Non avevo mai partecipato a un Poetry Slam, cioè a una competizione pubblica tra poeti. Sabato scorso, per la prima volta, ne ho seguito uno, a Portogruaro – ci sono andato con mia moglie, e uno dei miei due figli, quello più grande: il piccolo ha preferito rimanere sul divano con la nonna, a ridere e poi a sonnecchiare.
E’ stata una sorpresa. La poesia acquista un significato, e un peso, diversi quando viene letta; ancora di più, quando viene letta dai loro autori. Nel caso di Portogruaro, i poeti erano otto, di estrazione molto diversa tra loro: un rapper di vent’anni, una signora sui sessanta, e alcuni miei coetanei (stavo per dire “contemporanei”), che si sono affrontati su un palco in Piazzetta della Pescheria, proprio dietro al Municipio. Non so se sia facile recitare una propria poesia di fronte a una folla di sconosciuti: io so, per esperienza personale, che non è semplice leggere un racconto (e infatti alle mie presentazioni spero sempre che ci sia qualche buon lettore che mi faccia le veci), ma credo che una poesia sia una sfida più alta. E’ un po’ come cantare: chi lo farebbe in pubblico, con un microfono in mano?
I poeti, dunque, hanno recitato le loro composizioni su un palco della piazzetta, con un fiume che scorreva qualche decina di metri più in basso, il cielo blu scuro, e un’arietta particolarmente fresca. Alle prime due manche hanno partecipato tutti e otto i poeti, presentati dal brillante Giacomo Sandron. Il pubblico, dotato di lavagnette, esprimeva il proprio voto pubblico. Mio figlio, otto anni, era entusiasta. Al turno successivo sono passati i primi quattro (e io mi sono dispiaciuto per l’eliminazione di Manuela Dago): quindi nuovo round di poesie, con l’eliminazione dei notevolissimi Alessandro Burbank e Sarah Zuhra Lukanic, e poi la finale tra Max Ponte e Alessandra Racca, entrambi di Torino. Ha vinto Alessandra, per la quale ammetto di avere fatto il tifo.
Credo che siano anni, forse decenni, che si discute sul ruolo della poesia – se ha ancora senso, a chi deve rivolgersi, qual è il suo significato. Gli editori che la pubblicano sono pochissimi – gli altri la tengono lontana come qualcosa di puzzolente. In molti dicono che la poesia è morta; e gli altri si preoccupano soprattutto di ribadire che non lo è affatto. In rete, ci sono centinaia, forse migliaia, di blog di poeti: perché? Tutti (credo) nella vita abbiamo scritto almeno una poesia: io ne ho scritte a decine tra i dodici e i quattordici anni, e un centinaio tra i ventidue e i ventitré (e qualcuna anche da adulto, a dire il vero). Ma ancora, ci chiediamo a cosa serve, se c’è ancora qualcuno che è capace di leggerle, di capirle, di scriverle.
Un Poetry Slam, con la sua ironia, la sua capacità di coinvolgere il pubblico, e con la sua proposta eterogenea, può aiutare molto, in questo senso: fa capire, in modo chiaro e semplice, che è facile, e bello, lasciarsi andare al potere ammaliante delle parole, e che vale la pena farlo, perché il piacere che se ne ricava è vero, genuino, quasi fisico. Abbiamo bisogno di rime, di sorprendenti giochi di parole, di distillato di dolore, di provocazioni spiazzanti, di un amore che venga cantato. E guardando mio figlio, un bambino di otto anni e mezzo, che ha riso, si è lasciato sorprendere, e ancora ha riso (il bello delle poesie è che non serve essere grandi per poterla apprezzare), mi sono detto che la poesia non è morta, e anzi, mi sa tanto che se la passa proprio bene.
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La rassegna Notturni Di_versi 2012 era dedicata a Sara Orlando – questo, il video che le è stato dedicato:
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Ora che abbiamo conquistato tutto questo bendiddio come ce ne sbarazziamo?
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E pensare che a Torino presenta Alessandra e partecipa Sandron.. ma anche a ruoli invertiti è come se ci fossi stata. Un saluto Paolo, N.
Eh eh… Giacomo e Alessandra sono uniti da affinità elettive!
Un abbraccio, cara Nadia!
Paolo.. belle parole.. bel post! (e ti ringrazio da parte mia e del ‘Porto dei Benandanti’, da anni coltiviamo l’attitudine a questi ‘slanci’ artistici
)