Grafemi

Segni, parole, significato.

Il punto di vista

Uno dei problemi più tipici che deve affrontare uno che si mette a scrivere una storia – uno che lo faccia con consapevolezza – è quello che riguarda la voce narrante. Chi è che parla? Cosa sa dei personaggi? Che punto di vista ha scelto di adottare? C’è il narratore onnisciente e quello che non sa una mazza; c’è una soggettiva su uno dei personaggi, oppure c’è una visione dall’alto: e in mezzo, tante sfumature.

Quando mi è venuta la voglia di scrivere racconti (per un motivo molto banale: avevo esaurito tutti i ricordi), mi ero appassionato a David Foster Wallace, cioè a uno dei più grandi autori postmoderni. Cos’è il postmoderno? Può qualcosa venire dopo ciò che è moderno? Non ho idea di chi abbia coniato questo termine; io lo prendo soprattutto nell’accezione di qualcosa che non cerca di ridurre le caratteristiche della modernità (comunicazioni veloci, reti di contatti, hyperlink, pubblicità, televisione, ecc) a una rappresentazione “vecchio stile”. Una delle caratteristiche che mi piace di più del postmoderno (credo sia qualcosa che lo caratterizzi), è la continua ricerca di tutto ciò che è “meta”: il metaracconto, il metaromanzo, il metascrittore, il metalettore. Racconti che parlano di racconti, libri in cui l’autore è uno dei personaggi (tipicamente non il principale), storie in cui sono i personaggi a dettare la trama. Mi hanno stuzzicato per molto tempo. E mentre mi dibattevo alla ricerca di un punto preciso dove posizionare la mia voce narrante, mi è venuta la voglia di scrivere un racconto in cui non fosse affatto chiaro chi stesse raccontando la storia.

Il risultato – lo dico subito – è un piccolo pasticcio che non porta da nessuna parte. Lo stile non è affatto scorrevole, e mancano un sacco di cose. Forse, con un po’ di editing, si potrebbe ottenere qualcosa di più compatto, e di meno smaccato, ma non ne varrebbe la pena. Penso, però, che possa essere un punto di partenza abbastanza simpatico per interrogarsi su un aspetto fondamentale che riguarda tutta la letteratura, e la sua evoluzione.

In questo racconto (lo esplicito per facilitare la lettura a chi si volesse imbarcare in questa storia), ci sono (almeno)  tre livelli.

Il primo riguarda la storia “interna”, cioè quella che uno dei personaggi sta raccontando: egli ripete una storia che gli raccontò suo padre, il quale la ascoltò da una donna che molti anni prima l’aveva udita da un altro uomo, il quale riportava, a sua volta, un aneddoto che aveva sentito a una cena. In tutti questi passaggi, qualcuno ha aggiunto qualcosa. La voce narrante non sa quale sia il contenuto di questo aneddoto.

Il secondo riguarda il contenitore di questa storia. Un uomo sta raccontando la storia del primo livello. Gli altri personaggi, che sono seduti nello scompartimento di un treno, non sono arrivati tutti nello stesso momento; alcuni sono presenti dall’inizio, altri sono saliti dopo e quindi fanno ipotesi. Il problema è che alcuni degli ascoltatori non sono interessati a questa storia, e di fatto impediscono che l’ascoltatore scelto dalla voce narrante riesca a sentire il finale.

Il terzo livello, infine, riguarda questa stessa storia sotto riportata. Di cosa parla?

Un’ultima nota: l’aneddoto centrale era l’idea che stava alla base di un racconto, che però ho scritto diversi mesi dopo questo e che, onestamente, è ancora più brutto di questo.

Il fiume scorre sul suo letto ampio – così ampio che dal finestrino del treno si fa fatica a distinguere tutti i dettagli della riva opposta; dettagli che compaiono tra una galleria e l’altra, quasi inaspettati. L’aria è limpida; il sole basso illumina le montagne di sbieco.

 Dei due uomini seduti davanti a quello che potremmo definire il nostro osservatore – diciamo la nostra presenza all’interno di questa storia – uno ascolta e l’altro parla. Il primo ascolta impaziente, facendo cose tipo “guardare fuori dal finestrino da lato opposto rispetto al secondo uomo” o “verificare lo stato delle pellicine accanto alle unghie delle mani”, e annuisce un po’ nervoso – dice “mmm” in modo secco e con una frequenza leggermente superiore a quella che le norme di buona educazione richiederebbero, per sollecitare la narrazione da parte dell’altro, come se lo scopo del secondo, quello che racconta, fosse semplicemente arrivare alla fine – cioè come se ci fosse una qualche “morale” da tirare fuori da quella storia, un insegnamento indipendente da tutto il resto: qualcosa da portare a casa, finito e pronto all’uso. Il secondo invece parla lentamente, e con molta dovizia di particolari (taluni dei quali sono assolutamente superflui, come sarebbe disposto ad ammettere anche il nostro osservatore, che si limita ad assistere al dialogo) tenendo (il secondo) le proprie mani in grembo, la testa leggermente inclinata verso il primo, le gambe accavallate (la sinistra sopra la destra: il piede sinistro oscilla tra i due, come un pendolo), lo sguardo che si posa ora sulla guancia rasata dell’ascoltatore, quando questo guarda fuori dal finestrino o verifica lo stato delle pellicine delle proprie unghie, ora sulla gamba del nostro osservatore (senza richiedere, da parte dell’osservatore stesso, una qualche forma di attenzione nei suoi confronti), ora sulla montagna brulla che compare, inaspettata, tra una galleria e l’altra.

 L’osservatore è salito nel treno (che puzza di banane marce ed altri resti di spuntini in decomposizione) dopo i due uomini. La storia che il secondo sta raccontando al primo, dunque, è già iniziata: pare si sia superato il prologo – se un prologo c’era stato. Una donna seduta accanto all’osservatore – anche lei, quindi, si trova di fronte ai due uomini dialoganti – conosce l’inizio, perché lei è salita alla stazione di partenza del treno; se potesse raccontarlo, a noi o all’osservatore (approfittando di un attimo di distrazione dei due), o se in qualche modo fosse possibile leggere dentro alla sua testa, o semplicemente spostare il punto di osservazione – anche solo per un attimo – nei suoi occhi (e tra i suoi ricordi), verremmo a sapere che in realtà era stato il primo – quello che adesso ora noi indichiamo come l’ascoltatore – ad iniziare (forse incautamente) il discorso, con una non chalance piuttosto superficiale e convenzionale. In particolare, aveva detto “questa mattina mi è successa una cosa buffa” e aveva iniziato a sorridere compiaciuto, come se avesse in serbo una storiellina davvero divertente, con un inizio e una fine molto vicini tra di loro – un aneddoto adatto a quel tipo di conversazione occasionale nella quale generalmente si impegnano i viaggiatori pendolari – e infatti subito dopo era arrivato alla parte centrale della sua storia, che consisteva di una sola frase (“questa mattina sono andato al bar a fare colazione e avevano solo due tipi di brioches, quelle al cioccolato e quelle alla crema, e devo dire che mi piacciono entrambe”); dopo aver aspettato un secondo, un secondo e mezzo, si è avvicinato alla conclusione tramite la domanda retorica “be’, sapete cosa mi è successo?” (domanda alla quale il secondo, quello che solo dopo sarebbe diventato il narratore [ruolo che che per il nostro osservatore, salito una fermate dopo di loro, ha ricoperto fin dall'inizio], ha risposto con “no, cosa?”, frase tanto neutra quanto la domanda stessa): “non ci crederete, ma non ho saputo scegliere – cioè, ero talmente indeciso, che non ho presa nessuna delle due!”.

 Quando è salito il nostro osservatore, il secondo dava già per scontato il fatto che gli altri sapessero che lui, cioè lui stesso, fosse italo francese; il primo e la donna, che ascoltava distrattamente, leggendo un libro di Dave Eggers preso in prestito in una biblioteca (il quadrato con il titolo scritto a mano e appiccicato sul dorso), parevano effettivamente dare per scontato il fatto che lui fosse italo francese: probabilmente, pensa tra sé e sé l’osservatore (che si è perso la storiellina delle due brioches, la vera causa che aveva dato il via al racconto), il secondo ha esordito con una frase tipo “ma sapete che sono italo francese?”, un modo come un altro per attaccare discorso. Ma la donna e il primo sanno che le cose non sono andate così.

In ogni caso, dando per scontato che gli altri sappiano che è italo francese, il secondo parla di suo padre, dal quale ha ereditato la erre francese, e certe esse un po’ scivolate. Il padre, sta dicendo il secondo, era a Damasco intorno alla metà degli anni settanta – per lavoro, dice, ma lascia soltanto intendere di cosa si occupasse realmente (come a voler suggerire l’esistenza un legame, ad esempio, con i servizi segreti di qualche paese [magari proprio la Francia], o lo svolgimento di qualche attività al limite del legale, o moralmente riprovevole). Il padre del secondo, una volta tornato in Italia, aveva raccontato diversi episodi relativi al suo viaggio; uno di questi pare essere ora l’oggetto della narrazione fatta nel treno.

L’osservatore guarda l’uomo che gli è davanti, che con tanta pazienza – e, per certi versi, con una buona dose di ostinato coraggio – sta raccontando una storia che non interessa a nessuno. E’ magro, alto, stempiato, con i capelli tirati indietro, le labbra rosse, gli occhi azzurri, un’aria vagamente effeminata (nel suo complesso) un maglione azzurrino con dei pallini disegnati sul davanti e la camicia bianca (ingiallita) chiusa fino all’ultimo bottone; ha un aspetto curato e trattenuto – il sorriso sempre pronto ma in qualche modo non spontaneo (lo zigomo sinistro, quello comandato dall’emisfero cerebrale destro, non si solleva mai); la mano sinistra tiene la destra nel suo incavo, come a proteggerla. O a nasconderla. L’osservatore è ancora sorpreso da una singolare coincidenza: pure lui, infatti, è italo francese; tuttavia, non rivela la cosa a nessuno dei presenti, per poter mantenere una posizione defilata. Intanto la donna accanto all’osservatore stacca più di qualche volta gli occhi dalle pagine del suo libro, partecipando pure lei, all’ascolto. Solo il primo continua ad agitarsi sulla sedia, sperando in una rapida conclusione dell’aneddoto.

 Il padre, racconta il secondo, si chiamava Gerard. A Damasco conobbe una signora anziana – gli fu presentata dalla guida che lo accompagnava nel suo viaggio come un’importante matriarca, in qualche modo la memoria storica della città. La donna, la matriarca, spiega il secondo uomo, non appena sente il nome di Gerard cambia espressione – si rabbuia e allo stesso tempo si illumina, come per un ricordo bellissimo finito in tragedia (il secondo cerca di imitare la faccia della donna illuminata e rabbuiata, imitando probabilmente il viso del padre che imitava a sua volta la donna). Gerard domanda se può sapere il motivo di quello sguardo. La donna spiega che tanti anni prima – circa quaranta, specifica il narratore – aveva conosciuto un ufficiale dell’esercito francese di stanza a Damasco del quale era diventata presto amica, e che si chiamava proprio Gerard. Il secondo aggiunge che non gli era chiaro la reale natura del rapporto tra la signora e l’ufficiale francese, ma che non aveva saputo se attribuire questa vaghezza alla reticenza della donna – e alla sua consapevolezza levantina circa i dettagli che voleva lasciar trapelare – o piuttosto al padre, che o non aveva voluto (o saputo) approfondire l’argomento, o aveva ritenuto ininfluente il particolare durante la sua narrazione al figlio. Oltre a questo, dice il secondo, non è in grado neppure di dire se l’ufficiale era un generale o un colonnello, perché la matriarca aveva usato i due gradi in modo del tutto indifferente – o almeno così aveva fatto intendere Gerard.

In ogni caso, la donna araba spiegò al padre del secondo che sta raccontando la storia in treno, che quell’uomo, che negli anni trenta aveva quasi sessant’anni (mentre lei ne aveva poco più di venti), un giorno gli aveva raccontato una storia che si era svolta circa dieci anni prima, proprio a Parigi, Parigi centro – e l’osservatore nota che l’uomo alto e stempiato dalla voce pacata cerca di far percepire ai suoi ascoltatori il fascino che quella città esercitava sulla matriarca, quella città che poteva essere definita esotica se vista da una ragazzina di Damasco, negli anni trenta.

(Il secondo spiega che la donna, nonostante non sapesse neppure leggere, aveva sviluppato la capacità di percepire l’importanza delle cose che la circondavano – il loro valore, specialmente da un punto di vista artistico. La donna seduta davanti al primo uomo, quella che tiene il libro di Dave Eggers in mano, annuisce – per certi versi compiaciuta, come accade ogni volta che sente raccontare di qualcuno dotato naturalmente per le cose belle [e lei pensa di essere dotata naturalmente per le cose belle] – e annuendo entra ufficialmente nella cerchia degli ascoltatori di quella storia [il nostro osservatore, nonostante stia prestando attenzione ad ogni parola – forse con la segreta speranza che prima o poi la storia finisca per parlare anche di lui, nipote di un uomo francese vissuto proprio a Parigi negli venti – in concreto non fa nulla che dimostri il suo vivo interesse, soprattutto per timore di non poter poi sottrarsi al rito dell'annuire col capo alla fine di ogni domanda più o meno retorica formulata dal secondo].)

 La storia che l’ufficiale aveva raccontato alla matriarca aveva a che fare con un certo Jacques Lancan, illustre psicologo parigino, compagno di collegio del colonnello – un nome che alla donna araba non aveva detto niente, ma che aveva risvegliato il vivo interesse di Gerard, emozionato nel trovarsi davanti a un dettaglio della vita di un uomo del quale, da ragazzo, aveva letto un libro del quale non ricordava il nome. Il figlio di Gerard, invece, ammette di non sapere chi sia, concretamente, questo Lancan – sa che è famoso, ma non sa il motivo – motivo che invece il nostro osservatore conosce, e bene, per un corso di psicologia che ha seguito all’Università, a Padova, tanti anni prima. Il primo, invece, sembrerebbe indifferente: continua a spiluccarsi le unghie.

In ogni caso, Lancan, una sera, mentre era a cena con l’ufficiale, a Parigi, dopo che il cameriere aveva letto loro il menù della casa (che comprendeva, tra l’altro, due diversi tipi di pesce), gli aveva raccontato (Lancan all’ufficiale), un caso clinico (così aveva detto l’ufficiale alla matriarca), un caso che Lancan stava seguendo proprio in quei mesi (aveva detto la donna a Gerard) e che la scelta tra i due diversi tipi di pesce gli aveva in qualche modo riportato alla mente quel caso clinico (raccontò Gerard al figlio), con un collegamento che solo un incauto avrebbe definito freudiano: incauto almeno in presenza di Lancan, aggiunse il secondo, replicando pari pari una battuta del padre (e ammettendo anche di non averla mai capita).

A questo punto, però, il secondo inizia a divagare, raccontando di alcune monete antiche che il padre Gerard gli aveva portato da Damasco – argomento che suscita subito l’interesse del primo, il quale smette di guardare il fiume freddo fuori dal finestrino sul lato opposto del suo vicino, e inizia a porre domande molto dettagliate (lo scopo delle quali sembra quello di raccogliere materiale da riprodurre successivamente con una struttura basata su un prologo, una trama e una domanda retorica che introduce l’epilogo, per un totale di quattro frasi). Il nostro osservatore si fa impaziente, perché sa che la sua fermata si sta avvicinando. Osa, quindi, intromettersi nella conversazione tra i due, ma senza alcun risultato, se non quello di ampliare ulteriormente la divagazione, e dover annuire, da quel punto in poi, alle domande più o meno retoriche sia del primo sia del secondo. La donna riprende a leggere il libro di Dave Eggers, sperando – con un po’ di superstizione – che questo basti a far giungere la storia alla conclusione. Inutilmente. La fermata del nostro osservatore arriva mentre ancora i due parlano delle monete di Damasco; l’osservatore scende, amareggiato e deluso, dal treno, con la consapevolezza che non avrebbe mai saputo che cosa Lancan (durante quella cena a Parigi) aveva raccontato all’ufficiale, o cosa l’ufficiale aveva raccontato alla matriarca che il padre del secondo aveva conosciuto per caso a Damasco, negli anni settanta. Di lui – dell’osservatore – non avremo praticamente più notizie; l’ultima cosa che facciamo insieme a lui è guardare il treno partire, consci della sfortuna di aver affidato alla persona sbagliata il compito di assistere al dialogo tra i due uomini. Ma sul treno, è rimasta la donna con il libro – ora chiuso in grembo. Lei ascolta tutta la storia che il secondo uomo riprende a raccontare subito dopo la discesa dell’osservatore. Al capolinea del treno, li saluta entrambi.

La sera, approfittando dell’assenza dei due figli – ospiti della nonna materna – la donna decide di raccontare a suo marito la storia che ha sentito in treno. Inizia dicendo che, “quella mattina, il fiume scorreva sul suo letto ampio – così ampio che dal finestrino del treno… Vuoi sapere come fa a finire?”

Prosegue quindi per tutta la sera – descrive l’aspetto singolare della persona che raccontava quella storia (in particolare si sofferma sulla sua mano destra, che aveva tenuto in grembo per tutto il viaggio, e che alla fine, all’arrivo, aveva dovuto tirare fuori da quella sorta di guscio: era piccola, e rattrappita, inutilizzabile), e l’impazienza del vicino, che si è interessato solo alle monete, e l’indifferenza dell’uomo che le era seduta accanto, un nano sulla sessantina, molto distinto, e intento a guardare le montagne che scorrevano fuori dal finestrino. E poi racconta tutto il resto della storia.

Alla fine, entrambi si abbracciano forte, un po’ smarriti; chiamano la madre di lei per sentire se va tutto bene (“sì, lo so che è tardi, ma volevamo solo una piccola rassicurazione:i bambini stanno bene? Sì? Tutti e due? Dai loro un bacino”); quindi, lentamente, scossi insieme dalla fragilità umana, si lasciano cogliere, come fiori, dal sonno. 

(Paolo Zardi, 2007)

About these ads

4 commenti su “Il punto di vista

  1. dhr
    25/03/2012

    >Che punto di vista ha scelto di adottare? C’è il narratore onnisciente e quello che non sa una mazza

    Che io sappia, il primo romanzo a porsi esplicitamente questo problema fu “Pierre” di Herman Melville, pubblicato un anno dopo “Moby Dick”… nonché il colpo di grazia alla carriera dello scrittore. Il pubblico non era pronto.

    • Paolo Zardi
      29/03/2012

      Quest’estate ho letto Moby Dick: mi aspettavo di rimanere a bocca aperta, e invece mi ha deluso. E il motivo principale riguarda proprio la difficoltà di Melville di rendere fluido il passaggio da una voce narrante all’altra – quella più tecnica, quella che riporta eventi del passato, quella che vive la tragedia del capitano Acab… Però provo a informarmi su “Pierre”, non si sa mai..
      A presto!

      • dhr
        30/03/2012

        >e invece mi ha deluso

        è sempre stuzzicante quando qualcuno esprime un’opinione controcorrente. di solito chi loda i “capolavori della letteratura” in blocco e a prescincere, non ha una cultura molto vasta.

        di recente ho scovato (nelle note di un altro libro) alcuni commenti “scandalizzati” di quel mattoide di Giovanni Papini CONTRO la Divina Commedia. e in effetti, aveva notato alcuni problemi che sfuggono a tutta la retorica ufficiale.

  2. dhr
    30/03/2012

    errata corrige: “a prescindere”

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 19/03/2012 da in Blog, Letteratura, Racconto, Scrittura con tag , , , .

Inserisci qui il tuo indirizzo email, e riceverai una notifica ogni volta che viene pubblicato un nuovo post

Unisciti agli altri 372 follower

Post consigliati

Vicini di banco

Dully Pepper24H

Arte pelo Amor, Arte pelo Mundo, Arte pela Paz!

Suoni e Passioni

Siamo Musica

Live Love Laugh!

Chi la fa ... l'aspetti!

univrtellers

L'università di Verona raccontata dagli studenti

chapplikabab

14 year's old................

RIFIUTANDO IL METODO BONA

il blog di marco lenzi

Magre Sponde

parole, pensieri, immagini e suoni dalla sponda magra del Lago Maggiore

mammaliturchi

Blog di una famiglia in Viaggio

AS I PLEASE

Follow me on twitter @RichyDispatch

Flavio Standoli

La condivisione di un'emozione

Squadernauti

scritture, letture, oltraggi

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 372 follower