La mia posizione sul caso Englaro

Il fatto che io abbia dubbi sul caso Englaro, non significa che non abbia i miei convincimenti.

Il rischio che si corre, in frangenti come questi, è che di fronte ad un muro compatto di stupidità, il lasciare inespresse le proprie opinioni – o il mescolarle ad altre considerazioni più generali – possa passare per un cedimento, o un timore ad esprimere il proprio punto di vista.

Ecco perché sento il bisogno di chiarire, in modo un po’ schematico, per punti, il mio modo di vedere il caso Englaro.

1. Una società civile dovrebbe riconoscere sia il diritto di decidere in quale momento si intende porre fine alla propria vita (si veda caso Welby e Nuvoli) sia le condizioni nelle quali è un dovere dello Stato eseguire le ultime volontà di una persona che non è più in grado di agire (si veda caso Eluana)

2. Il riconoscimento di questi diritti, sempre in una società civile, non dovrebbe richiedere un accertamento giudiziario come è invece si è reso necessario nel caso Eluana: in questo senso, ritengo che in uno stato di diritto non dovrebbe essere necessario l’intervento dei giudici per poter godere di un proprio diritto – che non significa quindi che i giudici abbiano compiuto un abuso del loro potere, come invece la destra vorrebbe far credere. In questo senso, mi fa paura il fatto che un diritto elementare come quello di Eluana debba essere sottosposto a giudizio.

3. Inorridisco di fronte alla concezione, di chiara derivazione cattolica, che il corpo delle persone appartenga allo Stato, che può decidere anche contro la volontà stessa delle persone il destino dei cittadini. Quando Berlusconi parla di “carta filosovietica”, in realtà sta probabilmente parlando del mondo che vorrebbe.

4. Per quanto riguarda l’art. 32 della Costituzione, non c’è dubbio che esprima chiaramente il diritto a non essere sottoposti a cure inutili – è la norma che difende le persone dall’accanimento terapeutico. Il problema è che diversi esponenti politici hanno sottolineato che l’alimentazione forzata non è considerata, secondo il protocollo medico, una “terapia”. Il mio punto di vista è che l’art. 32 intenda difendere le persone non tanto dalla “terapia”, quanto dall'”accanimento”: mi piacerebbe, però, che esistesse una legge che specifichi in modo più chiaro che anche l’alimentazione forzata di una persona in stato vegetativo da 17 è da considerarsi accanimento, in modo da non dover sentire le opportunistiche affermazioni di Gasparri.

5. La Chiesa ha secondi fini, interessi privati, e follie che fanno parte della sua costituzione (in senso lato): quello che cerco di evitare è di usare questa debolezza costitutiva per non rispondere alla domanda che emerge dai loro attacchi – parlo della domanda che un laico, o persino un ateo, può sentire sussurrare dietro alla folle pretesa di regolare il mondo. Se da un lato la Chiesa ha il diritto di porre domande fondamentali, dall’altro la risposta, e il confronto, non possono poggiare su argomenti teologici (questo discorso l’ho sviluppato più ampiamente qui: http://teocrazia.blogs.it/2008/02/07/la_chiesa_la_morale_la_morale~3695653/ )

6. Nel caso di Englaro, se da un lato, come essere umano, avverto un profondissimo dolore per il modo con il quale è morta Eluana, dall’altro, sempre come essere umano, provo un profondissimo moto di rabbia per il fatto che la morte per disidratazione è l’unica via d’uscita che un uomo che ama sua figlia deve percorrere nell’impossibilità di usare qualsiasi altro mezzo per adempiere alla sua volontà: in altre parole, se questa morte fosse atroce (non so se lo sia veramente), la colpa sarebbe da addebitare non al signor Englaro ma a tutti quelli (Chiesa, destra opportunista, persone in buona fede) che non riconoscono il diritto (che in certi casi, diventa dovere per chi può ancora muovere le mani) all’eutanasia.

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