I miei dubbi

Tempo fa avevo provato, con alcuni amici, a dare una definizione della vita che resistesse a qualsiasi obiezione. La conclusione è stata: impossibile farlo. La vita è, in altre parole qualcosa che “sembra” a noi – un’entità che noi percepiamo ma che non possiamo descrivere in alcun modo.

Il motivo per il quale io ho la pancia è semplice: discendo da un animale che viveva in un ambiente scarso di sale, zuccheri e grassi. Se sono arrivato fino a qui è perché i miei cromosomi, che ho ereditato senza alcuna scelta, sono stati selezionati adottando questo criterio. Gli antenati che si accontentavano di mangiare una ghianda non hanno avuto discendenza. La verità è che è passato troppo poco tempo per pretendere che il mio corpo si adegui a questo nuovo habitat, dove i supermercati straripanti hanno preso il posto di alberi stitici e mucche selvatiche.

Cento anni fa, se uno sbatteva il capo con violenza contro qualcosa, non c’era tempo sufficiente per elaborare una teoria della vita capace di descrivere la condizione che c’è tra il momento dell’urto e quello della morte: in quei pochi minuti, ci si preoccupava soprattutto di trovare un prete che desse l’estrema unzione.

La tecnica contemporanea, invece, ha creato una nuova forma di esistenza: lo stato vegetativo, o biologico, dove le funzioni vitali sono per lo più attive (il cuore batte, i polmoni respirano, le cellule bruciano glucosio e ossigeno), e quelle cerebrali (pensiero, emozioni) sono assenti.

Noi, poveri discendenti degli scimmioni, non siamo ancora riusciti ad elaborare una percezione condivisa di cosa sia quello “stato” intermedio – se sia vita, o morte, o qualcosa di diverso. E’ probabile che ciascuno di noi abbia una sua idea personale, in merito, ma non c’è ancora stato il tempo, o il modo, o la possibilità, di arrivare alla definizione di una “morale” non soggettiva, e quindi ad una legge adeguata.

Anche sui motivi per i quali non si è giunti ad una legge non c’è accordo. Il mio punto di vista personale è che in Italia i politici hanno paura della Chiesa. Pur essendo consapevoli che molti cittadini, anche cattolici, hanno sviluppato una morale diversa da quella del Papa, temono di esporsi troppo; la gente, dal canto proprio, non parla, non si esprime, o non ha trovato il modo adeguato di farlo.

Ecco allora che succedono fatti, episodi (come le chiamano i giornali), o tragedie umane profondissime (come le chiameremo noi se capitassero alle nostre famiglie), che si situano ai confini della legge, ai margini della morale, in quell’area grigia e delicata che non abbiamo ancora avuto il tempo di esplorare fino in fondo. Tutti si ricordano di Welby. Dopo di lui, c’era anche Giovanni Nuvoli: un uomo che, per l’infinito amore di chi difende la vita ad ogni costo, era stato costretto – in mancanza di qualsiasi altra alternativa – a scegliere di morire di fame e di sete. In quel caso – nel caso di Nuvoli, e nel caso di Welby – il problema era in qualche modo simmetrico a quello di questi giorni: persone nel pieno possesso delle facoltà mentali, imprigionati in condizioni fisiche che loro ritenevano inaccettabili, chiedevano di essere lasciati morire. Anche in quel caso ci furono schieramenti opposti – e lotte, e manifestazioni, e scomuniche, e indagini penali.

Il caso di Eluana – che mi sconvolge personalmente, e che mi pone di fronte a pesantissimi interrogativi – dimostra quanto fragile sia questa linea che ci separa da quella parte di realtà che non conosciamo. I politici, anche quando chiamati in causa, non si sono mai occupati della cosa. Il signor Englaro, per poter ottenere un riconoscimento di un diritto di Eluana, ha dovuto rivolgersi ai giudici che hanno semplicemente constatato, certificato, l’espressione del pensiero della ragazza circa il valore che lei dava di una vita vegetativa: per lei, quella non era vita. Ma se spetta ai giudici decidere il confine tra vita e morte, e il senso da dare all’interruzione dell’alimentazione forzata, è evidente che esiste un vuoto che non può che spaventare. Ora, la politica entra di prepotenza nella questione, ma lo fa troppo tardi, e con i mezzi sbagliati (e per fini che la serietà del dramma mi impone di tacere). Spetta allo Stato regolamentare un aspetto così delicato: ma proprio per la delicatezza di questo aspetto, è necessario che si proceda con moderazione, discernimento, buona fede, serietà (e da qui nasce la mia disperazione di oggi). Intanto però, in parallelo alle goffe (e meschine) mosse della politica, una procura chiede di sequestrare la stanza in cui la ragazza sta morendo, ipotizzando il reato di “tentato omicidio”; davanti alla stanza, però, ci sono due poliziotti, pagati dallo Stato, che impediscono accessi non autorizzati; la struttura nella quale è ospitata è pubblica; altre strutture pubbliche, di altre regioni, non hanno potuto accogliere la giovane. Questi sono i fatti, che dimostrano solo che non esiste nulla che regoli questa questione.

In questi giorni ho letto diverse opinioni contrarie a questa morte: alcune si concentravano sul fatto che Eluana non aveva mai espresso chiaramente il suo parere in merito (d’altra parte, in Italia non esiste la possibilità di veder riconosciuto un testamento biologico); altre sul fatto che la rimozione del sondino è a tutti gli effetti un atto di eutanasia (neanche questa riconosciuta dal nostro ordinamento). Eppure, eppure c’è la sensazione che si tratti di cavilli: le stesse persone, infatti, quando Nuvoli esprimeva in modo chiaro ed inequivocabile il proprio desiderio di morire, comunque si opponevano all’esaudimento della sua volontà liberamente espressa. C’è davvero buona fede? Sono convinto che il vero passo avanti da fare – il passo che aumenterebbe il grado di civiltà complessiva della nostra società – consiste, paradossalmente, nel fare un passo indietro, e porsi in ascolto con serenità, e senza malafede.

Personalmente, ad esempio, mi sono sforzato di ascoltare serenamente la posizione della Chiesa. Anche se sono convinto che sotto ci siano interessi non chiari, e malafede, e astuzie, come accade in tutte le strutture di potere, cerco comunque di vedere il succo della domanda che la Chiesa pone: quanto vale la vita? Tra un uomo sano e nel pieno delle sue facoltà mentali, ed un uomo allo stato vegetale da vent’anni – o tra un uomo adulto e il suo embrione – ci sono infinite gradazioni di vita. Da che punto in poi possiamo smettere di considerare un Valore la vita di una persona? Si può sottoporre la vita a condizione? La vita ha un valore relativo o assoluto? Si tratta di domande fondamentali – che ciascuno dovrebbe porsi.

Dal mio punto di vista, il problema non sta nelle domande, ma nella risposta che dà la Chiesa: la vita è comunque inviolabile, perché creata da Dio.

Io non credo in Dio.

(Ciò non toglie, ad esempio, che io consideri inviolabile la vita in moltissime circostanze. Non solo: ciò non toglie che io creda che la vita , nella maggior parte delle circostanze, sia qualcosa di “indisponibile”. Il traffico di organi, per esempio, non sarebbe accettabile neanche se i donatori fossero consenzienti.)

Ma la vita rimane comunque un problema che deve essere gestito con mezzi umani – con la nostra sensibilità, con la nostra attitudine, con la nostra ragione. I motivi che spingono a sposare una causa possono essere i più diversi, e rientrando nella sfera privata, tutti validi – ma il confronto deve avvenire su un insieme di valori condiviso. Se domani la maggioranza degli Italiani sarà musulmana, io spero di non essere obbligato a seguire i precetti del Corano.

Leggo, di qua e di là, di blogger che chiamano ASSASSINIO l’atto di togliere il sondino ad Eluana – persone che si accorgono che la gente è viva solo quando si tratta di feti o creature prive di coscienza, e mai quando si parla di Iracheni, Afgani, Palestinesi, Rumeni e tutti gli altri effetti collaterali, che si lasciano morire per interessi privati. Ecco: questa è la negazione della civiltà. In Italia ci sono milioni di persone che ritengono che quanto sta facendo Englaro sia un atto di amore illimitato e disinteressato verso sua figlia: è possibile disquisire, o discutere, se l’atto messo in pratica sia giusto oppure no, crudele oppure no, accettabile oppure no – ma trovo assurdo, invece, e molto pericoloso, arrivare alla presunzione di credere di amare Eluana più di quanto stia facendo suo padre.

Perché alla fine, nonostante tutti i dubbi nei quali mi dibatto (io non avrei mai il coraggio di terminare il respiro di mio figlio; però mio padre, durante una cena sotto un cielo stellato, mi ha detto sottovoce: quando sarà il momento, confido nella tua pietà), sento che di fronte ad un dramma privato per il quale non esiste una soluzione condivisa, o semplicemente uno stesso modo di guardare ai fatti oggettivi – perché la vita non è oggettiva – l’unico valore che dovrebbe contare è l’amore che lega i genitori alla creatura che – grazie a quel mistero della procreazione che ancora nessuno è riuscito a spiegare – hanno messo al mondo.

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