Grafemi

Segni, parole, significato.

Perché sto chiudendo il mio account su Facebook

Quando ho aperto il mio account su Facebook, nel 2008, mi sono chiesto: “E adesso?”. Ricordo che, allora, le persone che si erano iscritte erano davvero pochissime. Accedevo, non trovavo niente, e poi uscivo. In compenso da due circa due anni mi ero dedicato, con un impegno quasi professionale, alla realizzazione di diversi blog, alcuni tematici (politica, sport, informatica, recensioni, poesia) e altri “generalisti”, o “letterari” (piccoli racconti, ricordi, storie). Anche nel blog, quando avevo iniziato, mi ricordo che c’erano giorni in cui nessuno leggeva quello che scrivevo; poi, con l’esplosione del fenomeno, sono arrivato a picchi di mille visite al giorno – un numero che può sembrare basso, ma che significa circa 300.000 visitatori all’anno. Tutti lasciavano commenti, e tutti scrivevano. Usando un’espressione un po’ consumata, si “producevano contenuti”.

Intorno al 2010 (o forse un po’ prima) c’è stato il boom di Facebook. Improvvisamente, c’erano tutti; e abbastanza inesorabilmente, i blog si sono svuotati. Fino a quel momento, sembrava importante dire “qualcosa”; da lì in poi, l’aspetto centrale della propria relazione con Internet è stato semplicemente “esserci”. Le vite di ciascuno hanno iniziato ad essere scandite da aggiornamenti di stato, da generiche manifestazioni di gradimento, da notifiche di altri aggiornamenti di stato. Ognuno di noi ha avuto la possibilità di creare una sorta di propaggine di se stesso, della propria esistenza, nel mondo del social network – una specie di biglietto da visita, o scheda prodotto, che ci rappresentasse nel modo migliore.

Attualmente i miei amici su Facebook sono più di  600. Molti di questi sono diventati tali attraverso conoscenze comuni; in certi casi, il grado di separazione è di tre livelli: in altre parole, non conosco neppure l’amico dell’amico. Perché tutto questo mi è sembrato così interessante? Perché mi è sembrato che tutto questo avesse un significato – che andasse ad integrare un vuoto che effettivamente mancava. Ho ritrovato compagni delle elementari che non sentivo da tempo, o persone che ho conosciuto durante le presentazioni, o appassionati, come me, di libri e di scrittura. Mi è piaciuto – mi è piaciuto davvero tanto. Per un periodo non trascurabile mi è sembrato davvero che Facebook avrebbe ridotto le distanze con le persone che mi interessavano.

Oggi, però, ho già ricevuto circa 200 notifiche. Si tratta di commenti a post (parola abbastanza esagerata: sms sarebbe più corretto) che ho commentato, “mi piace” a foto che ho postato, aggiornamenti di stato degli amici più stretti, una richiesta di amicizia. Alla fine della giornata, mi trovo quindi a dover gestire 200 interazioni, che dovrebbero avere un qualche significato – almeno per quanto riguarda la mia vita di relazione con il mondo esterno. E invece mi ritrovo a non capire il senso di tutto questo.

Una delle piattaforme che di recente, per motivi che mi sfuggono, ha avuto un incremento esponenziale di iscrizioni è stata “Tweeter”. Per quei pochi che non lo sapessero, si tratta di un’applicazione di social network dove gli utenti possono scrivere frasi della lunghezza massima di 140 caratteri, e comporre la propria homepage (la pagina che vedono quando accedono al sito) tramite uno streaming, cioè flusso, di frasi, sempre di 140 caratteri, scritte da persone che l’utente ha deciso di seguire. Tenendo conto che mediamente una persona segue un centinaio di altri utenti, il tempo medio di permanenza di un tweet (è il nome di questi messaggi: letteralmente “cinguettio”) sulla homepage è di qualche minuto. Ho un account anche su Tweeter, aperto nel 2007, e del quale non ho mai saputo che fare. Ma oggi, tornando a casa a piedi dal lavoro, sono passato vicino a un albero, e ho sentito degli uccelli che cinguettavano, e ho intuito che Tweeter è un albero dove milioni di persone fischiettano la loro canzone, ognuno per proprio conto, senza che nessuno abbia davvero voglia di ascoltare gli altri.

Insisto: il problema sono il senso di Facebook, e il senso di Tweeter. Intrattenimento? Condivisione? Costruzione di relazioni? Il motto che, implicitamente, sta sotto a entrambe queste piattaforme è il vodafoniano Life is now. Ciò che conta è il presente. I tweet cinguettati cinque minuti fa non esistono più – sono raggiungibili solo con pazienza, e dedizione. Nessuno sta costruendo nulla. Raccogliendo tutte le frasi scritte da un utente su Facebook in un anno, o in tutta la sua vita, verrebbe fuori un libricino di battute sentite mille volte, eventi insignificanti, foto di gatti, frasi contro i pedofili, contro Berlusconi, contro chi maltratta i cani, contro la mafia: in che modo quel libricino rappresenterebbe quella persona? Un tempo c’era uno stile pittorico un po’ particolare che si chiamava puntinismo: i pittori realizzavano i loro quadri attraverso una serie di piccoli punti separati tra loro; alla fine, allontanandosi dalla tela, si vedeva il risultato complessivo: una casa, una strada, un bambino che gioca. Ma guardando da lontano i punti che tracciamo sulle piattaforme di social network, cosa vediamo? Solo punti, e nient’altro.

Non è vero che tutto deve servire a qualcosa, e che tutto debba avere significato. Ma anche una partita a briscola giocata con il proprio figlio vuol dire qualcosa: è la costruzione di una relazione, o semplicemente un momento di intimità in cui due individui imparano a conoscersi meglio. Facebook, invece, e il suo fratello minore Tweeter, richiedono una mole di tempo incredibilmente alta, in cambio di niente. O meglio: in cambio di piccole, minuscole scosse di piacere che un “mi piace” sotto la foto del proprio gatto, o un commento simpatico sopra una propria spiritosaggine, può procurare. Ma tutto questo è la versione pornografica dell’amicizia, l’atto senza il contenuto. Così come è possibile distinguere l’amore dal sesso, allo stesso modo dovrebbe essere possibile separare l’amicizia dagli atti esteriori che la compongono. Facebook è l’olio fritto delle patatine: fa male, ma poiché assomiglia a qualcosa di cui abbiamo bisogno – i  grassi che quando eravamo scimmie si trovavano con tanta difficoltà – ne ingeriamo quantità ben oltre le nostre capacità di smaltimento. Ingurgitiamo chili di post senza senso, e scriviamo tonnellate di frasi che non significano nulla, perché tutto questo assomiglia all’amicizia, alla relazione tra persone, all’affetto e alla stima reciproca. Ma le vene si riempiono di scorie – quel rumore continuo, quel cicaleccio, quel brusio che non finisce mai.

E questa sera ho ricevuto 200 notifiche. Non so nemmeno da che parte iniziare. Scelgo a caso? Leggo tutto? Ascolto tutte le musiche che sono state postate, o ascolto solo quelle che mi piacciono? Cosa rispondo alle dodici richieste di partecipazione a presentazioni di libri in giro per l’Italia? Commento la nascita di una bambina, il matrimonio di un amico, o un articolo sui senza tetto dell’Emilia? Potrei fare tutto – in questo momento, con la famiglia in vacanza, il tempo non mi manca – ma per la prima volta mi sto chiedendo a cosa lo sto sottraendo: e mi vengono in mente la lettura di un buon libro, una telefonata a un amico che non sento da tanto tempo, il blog (che seguo con sempre maggiore pigrizia), le cose che sto scrivendo e alle quali dedico tanta passione. Cosa mi farà sentire meglio, questa sera? Aver vissuto tanti attimi, o aver disegnato qualcosa che avrà senso anche domani? Nonostante quello che dice la Vodafone, non è vero che Life is now: la vita è tutto il mio passato, e tutto il futuro che ho davanti. Il presente è solo un puntino che si sposta velocemente: è la pagina che sta tra tutte quelle che ho letto e tutte quelle che mi mancano da scrivere.

Era questo che mi teneva sveglio la notte, – disse Walter. – Questa frammentazione. Perché il problema è lo stesso dappertutto. E’ come internet, o la tv via cavo: non c’è mai un centro, non c’è un’intesa comune, ci sono solo mille miliardi di piccoli bit di rumore disturbante. Non riusciamo a sostenere una conversazione prolungata, siamo  circondati da robaccia da quattro soldi e costruzioni di merda. Tutte le cose vere, le cose autentiche, le cose oneste stanno morendo una dopo l’altra. Da un punto di vista intellettuale e culturale, non facciamo altro che rimbalzare qua e là come palle da biliardo lanciate a caso, reagendo a stimoli casuali.

(da Libertà, di J. Franzen)

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36 commenti su “Perché sto chiudendo il mio account su Facebook

  1. Sparisego
    16/07/2012

    Grande.
    Condivido in pieno e come autore di blog e portali di informazione, pensavo anche io di chiudere FB.

    pero’, devo dire una cosa:
    i forum dei portali si sono svuotati dei “Troll”. almeno per me, ho visto un miglioramento degli argomenti, piu’ concretezza, piu’ voglia di essere “gruppo”.

    Facebook ha solo drenato quello che c’era di peggio nella rete. Non del tutto, ma in gran parte.

    Un account Facebook ha senso se vuoi tenere aggiornate le tue “conoscenze” (non amici, quella è un’altra cosa per me), mediante gruppi appositamente costruiti.

    Ma basta vita condivisa… :)

    • Paolo Zardi
      16/07/2012

      Confermo: i blog, all’inizio, contenevano di tutto. Dopo Facebook, è rimasto solo chi ha voglia di leggere e scrivere qualcosa che superi le tre righe. Servono entrambi gli ambienti – quelli leggeri e quelli più impegnati – però credo che ognuno debba avere chiaro cosa vuole. Anche in letteratura, si producono “libri per l’estate”, che hanno un valore indubbio: però, avendo poche ore al giorno, uno prima o poi deve fare una scelta.
      Sì, servirebbe una piattaforma di mezzo, che riesca a mettere in contatto persone con passioni comuni… qualcosa di simile a quello che sta provando a fare WordPress con gli strumenti per seguire un blog, per rimanere aggiornati – ma servirebbe qualcosa in più… potrebbe essere una delle piattaforme minori, come G+, che è praticamente disabitata, dove si potrebbe godere di un po’ di serenità in più…

      • vagabondhjerte
        16/07/2012

        Condivido questo pensiero.Io uso facebook per tenere contatti con amici e parenti fisicamente anche molto distanti.Il resto è così…divagazione,giochi,repliche su repliche di frasi famose.Google non sarebbe male come idea,alcun persone che conosco ce l’hanno,ma gir,gira siam sempre gli stessi…un saluto

  2. countryzeb
    16/07/2012

    caro paolo, sono d’accordo con quasi tutto quello che hai scritto e comunque mi sembra di compredere le ragioni per le quali hai intenzione di staccare la spina facebook. Lungi dal pormi come difensore di facebook ti dico che per me questi due anni su facebook (mi sono iscritto con l’ondata del 2010) sono stati positivi principalmente, credo, perche’ l’ho sempre approcciato con moderazione per non correre il rischio di annegare nel mare degli status, post, tag, mi piace, commenti e condivisioni. Dalla mia nascita su fb ho accumulato 225 amici, che sono un numero ancora abbastanza gestibile. All’inizio c’e’ stata l’ondata dei vecchi amici, ex compagni di scuola, vicini di casa ect. poi via via il numero degli amici e’ cresciuto soprattutto grazie a un interesse comune, nel mio (nostro) caso, la scrittura. Ho sempre tenuto un approccio forse romantico alla cosa nel senso che la stragrande maggioranza dei miei amici su fb sono persone che conosco veramente. Inoltre, pur provando piacere per aver ritrovato il compagno di banco di quando avevo 7 anni o la mia morosa delle medie sono anche conscio del fatto che, se non ci si e’ sentiti per 20 o 30 anni, un motivo ci sara’. E infatti, dopo una serie di post irrilevanti ho rotto i ponti, ovvero ho scelto di non ricevere i loro aggiornamenti. Atteggiamento forse cinico o poco garbato ma…
    Riguardo i vari mi piace o commenti, sono sempre parco nel farli, per la ragione che tu hai espresso: dopo ti ritornano in modo molesto (mi sembra comunque che ci sia un modo per “staccarsi” dal thread pur avendo commentato qualcosa). L’altro gruppo di amici fb sono invece “entità” ovvero case editrici, riviste, o scrittori dei quali sono interessato a seguire le novità, le presentazioni, i link ad articoli etc.. In questo modo, quando apro fb al mattino e’ come avere una rassegna stampa di tutta una serie di eventi articoli e novità. Una sorta di rassegna stampa customizzata ai miei interessi. Come vedi, niente di speciale, tutte cose che sai meglio di me, ma sono questi accorgimenti ciò che mi fa rimanere e apprezzare le potenzialità di fb. Detto questo, Caro Paolo, se sceglierai di fare facebook suicide, i tuoi post mi mancheranno, ma ciò non cambierà niente nel mio piacere di leggerti in altri spazi. So dove trovarti. Ecco, se chiudi il blog allora si mi incazzo :)

    • Paolo Zardi
      16/07/2012

      Caro Marco, credo che il tuo sia una approccio sano, e saggio – e direi che la cosa non mi stupisce. Facebook non è il male, così come il vino, bevuto con moderazione, è perfettamente lecito. Si tratta di capire se in un particolare periodo della propria vita si senta il continuo postare di FB come un sottofondo utile o piacevole, o un fastidioso brusio di fondo. In questo momento, mi rendo conto di essermi sbilanciato verso l’instant blogging, il contatto rapido, l’espressione veloce del pensiero (o di qualcosa che potrebbe vagamente assomigliargli). Anche il blog, tuttavia, può assumere il ruolo di traccia veloce delle proprie impressioni – magari proprio la chiusura dell’account (operazione che, forse lo sai, è in realtà impossibile: si può solo metterlo in sospensione, e solo dopo un periodo di separazione senza ripensamenti, si può sparire per sempre) renderà questo blog un po’ più vivo e un po’ più aggiornato.
      E in ogni caso, dici bene: sappiamo dove trovarci. Sono sicuro che il tempo che ho dedicato a FB negli ultimi mesi, nei prossimi sarà tutto per il mondo del blog! ;) a presto!

  3. stravagaria
    16/07/2012

    Ho apprezzato molto le tue riflessioni. Non sono registrata su fb e su insistenza di amici mi sono iscritta su twitter da poche settimane. Ebbene, non so che farmene; trovo difficile desiderare di comunicare un pensiero spesso superficiale e del tutto soggettivo in modo collettivo. Per quanto riguarda fb ho sempre rifuggito quel tipo di vetrina e senza demonizzare alcunché noto che anche i giovani sopra i vent’anni che qualche anno fa ne facevano un uso smodato cominciano ad utilizzarlo in modo più asettico, a proteggere i contenuti, a scegliere di non condividere tutto con tutti. Sull’utilizzo più o meno sensato del mezzo credo sia un fatto strettamente legato alla persona e alla maturità, io non ho mai desiderato ritrovare amici e compagni di scuola che avevo perso per strada ma non ne faccio un vanto snobistico semplicemente preferisco condividere contenuti e spazi meno allargati con chi abbia interessi affini. Il blog è uno strumento che mi si adatta meglio ma pur essendo uno spazio piacevole che offre opportunità interessanti non credo possa sostituire del tutto i rapporti personali e la vita reale, tanto che con qualcuno alla fine è persino inevitabile entrare in contatto nel mondo non virtuale. Buona serata, Viviana

    • Paolo Zardi
      16/07/2012

      E’ proprio come dici tu: dipende dall’uso che ne fai. Io, credo di averne fatto un uso un po’ smodato. Non è stata una scelta, ma mi rendo conto che sta(va) diventando, per me, troppo importante – qualcosa di compulsivo. E sono d’accordo con te quando dici che il blog da solo non basta – e infatti, nel corso degli anni, ho allacciato amicizie vere, e in certi casi profonde, con persone che ho conosciuto grazie al blog. Facebook è utile per i contatti veloci, per le comunicazioni rapide, ma finisce per fagocitare ogni risorsa – tempo e concentrazione. Qui, va tutto più lentamente – e credo che la lentezza sia una virtù che in qualche modo stiamo perdendo. Ecco, vorrei che il tempo che ora dedico a leggere gli “status” degli amici su FB ora fosse impiegato per leggere i post dei blogger che mi interessano – sono sicuro che alla fine della giornata mi sentirei un po’ più ricco..
      A presto, Viviana!

  4. Stefania
    16/07/2012

    Grazie Paolo, sempre profondo e attento….condivido ciò che scrivi ma resto su fb e mi prendo il bello e il buono, i miei amici veri, e lasciando le perdite di tempo e le cavolate. E’ stata una grande idea ma come sempre accade è un mezzo e sta a noi usarlo in modo positivo o negativo. L’incapacità di approfondire è dei nostri tempi, purtroppo, e io lo vivo nella scuola: i miei alunni non sanno tenere desta la loro attenzione e bisogna variare in continuazione la proposta ed essere un pò clown per fare gl insegnanti ;-) Ti abbraccio, Prof, a presto!

    • Paolo Zardi
      16/07/2012

      Ciao Stefania, ben trovata! Tornata da NY? ;)
      Sì, il problema della concentrazione è “il” problema del nostro tempo. In questi giorni sto leggendo un bel saggio di Bauman, che segue la lettura dell’ottimo romanzo “Libertà” di Franzen, che riflette su come sia inevitabile che una società che si basa, strutturalmente, ed economicamente, sul consumismo (“per uscire dalla crisi, devono riprendere i consumi”) finisca per condizionare anche i rapporti umani. Le cose, le persone, le informazioni, devono essere costantemente sostituite da cose nuove, persone nuove, informazioni nuove. Tutto questo ci impedisce di soffermarci con attenzione sulle cose veramente meritevoli di attenzione, o ci costringe comunque a uno sforzo immane per selezionare ciò che davvero ci interessa, ciò che davvero è utile per la nostra crescita e la nostra evoluzione. Facebook è il consumismo dell’amicizia: e ci può stare, può essere utile avere anche quello, ma se come nel mio caso finisce per assorbire tutta la mia attenzione e concentrazione, diventa un problema…
      Un abbraccio e a presto!
      Paolo

  5. Sparisego
    16/07/2012

    Reblogged this on Troppe Parole and commented:
    Interessante articolo / pensiero di Paolo Zardi a proposito di Facebook, Twitter e i social network. Alcune attente riflessioni sull’uso di queste piattaforme a confronto con i vecchi “blog” e portali di interesse culturali.
    Vale la pena leggerlo e valutare una propria riflessione.
    Buona lettura!

  6. Grazia Bruschi
    17/07/2012

    certo, ma quel puntino sei tu. un puntino che ogni volta si trasforma, incamera episodi, ne trasforma o rimuove degli altri, vive il presente prefigurando il futuro e leggendo il suo racconto. ma è quel puntino. concordo con il filosofo che sostiene che l’uomo è grumo di tempo incarnato con coscienza di sè. la frammentazione a volte serve per ricomporre un puzzle solo nostro, prodotto della nostra ricerca. certo può essere faticoso, a volte inutile. Fb, i blog o qualunque altra realtà appartenga alla rete fa la fine di molte cose delle nostra vita reale, ci incuriosisce, ci appassiona, ci annoia, ci lascia. Passo e chiudo :-)

    • Paolo Zardi
      17/07/2012

      Ciao Grazia, certo, sarebbe bello vedere quel puntino tracciare un percorso, ed è possibile che esista un’evoluzione anche attraverso micropost quotidiani – ritrovare un sé di due anni fa, e vedere cosa pensava quel giorno, cosa sentiva… nel 2008 i miei figli avevano 4 anni meno di adesso: su vecchie foto postate su FB li vedo ancora piccoli – Matija nascosto dentro a un cesto nel quale ora dorme un gatto… Tutto ha un senso.
      Si tratta però di capire se davvero siamo in grado di affrontare, gestire, capire, interpretare il 100% delle informazioni che ci arrivano. Io penso di no. Possiamo riceverle, ma manca il tempo della rielaborazione. Per cui, a un certo punto, diventa necessario fare una scelta. Ho smesso da tempo di guardare la televisione – nemmeno i telegiornali – e ho smesso di leggere il giornale, se non “il manifesto” e “Alias” del sabato, e qualche supplemento letterario del Corriere della Sera – perché sono convinto che esistano modi migliori per essere informati sul mondo – modi che richiedono tempo, e concentrazione, e silenzio.
      Ciò non toglie che FB sia divertente, estremamente piacevole (non si spiegherebbe altrimenti il suo successo planetario), accattivante – non disprezzo il piatto sul quale ho mangiato avidamente per mesi! ;) E’ solo una questione di priorità. FB richiede troppa partecipazione.
      A presto!

  7. Pingback: Il gioco è bello finché è corto | Solo io e il silenzio

  8. fuoricontesto
    17/07/2012

    Bella la relazione col puntinismo. La cosa agghiacciante è che, guardando l’insieme, i volti che appaiono da quei puntini sembrano tutti uguali. E nessuno davvero interessante. Basta pensare alla frase immancabile di chi “non ti chatta” da 6 mesi: “Ti ricordi di me?”. In effetti, no.

  9. Denise Cecilia S.
    18/07/2012

    Io mi sono disconnessa da poco da Facebook, al quale avevo resistito a lungo e che alla fine ho voluto sperimentare. E anche da Twitter.
    Comprendo la possibilità di fare buon uso di questi strumenti, ma trovo che farne un buon senso vada semplicemente controcorrente rispetto alla loro struttura stessa, allo stream che li caratterizza ‘nel midollo’.
    Ora ‘condivido’ soltanto il desiderio di tornare a valorizzare sempre di più, senza voler per questo rinunciare luddisticamente alla tecnologia, la vita non più reale, ma più fisica e contingente e concreta fuori dallo schermo.

    • Paolo Zardi
      23/07/2012

      Ciao Cecilia, sì, credo che l’aspetto centrale sia questo: le piattaforme di Facebook e Twitter nascono come stream, e hanno senso solo così. Non ci sono contenuti se non c’è flusso – il suo contenuto è proprio il flusso stesso, che continua a modificarsi, a rinnovarsi, a rigenerarsi. E anche se anch’io ogni tanto provo la tentazione luddistica, resisto! ;)

  10. giodiesis
    22/07/2012

    Ciao Paolo, condivido quello che hai scritto. Questo è uno stralcio di un mio racconto. Ci sono dei pazienti “intrappolati” in una sala d’aspetto, ma in questo paragrafo diventa chiara la metafora con i social network.

    ‘Seduti ciascuno alla propria sedia, ormai immobili da tempo, continuano a ripetere le stesse frasi, gli stessi luoghi comuni, oggi con mezzi molto più potenti di ieri. Nessuno più osa alzarsi per chiedere qualcosa, ma nemmeno guardarsi in faccia e tutti mostrano noncuranza nello sfoggiare vecchie sentenze buttate a caso, gli occhi puntati al centro invisibile della sala. Non è importante quello che stanno dicendo, né quello che potrebbe accadere, conta solo che qualcun altro entri nella sala d’aspetto e si sieda su una delle infinite sedie poste lungo le quattro pareti bianche. L’arrivo di nuovi pazienti, solo quello è fonte di interesse per coloro che già stanno aspettando da un po’. Nuovi arrivi vuol dire nuovi argomenti e la possibilità di allargare ulteriormente il cerchio dei presenti, sfruttando le loro conoscenze ed i loro contatti. Infatti, sempre più gente sta entrando. Come tanti uccellini, ciascuno nella propria gabbia, ma tutti nella stessa stanza, ogni tanto qualcuno lancia un cinguettio.
    “Son qui che mi annoio…”
    “Che caldo oggi. Vorrei essere al mare.”
    “Ragazze, guardate che figo che sono!”
    Buttano lì delle frasi nella speranza di essere ascoltati, ma senza alcuna pretesa: se nessuno risponde, fa lo stesso, non importa. In fondo hanno sprecato ben poco fiato. Se si trattasse di alzarsi, andare da qualcuno in particolare e dirglielo in faccia, non se la prenderebbero mai la briga. E poi per dirgli cosa? E se poi si dà noia? E se si viene presi per scemi? E se sta già con un altro? Invece così non si dà alcun disturbo: se uno ha voglia di rispondere, bene, altrimenti ciccia. Perciò alle volte si può anche fare gli sbruffoni, senza il rischio di beccarsi un pugno: si distribuiscono un bel po’ di insulti, alla stessa stregua che in auto dove, protetti dall’impossibilità di affrontarsi, ci si manda tutti a quel paese a gesti.’
    Un saluto.

    • Paolo Zardi
      23/07/2012

      Direi che il tuo racconto (che trovo molto bello) rende perfettamente lo spirito dei tempi:
      “Buttano lì delle frasi nella speranza di essere ascoltati, ma senza alcuna pretesa: se nessuno risponde, fa lo stesso, non importa. In fondo hanno sprecato ben poco fiato. Se si trattasse di alzarsi, andare da qualcuno in particolare e dirglielo in faccia, non se la prenderebbero mai la briga. E poi per dirgli cosa? E se poi si dà noia? E se si viene presi per scemi?”
      Ecco, potrebbe essere questo il metro per giudicare se quello che si sta scrivendo su FB ha senso o no: mi alzerei dalla mia sedia per andarlo a dire a tutte le persone che riceveranno la notifica di quello che ho scritto? Provare a scrivere solo cose “vere”, che abbiano un senso anche fuori da FB… dici che sia possibile?

      • giodiesis
        25/07/2012

        mah, non saprei… non credo che avrei avuto il coraggio di presentarmi da te senza conoscerti con il mio stralcio per fartelo leggere… questa sorta di anonimato, questa distanza tra il momento in cui si scrive e quello in cui si affronta la reazione (se c’è) del destinatario, rende tutto più facile… sono d’accordo però sullo scrivere solo cose “vere”…

  11. girasole
    23/07/2012

    Ho lasciato Facebook e sto provando Google ma non mi soddisfano. E’ vero, sottraggono tempo ad altro in cambio di nulla o molto, molto poco. Preferisco il blog anche se pochi leggono. Lo trovo uno strumento più completo, sia che si voglia comunicare in modo leggero, sia che si affronti argomenti più complessi. Credo che questi social riflettano il modo di vivere di oggi, veloce, frettoloso, superficiale, caotico. Se devo riprodurre qualcosa in cui già vivo,che senso ha? Il blog ti permette di andare con calma, leggere e riflettere davvero su quello che trovi e ti interessa, andare a ritroso sul blog di chi ti colpisce e leggere con calma anche cose vecchie. Il blog è più “umano”, almeno per me.
    Ciao

    • Paolo Zardi
      13/08/2012

      Pienamente d’accordo con te. Siamo sommersi di stimoli – sms, mail, telefonate, mi piace, tweet – ma tutti durano qualche secondo, e poi spariscono nel nulla. Credo che sia necessario ritrovare un po’ del proprio tempo, sottraendolo a chi vuole monetizzare la nostra attenzione.
      A presto!

  12. Zio Scriba
    04/08/2012

    eheh… da uno come me che quelle cose le chiama Fessobukko e Cippicippi non potevi che ricevere un applauso… e poi abbiamo dalla nostra anche un genio come Franzen, che ha sempre parlato malissimo di Fessobukko, e secondo cui Cippicippi è nientemeno che la versione cretina di Fessobukko… :-))

    oltre all’applauso, un abbraccio e un bacio, naturalmente…

    • Paolo Zardi
      13/08/2012

      caro Nicola, un po’ di tempo fa ti avevo consigliato di aprire un account su Facebook, che ti sarebbe potuto servire per promuovere il tuo libro di prossima uscita… Sono ancora convinto che Facebook abbia una sua utilità, ma il prezzo che devi pagare è immensamente superiore ai vantaggi, evanescenti, impalpabili, che ricevi. E’ come uno di quei pannelli luminosi a Times Square: ti lasciano a bocca aperta, ma, senza che tu te ne renda conto, ti stanno convincendo a fare qualcosa.
      Un abbraccio!

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  14. Zio Scriba
    07/08/2012

    E a proposito di intelligenza e Cippicippi: Coelho, la tamaro col pizzetto, dopo essersela presa con l’Ulisse di Joyce, affermando che dentro non c’è nulla, “soltanto stile”, e che avrebbe addirittura causato del male all’umanità (lui no, invece) ha detto: “Se riuscite a scioglierlo, mandatemi un tweet”. Io non ne mando, di stupidi tweet… se proprio vuole, posso mandargli un vaff…

  15. Stefano
    07/08/2012

    Un refolo di aria fresca, finalmente. Trovo ormai insostenibile il belato collettivo di chi ‘digita’ (non scrive) italianese (“Mi racconti che ore sono?” – “Le sei e quant’altro”), di chi non pensa ma esegue pensiero come un cane al suon del corno. E’ ormai una coazione ad imitare. Sei persone su dieci che incontro in strada snocciolano il cellulare come un rosario. Bevo un caffè in un bar e alla tv un atleta si fa il segno della croce con final ditino al ciel levato. Potrei continuare ore ed ore. Mi limito a due parole sui social networks: il disgusto che provo per lo svilimento del concetto di ‘amicizia’ (ma cosa non è svilito oggi?…) e l’esistenza sempre più scarnificata alla quale induce il culto del pixel. Quanto a Twitter siamo di fronte al classico esempio di democrazia virtuale applicata – se vuoi disinformare devi (far) produrre un surplus di informazione. Governabile è chi lietamente cinguetta senza chiedersi come e quanto il proprio cinguettio incida politicamente. Questo è il secolo in cui si governa rendendo governabili. Dita scatenate e cervelli incatenati.

    • Paolo Zardi
      13/08/2012

      “se vuoi disinformare devi (far) produrre un surplus di informazione”
      Pienamente d’accordo.
      Recentemente ho letto un libro particolarmente interessante: “L’ingenuità della rete”, di Eugeny Morozov. E’ illuminante – smonta la fiaba che Internet = democrazia, dimostrando che, nella maggior parte dei casi, è vero il contrario.
      A presto, Stefano, e grazie per il tuo intervento!

  16. myfullresearch
    20/08/2012

    Arrivo solo ora a leggerti… ma condivido tutto pienamente.
    Io ho ‘suicidato’ FB dopo soli 40 giorni, vista l’incosistenza del rapporto tempo/qualità del mezzo.
    Vabbuò !
    A presto :-)
    mfr

  17. vitaliano
    29/08/2012

    Il senso di Facebook?! Un vitellino nato mentre portavano la mucca al macello ha ricevuto tre commenti compreo il mio. Una volontaria che in Palestina si opponeva all’abbattimento di una casa è stata uccisa dal caterpillar in azione. Commenti? Neanche uno! Che ci faccio lì? Serenamente non so lo. Forse perché dopo aver vissuto come pompiere, forse devo morire piromane?! :)) Posso sempre tornare sul blog, mi dirai! Se fossi uno scrittore l’avrei già fatto, molto probabilmente, ma siccome sono solo io, un posto può valere un altro giusto per dire la propria?! Ma, poi, perché, se ricevo più emozioni da un libro che da altri posti? Mah! Metterò il link che mi comunica i nuovi post. Ciao

  18. elinepal
    13/09/2012

    Caro Paolo, io sono arrivata al Blog da poco e proprio per nausea da Facebook. Devo dire che diversi mesi fa ho chiuso il mio vecchio account dove si erano mischiati e sommati contatti di lavoro e personali e francamente anche di sconosciuti (non riesco mai a rifiutare una richiesta di amicizia, mi sembra maleducazione :-) ) e ne ho aperto uno nuovo, con un nome un po criptato, solo dedicato alle persone che conosco realmente in carne ed ossa. Però ho anche un account della mia società e devo dire che per lavoro FB funziona molto, specialmente in ambito spettacolo. Detto questo, ho avuto ad un certo punto la necessità e la voglia di comunicare il miei pensieri, le mie sensazioni, la gioia di scrivere veramente e per questo ho sfidato la mia paura della critica e ho aperto il mio blog. Ed è stata una ventata di energia. Scrivere e leggere in un ambito in cui si scrive veramente e si legge veramente è bellissimo. E mi complimento per i risultati che hai avuto (70 contatti in un giorno per me sono il record insperato) e per la qualità delle tue pagine. E grazie per la tua visita.

    • Paolo Zardi
      14/09/2012

      Cara Elinepal.
      è sempre una bella notizia il fatto che qualcuno decida di aprire un blog! Da un punto di vista “civile”, la considero una piccola fonte di speranza. Il tuo blog, poi, è davvero ricco di contenuti, ed è già finito tra i preferiti – quelli che apro tutti i giorni. Appena posso, ti dico anche le mie impressioni (ho appena adocchiato il post su Murakami – mi sa che su di lui abbiamo idee molto diverse! ;)).
      Un abbraccio, e a presto!
      Paolo

      • elinepal
        14/09/2012

        Letto prima la tua critica a Murakami. Mi fa piacere avere pareri anche discordanti con i miei. E’ il sale della vita! Grazie per le tue visite, anche io ti seguo. :-)

  19. indigorender
    22/09/2012

    ehmmm e molti se ne vanno in cam erotiche, c’è pure questo che sono più stimolanti di facebook, sicuro.
    (e a me pare di più ultimamente)
    io personalmente non ho mai avuto un profilo con nome e cognome su facebook. La mia “storia personale” me lo impone, direi quasi.
    Il punto è relazionarsi, e poco importa come…Lo vedo come un diritto e un dovere quasi.

    ciao Paolo,
    riflessoxgrm

  20. Pingback: Il lettore bombardato « Country Zeb

  21. Ania
    17/01/2014

    Ciao, anche io ho un blog e ringraziando Dio e la mia perseveranza direi che va bene e riceve le sue 1500 visite giornaliere e devo dire che sono visite “buone” nel senso che sono persone interessate all’argomento ecologia. Non ho mai aperto un face del blog anche se sono stati in tanti a chiedermelo. Sinceramente tempo fa ho aperto un account personale ma l’ho chiuso perché ho notato che facebook riesce a fare emergere il peggio del peggio delle persone: leggevo la pagina di un giornale e inevitabilmente dei commenti al limite della paranoia mista all’ignoranza, per non parlare i commenti razzisti, la stupidità, la violenza verbale e via dicendo….

    Come il Sig. Face ha dei soldini in più credo che potrebbe investire un po’ di più nella moderazione del social, però ho visto che li uno scrive quello che viene in mente anche se non è altro che sporcizia neurale. Quindi ho proprio deciso di chiudere l’account. Il blog chi lo vuol leggere deve venire da me “in casa mia” e non agglomerare i miei post con altra roba su face.

    Ho messo il twitter che secondo me è un po’ più selettivo tanto sono solo “ricordini” agli utenti con le prime parole del mio post, poi ci sono i feed con i titoli dei post e basta.

    Posso dire che per fortuna il blog me lo sono costruito senza aiuto di face e nonostante i miei problemi con la lingua italiana che non è la mia ma è stata “acquisita” :)

    Ciao
    Ania

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Questa voce è stata pubblicata il 16/07/2012 da in Blog, Scrittura con tag , , .

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