosa: qualche pompino in luoghi insoliti, qualche posizione un po’ strana, ma non accadde mai quel piccolo miracolo che gli era stato raccontato; alla fine, dopo anni di tentativi infruttuosi, decise di accontentarsi. Qualche volta, però, capitava ancora che, prendendo sua moglie da dietro, gli scivolasse lo sguardo tra il buio delle sue natiche: era in quei momenti che veniva sorpreso da un desiderio incomprensibile.
Dopo dieci anni, quella ragazza si era materializzata improvvisamente dietro di lui, mentre entrambi stavano in fila nell’unica cassa aperta all’Auchan. Era agosto, sua moglie era in vacanza, e in giro si vedevano solo pensionati e badanti che cercavano un po’ di fresco nei centri commerciali; fuori, attraverso le ampie vetrate, si intravedeva l’aria tremare sopra l’asfalto rovente, simile a un liquido miraggio nell’arsura del deserto.
La meccanica dell’incontro fu lieve: lei per errore gli urtò la spalla, lui si girò, lei sorrise per chiedere scusa, e lui la riconobbe in meno di un secondo. Lei invece impiegò un po’ di tempo per cogliere, in quella faccia un po’ spiegazzata, i lineamenti del suo vecchio amico: lo fissò perplessa, ma poi, d’improvviso, si illuminò; e poiché le fu evidente che lui non sapeva cosa fare, lo abbracciò con un impeto pieno di allegria. Lui strinse quel corpo caldo e un po’ sudato: fu proprio in quel momento che si ricordò della storia che l’ex fidanzato aveva raccontato tanto tempo prima.
Dopo aver pagato (lui birra, insalata russa, un pacco di pasta; lei una confezione di Jocca, due cetrioli enormi, un vaso di yogurt greco e un pacchetto di assorbenti), si spostarono in un bar che si affacciava sul corridoio deserto del centro commerciale. Tenendo una granita al limone tra le mani, parlarono di tutto quello che era successo negli ultimi anni – lui le disse che era sposato, e che aveva un bambino; lei, che da poco era separata (felicemente separata, precisò), che era a Padova per seguire un corso di yoga, e che per quella sera non aveva nulla da fare. Lui, prima di invitarla a cena a casa sua, deglutì – un movimento involontario, che però lo inchiodava di fronte alle proprie intenzioni.
Si salutarono con un bacio sulle guance, dandosi appuntamento per le otto; poi, mentre lui guardava la schiena che si allontanava, sua moglie lo chiamò. Era in spiaggia, con il bambino: si sentivano il rumore del vento, e voci in lontananza. Parlarono di come era andata la giornata, di quanto mancava al weekend, del caldo. Quando lei gli chiese cosa avrebbe fatto quella sera, lui rimase sul vago: accennò a un vecchio amico che aveva incontrato per caso all’Auchan, con il quale, probabilmente, avrebbe passato la serata – sempre che si riuscisse a trovare una birreria aperta, da qualche parte, in agosto, a Padova. Prima di chiudere, lei gli passò suo figlio, ma poiché non sapeva ancora parlare, lui non seppe cosa dirgli.
Al centro commerciale, dopo aver finito la telefonata, era rientrato nel supermercato e aveva comprato pasta fresca, gamberetti, zucchine, filetto, aceto balsamico, e tre bottiglie di vino (prima di arrivare alle casse, aveva aggiunto dell’insalata, una bottiglia di prosecco, e, di sfuggita, una scatolina di preservativi). Poi si era diretto a casa, e quando arrivò si rese conto che era ridotta a un disastro: i piatti, le pentole, i bicchieri, si erano accumulati nel lavello; in camera, c’erano mutande e magliette sparse sul letto, per terra, sulla cassapanca; e ovunque, in ogni stanza, si sentiva l’odore di qualcosa che stava marcendo. Sistemò la cucina, lavò per terra, raccolse tutta la biancheria e la gettò nel bagno piccolo, che poi chiuse a chiave; aprì le finestre del salotto, tolse il copridivano pieno di briciole, gettò via i fazzoletti di carta sparsi in giro, buttò una lattina di birra iniziata da tre giorni che non era ancora riuscito a finire. Ogni tanto sua moglie gli mandava un messaggio – come va? Il piccolo ora dorme, Mi manchi – e lui rispondeva gentile, ma con le mani sudate. Accese l’aria condizionata; tuttavia, dopo qualche minuto, cambiò idea: pensò, forse con una parte di cervello rettiliano, che il caldo lo avrebbe aiutato.
Alle sette e mezza, dopo aver sistemato la casa – almeno negli aspetti più evidenti – aveva finito di cucinare il sugo per la pasta. Poco prima delle otto, si lavò i denti; poi, nel dubbio, si fece anche un bidè: un’erezione piuttosto decisa sotto il getto dell’acqua calda sembrava accusarlo di qualcosa. Non sarebbe successo nulla, si disse: ma mentre si lavava, pensò alla bocca di lei mentre accoglieva, nel suo calore umido, il cazzo duro che ora teneva tra le mani.
Arrivò alle otto e cinque, suonando il campanello due volte, come un postino. Mentre saliva le scale, lui pregò che nessun vicino la vedesse entrare a casa sua. Quando fu dentro, si abbracciarono di nuovo – lei con una mano sola, perché nell’altra teneva una vaschetta di gelato. Gli fece i complimenti per il profumo invitante che arrivava dalla cucina, e per la bella casa; lui la guardava parlare, e pensò che in dieci anni, era sicuramente invecchiata, ma il sorriso era quello della sua giovinezza. Indossava una maglietta grigia (la cui scollatura lasciava intravedere, con estiva generosità, il seno), una gonna ampia e leggera, sandali infradito. Le unghie dei piedi erano colorate con cura: anche quella piccola scheggia che ricopriva i mignoli – le più inutili e ridicole appendici degli esseri umani – mostrava, di sbieco, il rosso lucido dello smalto.
Mentre lui preparava la cena – mescolando la pasta, facendo saltare i gamberetti con le zucchine, battendo la carne per il secondo – lei stava seduta su una sedia della cucina, dietro di lui: la sentiva parlare, e ridere, muoversi e sistemarsi i capelli. Ogni tanto girava la testa per sorriderle, e la vedeva con le gambe accavallate, il piede sgusciato fuori dal sandalo, il viso un po’ arrossato per il caldo della cucina; poi tornava a guardare le pentole, e pensava che a casa sua c’era una donna, che sua moglie non sapeva nulla, e che sarebbe stato bellissimo se lei si fosse alzata dalla sedia per mettersi in ginocchio davanti a lui, glielo avesse tirato fuori, e avesse iniziato a succhiarglielo, così, senza dire nulla – solo perché le piaceva farlo: solo perché le piaceva farglielo. Quanto avrebbe dovuto aspettare? Gli pareva che tutti quei preamboli fossero inutili, e un po’ ipocriti: in quella cucina c’erano due adulti che in gioventù si erano piaciuti, e che ora si trovavano a mezzo metro di distanza, da soli, in piena estate.
Mangiarono in salotto. Mentre parlavano, lei continuava a ridere fragorosamente per ogni sciocchezza, gettando la testa indietro, e muovendo le spalle, le braccia, il busto. Il seno accompagnava quei sussulti, in lieve ritardo, quasi in opposizione di fase con il resto del corpo. Lui, pur portando avanti una conversazione leggera e frizzante, la scrutava a fondo, con una torva serietà, cercando di capire se fosse o meno consapevole di ciò che lui desiderava: qualcosa di animale, una bestia cattiva, spingeva da dentro, a testa bassa, implacabile, e fissava le orecchie scoperte, i denti regolari, le labbra umide, le mani che ogni tanto si avvicinavano per una carezza. In quel corpo davanti a lui, tutto evocava desiderio: persino la piccola ruga che si formava tra le sopracciglia quando lei pensava, persino il graffio che un gatto le aveva fatto sul dorso del braccio. Più lei rideva, e più lui sentiva che la camera da letto si avvicinava.
Ma dopo mezz’ora di quelle scaramucce, lui iniziò ad avere la sensazione di essere ancora al punto di partenza. Quelle risate sembravano sempre di più delle risate, e a nient’altro che questo. Continuò a versarle del vino, con metodo, con ostinazione, per forzare l’assedio: lei beveva alzando il bicchiere, e poi era un po’ più ubriaca di prima, ma il suo sguardo insisteva nel mostrarsi fraterno. Al supermercato, lei aveva comprato degli assorbenti, ma questo – lo sapevano entrambi – non sarebbe stato un problema: il tampax, chiudendo una porta, ne apriva un’altra. Anzi, c’era la garanzia che quando lui le si fosse avvicinato, e avesse iniziato a passare le mani lungo il corpo, e lei, ricambiando i baci, gli avesse preso il cazzo tra le mani, sarebbe successo quello che sognava da almeno quindici anni. Scivolando nella camera da letto, dopo essersi spogliati vicendevolmente lungo il corridoio, lei si sarebbe girata sulla pancia, e gli avrebbe offerto il proprio dolore in cambio del suo piacere.
Dopo aver finito il secondo, lei disse che aveva voglia di una sigaretta. Andarono in terrazza. Davanti a loro, c’era un palazzone alto dieci piani, stupido e minaccioso nella sua inutile imponenza. Come una scacchiera, le finestre erano un po’ accese e un po’ spente – i lavoratori rimasti a Padova, le famiglie partite per la vacanze. Al nono piano, un tizio fumava in mutande, appoggiato con i gomiti sulla ringhiera, come se stesse pensando a qualcosa di serio. Al quarto, una vecchia, grassa come un bue, era seduta su una sdraio e si faceva fresco con un ventaglio. Il rombo della città era lontano, flebile, stanco; le uniche voci erano quelle delle televisioni, che echeggiavano da una casa all’altra. Sopra, il cielo era limpido.
Si sedettero per terra. Lei era scalza, ubriaca, sudata; dopo essersi raccolta i capelli dietro alla nuca, gli chiese se poteva soffiarle sul collo. Lui soffiò, in silenzio. Gli tremava il fiato. I capelli erano profumatissimi. Avrebbe voluto baciarla. Avrebbe voluto leccarla. Avrebbe voluto spogliarla, là, in terrazza, e poi distendersi sopra di lei, e poi guardare il suo viso: avrebbe chiuso gli occhi? Come sarebbe stato il suo ansimare? Cosa sarebbe diventata la sua esuberanza, una volta che avessero iniziato a scopare? Ecco l’unica ventenne di Padova che aveva offerto il culo al suo ragazzo; cosa aveva imparato, nei quindici anni che erano passati da allora? Quali altri tabù aveva infranto? In quel momento, forse ci fu una qualche forma di telepatia, perché lei, dopo essersi accesa una sigaretta, si distese sul pavimento della terrazza.
“Mi gira la testa. Penso di essere ubriaca”.
Sollevò un po’ le gambe e gli poggio i piedi sulle gambe.
“Hai voglia di massaggiarmi un po’? E’ tutto il giorno che cammino”.
Lui strinse i piedi tra le mani: i dorsi erano caldi e lisci, ma sotto c’era una ruvida polverosità. Lo smalto delle unghie, in quella penombra, sembrava quasi nero. Passò le dita della sua mano tra le dita piccole e morbide del piede destro. La gonna aderiva alle gambe inclinate, sollevandosi nel punto in cui si incontravano; il seno, nonostante il reggipetto, si era allargato verso il basso.
Lei, tenendo una mano sulla fronte, iniziò a indicare con l’altra le costellazioni: Orione, l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore. La voce, un po’ strascicata, continuò ad elencare i nomi di tutto quello che brillava in cielo; a lui, sembrava che le stelle non sarebbero mai finite, che sarebbe arrivato giorno prima che lei avesse smesso. Intanto, il fumo azzurrino e impalpabile che lei espirava arrivava fino a lui, pigramente; lui lo inseguiva con il naso, con il disperato desiderio di condividere qualcosa con lei.
Ma, nonostante alcune teorie dicessero il contrario, l’Universo era finito, oppure lei si stancò, perché poco dopo tirò i piedi verso di sé, e si mise seduta, appoggiando la schiena al muro della casa. L’uomo in mutande del palazzo davanti aveva acceso un’altra sigaretta, e sembrava interessato a quello che sarebbe successo in quella terrazza.
“Mi fai un caffè?”, gli chiese, tenendosi la faccia tra le mani.
Lui si alzò, attraversò il salotto, e andò in cucina. Per terra, c’erano i suoi sandali: ne prese uno in mano, e lo portò al viso. Con le labbra sfiorò la superficie ruvida. Tirò fuori la punta della lingua e la appoggiò al cuoio scuro.
“Hai fatto?”, chiese lei dal salotto – era rientrata anche lei dalla terrazza.
Mise su la moka. Portò il caffè in salotto. Prima di entrare, immaginò che lei fosse già nuda, sul divano, con gli occhi chiusi: lui si sarebbe seduto per terra, le avrebbe allontanato le gambe, e l’avrebbe leccata… ma gli sembrò, per un attimo, che anche in quella fantasia lei si scostasse, chiudesse le cosce, lo allontanasse. C’era stato un equivoco. Il fidanzato di allora aveva raccontato una palla, tanto per vantarsi. Oppure lei si era pentita del suo passato lascivo, e da allora aveva messo la testa a posto.
Entrò in salotto. Lei era in piedi, appoggiata al tavolo, e sfogliava un libro che aveva trovato da qualche parte. Appoggiò il caffè, e le chiese se voleva una sambuca. Lei scosse la testa. Lui prese comunque una bottiglia da una credenza, e si riempì un bicchierino. Ripresero a scherzare. Lei gli raccontò di come si era separata da suo marito, di come un collega di lavoro continuava a corteggiarla, e di quando era sposata e un amico, anche lui sposato, le aveva dichiarato il suo amore con il candore di un bambino, e lei non aveva saputo cosa fare. Sembrava stanca, confusa, ma non smetteva di parlare. E lui la guardava. Possibile che lei non fosse a conoscenza del potere del suo corpo? Davvero non capiva cosa fossero, in realtà, le labbra con cui parlava, le orecchie con le quali ascoltava, il seno che, nel suo ondeggiare, continuava a sfiorare il tavolo? Ma ormai aveva rinunciato. La camera da letto, come un miraggio nel deserto, si era spostata qualche chilometro più in là: non sarebbero mai passati lungo il corridoio tenendosi per mano. La lasciò quindi parlare, annuendo, sorridendo, rispondendo ogni tanto. L’alcol avrebbe mitigato quella delusione. E poi lui era sposato, voleva bene a sua moglie, aveva un figlio piccolo. Se fossero andati a letto, loro due, quella sera, sapeva che dopo l’orgasmo sarebbe iniziato il doloroso pentimento per quello che era successo. Aveva deglutito quando l’aveva invitata a cena. Si era fatto un bidè alle otto di sera. Sotto il tavolo, c’era un’erezione che andava e spariva, come se non capisse bene quale fosse il momento giusto per uscire allo scoperto… Qualsiasi giuria l’avrebbe giudicato colpevole.
A un certo punto, lei gli chiese se poteva assaggiare la sambuca: prese il bicchiere, bevve un piccolo sorso, e glielo restituì. Sul bordo, nel lato rivolto verso di lei, era rimasta l’impronta delle sue labbra. Continuarono a parlare, ma ora lui aveva un obiettivo a portata di mano. Lentamente, iniziò a far ruotare il bicchiere, qualche grado ogni tanto, sperando che lei o non vedesse, oppure capisse, finalmente, cosa lui intendeva fare. Dopo un minuto, il segno lieve del rossetto era dalla sua parte. Alzò la sambuca, la portò alla bocca. Ora, le sue labbra stavano toccando le sue.
Mangiarono il gelato, e poco prima di mezzanotte lei gli disse che doveva andare a casa: lui non oppose alcuna resistenza. In cucina, recuperò i sandali, e poi si avviò verso la porta di casa. Prima di uscire, si abbracciarono – lui avrebbe potuto far scivolare le mani verso la gonna, o stringere più forte, o tentare un bacio sul collo, ma rinunciò, e non seppe bene perché. La guardò scendere dalle scale, barcollante, e mentre si chiedeva se fosse saggio, da parte sua, lasciarla guidare in quelle condizioni, notò che il suo culo era diventato molto più grande di quello che aveva visto al centro commerciale, poche ore prima. Lei, prima dell’ultimo scalino, si girò per salutarlo con la mano: si fecero un sorriso, come una specie di piccolo addio senza troppa importanza. Non si sarebbero mai più rivisti.
Lasciò tutti i piatti sul tavolo (e sarebbero rimasti là fino a venerdì sera, come un monito), si spogliò e si infilò sotto le lenzuola del letto. La camera era calda, ma ormai era troppo tardi per accendere l’aria condizionata. Prese il cellulare che aveva appoggiato sul comodino, e che per sicurezza aveva tenuto spento tutta la sera. Lo accese, e ricette un messaggio di sua moglie: gli augurava buona notte. Quando lo aveva mandato non erano ancora le nove e mezza. Chiuse gli occhi, e la immaginò distesa accanto al loro bambino, entrambi immersi in un silenzio innocente. Scrisse anche lui un sms – un semplicissimo ‘Ti amo’ – e lo mandò attraverso i chilometri di cielo che li separavano. Il desiderio per la vecchia amica continuava a girare per il suo corpo, come un eccesso di vino non ancora smaltito, ma a questa ebbrezza un po’ velenosa si era aggiunta una dolcezza profonda e antica. Si chiese in che modo quei sentimenti così lontani si mescolassero dentro in lui, in quell’abbraccio intimo, e inscindibile, e avrebbe voluto capirne di più, ma aveva sonno, aveva bevuto troppo, si sentiva confuso, o forse non gliene importava niente: certe cose, si disse, è meglio non saperle. Si girò su un lato, e con il cellulare in mano, e un’erezione che non accennava a diminuire, si lasciò cullare dalla muta brezza della notte.
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Bello.
Grazie.