La solitudine di chi scrive

Inizi a scrivere per caso, per gioco, come un passatempo.

Poi, sempre per caso, scopri che mettere una parola dopo l’altra, e una frase dopo l’altra – e poi riguardarle, cercando di ottenere l’esatto risultato che avevi in mente – è un’attività capace di generare piacere, in un senso per niente metaforico.
Quindi, dopo aver passato mesi a guardare lo schermo del proprio computer, mentre questo si riempiva delle parole che sgorgavano da chissà quale fonte sconosciuta, alzi la testa, e guardi fuori: mandi un racconto ad un concorso, e lo vinci; oppure lo perdi. Cosa c’entra, tutto questo, con i motivi che avevano acceso la miccia?

Altri racconti, altri concorsi. Qualche volta arrivi primo, altre ti classifichi bene; altre ancora, non succede niente. In tutti i casi, nessuno ti dice il perché: nessuno ti spiega perché quello che scrivi è bello, oppure è brutto.

Scrivere, significa che qualcuno legge. Stanare un lettore, attaccarlo alla tua pagina, convincerlo che vale la pena andare ancora una riga avanti, arrivare alla fine – è questo l’unico obiettivo che onestamente si deve porre uno scrittore: non è un modo per guarire da qualcosa, un’alternativa all’analisi o alla confessione religiosa – forse, può aiutare a capire meglio il mondo, ma semplicemente perché lo si può guardare, per la prima volta, con gli occhi di qualcun altro: cosa arriverà, di queste parole? A chi? Come saranno intese?

E questo lettore è muto, silenzioso: lo possiamo a malapena immaginare, ma non parla, non ci dice nulla.
Questa è la solitudine di chi scrive. Lanciamo le nostre parole al di là di un muro. Sentiamo solo l’eco di una risata, di un pianto. O il silenzio più assoluto.

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One thought on “La solitudine di chi scrive

  1. Hai proprio ragione, scrivere è un piacere quasi fisico se ti ritrovi giorno dopo giorno a farlo con dentro quel bisogno crescente di dire, di dare, che devi riversare in qualche modo altrimenti ti senti implodere.
    Scrivere, rapportato a chi legge, è quasi un lento corteggiamento, come hai giustamente osservato tu, senti che stai “fidelizzando” il lettore, quella ignota presenza che è attirata come falena dalla luce, a ciò che esprimi. E magari capita lì per caso e si ferma, poi però torna ancora e ancora, oppure al contrario, no.
    Perchè? me lo chiedo ogni tanto e le risposte possono essere le più disparate.
    Perchè ci può essere una sorta di identificazione con quello scritto, un’immedesimazione, o magari solo perchè ti piace l’argomento trattato e come viene sviluppato, nella forma e nella sostanza.
    Certo è che non mi spiego quelli che passando non lasciano nulla, prendono soltanto. E non parlo dei passaggi occasionali eh? ma di chi magari torna più e più volte ma sempre da spettatore silenzioso.
    Ecco, quei passaggi lì riesco a sentirli come i sassi lanciati nell’acqua. Cerchi concentrici che si moltiplicano ma che svaniscono nel silenzio assoluto e che rendono davvero quasi tangibile la sensazione di solitudine di chi scrive.

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