Gin tonic

Due avvoltoi volteggiavano nel cielo, contribuendo a completare la scenografia di quella assurda scalata sotto il sole rovente. Alzai il braccio verso di loro e gridai: “Non ci avrete mai, bastardi”: Mi parve una situazione sufficientemente buffa per riderci sopra – non credo di aver corso, neppure per un momento, il pericolo di perdere la vita. Anzi, aiutavano, anche loro, a definire la mitologia di quel momento: la catarsi attraverso un’impresa possibile, la misura di se stessi sul metro della fatica.

Estate del 2000 – per me era passato quasi un anno da quel ferragosto in cui avevo dovuto fare i conti, per la prima volta dopo tanto tempo, con la solitudine – ed era tempo di vacanze. Iniziavo a guardarmi intorno – avevo pensato ad un viaggio in Cecoslovacchia, con uno zaino in spalla e una carta di credito in tasca, il giusto compromesso per un vagabondo occidentale. Ma Fabio – il mio commercialista – mi aveva chiamato a sorpresa dicendomi “vediamoci, devo parlarti”. Avevo avvertito qualcosa di diverso, nella sua voce, e quando l’ho visto ho capito che la sua ragazza lo stava lasciando: abbiamo facce tutte uguali, quando qualcuno ci sta dicendo Sono confusa, ho bisogno di capire e altre atroci banalità. Fabio aveva esattamente quella faccia. Non fui sorpreso che stesse cercando qualcuno con cui andare in vacanza – mi sembrò più che legittimo – ma mi sorprese, invece, che lo chiedesse a me. Quando sei in ospedale per un controllo e un parente che non vedi da dieci anni viene a trovarti, inizi a sospettare che non te la stiano raccontando giusta. Allo stesso modo, quell’invito mi fece pensare su quale fosse il mio reale stato civile: io non ero single, o, almeno, così mi sembrava. Perciò: perché aveva pensato che io fossi libero? In effetti, quella che in quel periodo chiamavo “la mia ragazza” era una mia collega sposata infelicemente – così me l’aveva raccontata – e con due bambini di otto e cinque anni, che frequentavo assiduamente da quasi quattro mesi. Ero innamorato – molto – ma quando mi aveva chiesto se volevo che passassimo le vacanze insieme, a Rosolina, con i suoi due figli – e con il marito a casa – avevo capito che quello che stavo cercando era qualcosa di diverso. Aveva visto bene, Fabio? Ero quindi un single con la ragazza? Ma non era solo questa differente percezione sul mio stato civile che mi aveva fatto sorprendere: c’era anche il fatto che con Fabio non c’era un’amicizia profonda. Non credo fossimo mai usciti da soli, io e lui, a berci una birra: non me lo ricordavo proprio. Eravamo andati a mangiare una pizza in doppia coppia, qualche volta, in quella che nei giorni successivi si sarebbe sempre più delineata come la “nostra vita precedente”. Però sapevo che, in quelle condizioni – le condizioni in cui era lui – ci si aggrappa a qualsiasi persona che pare trovarsi nella stessa situazione: io, lo ripeto, avevo superato da un pezzo quel suo stato, ma evidentemente a lui ancora non sembrava che io fossi guarito. Accettai.

Se vai in vacanza con il tuo commercialista, a trent’anni, capisci che c’è qualcosa che non sta andando per il verso giusto. Insomma, stavo iniziando a fare piccoli progetti per il futuro – magari una casa a Milano, dove già lavoravo, o una società con i miei ex datori di lavoro – e mi ritrovavo, invece, a partire per Creta, per una settimana, una cosa che non succedeva da anni, anzi: che non era mai successa in quella forma – due single, dei quali uno con la ragazza, in cerca di figa per smaltire le amarezze della vita. Curioso, no?

Prima di partire, facemmo un po’ di training – dovevamo conoscerci un po’ meglio. Andammo una sera a Bologna da un amico comune. Quella sera – e tutte le successive – io e Fabio bevemmo come due spugne giganti – io avevo già un anno di allenamento, alle spalle, mentre lui stava cercando, credo, una deliberata autodistruzione, immediata e permanente. Ad un certo punto incontrammo un barbone – erano le tre di notte – e ci fermammo a parlare con lui, come se avessimo trovato una reincarnazione di Kerouak – credo fosse sorpreso pure lui, di tanto interesse. Con il senno di poi, quegli strani incontri notturni non mi facevano paura perché ritenevo che la cosa più pericolosa – o più orribile – che si potesse incontrare in quella città, a quell’ora di notte, fossimo proprio io e Fabio.

Durante il volo avevamo cercato di capire quale fosse il vero Dio con un semplice esperimento: bestemmiavamo ogni divinità che ci venisse in mente, fino a vedere quale avrebbe fatto cadere l’aereo. Poiché non cademmo, diventai ateo.

Sull’isola, eravamo decisamente fuori luogo: troppo vecchi, per quel tipo di vacanze, troppo seri, troppo adulti. C’erano delle viuzze, in un paese vicino al villaggio, che pullulavano di locali che a loro volta pullulavano di ragazzi e ragazze: ma tutti e tutte non avevano più di venti, ventidue anni. Un altro mondo, un’atmosfera che avevo vissuto dieci anni prima in Spagna – ma ora avevo dieci anni di più, meno capelli, più esperienze serie e meno voglia di avventure. Entravamo e uscivamo da questi bar – piccolissime discoteche piene di olandesi grasse e russe ubriache. Ad ogni locale, un gin tonic. Questo peregrinare non aveva alcuno scopo – bastava anche uno sguardo scambiato con una bulgara di diciotto anni, per dare un senso a quelle serate. Che non erano vuote, non erano disperate o amare o frustranti: capimmo subito che sarebbe stata un’altra, la nostra vacanza – un cammino a ritroso sui nostri passi, una contemplazione quasi saggia di cosa volesse dire essere giovani, essere liberi. E fu quasi sempre così.

Il pastore greco – caricatura vivente di Zorba il greco – guardava incuriosito dentro ai finestrini dell’auto nella quale io mi trovavo disteso – e con i pantaloni calati – sopra una russa di ventidue anni conosciuta due ore prima. Lei lo salutò sorridendo, per niente imbarazzata. Io sollevai l’occhio vitreo verso quei baffi irsuti, feci un cenno di saluto, e continuai la mia attività. In teoria doveva essere notte; in pratica, eravamo fuori da talmente tanto tempo che il sole aveva iniziato a violare la notte. Perciò dovevano essere già passate le sei. Avevamo lasciato la sua amica nel loro albergo per russi – dopo che aveva vomitato un secchio di superalcolici e kebab sulla strada del ritorno – e aver mollato Fabio nel nostro albergo per italiani annoiati. Lei, la mia russa del giorno, sarebbe partita la mattina stessa, poche ore dopo il nostro incontro. Io, probabilmente, ero la sua ultima occasione per dare un senso alla sua vacanza – ma fu lei che diede un po’ di senso alla mia. Aveva un sapore di wurstel affumicati, come quelli che un’amica polacca portava da oltre cortina alla fine degli anni ottanta. Le regalai una collanina che avevo comprato due giorni prima – dopo qualche mese mi è arrivata una foto di lei in una strada di Mosca, con quella collanina addosso.

Le ragazze giravano sempre in gruppi di tre. C’era sempre quella bella che non guardava nessuno, quella grassa e brutta che non guardava nessuno – non aveva ancora abbastanza anni per capire che avrebbe dovuto addolcire il suo carattere, per poter sperare in una carezza – e quella sveglia con la quale si poteva parlare. Il giorno dopo la storia con la russa, accompagnammo tre irlandesi al loro albergo – una di loro, la bella, era completamente ubriaca, e si comportava in modo osceno. Aiutammo le altre due a sistemarla, senza approfittare di nessuno – in questo eravamo diversi dai ragazzini. Le salutammo come due gentiluomini inglesi – magari erano dell’IRA e non lo sapevamo. Fu la nostra serata gentile.

I ragazzi che avevano trovato una ragazza già nei primi giorni avevano sguardi pentiti. E’ come organizzare un safari, e dovere fermarsi dopo il primo leone abbattuto. Non erano lì per passare la vacanza come i loro genitori, da qualche altra parte. Queste coppie che passeggiavano abbracciate – quegli abbracci così poco rilassati che hanno i ventenni che fanno esperimenti di relazioni serie – parevano le più infelici dell’isola. Non si cerca qualcuno per avere qualcuno, nella vacanza della tua giovinezza.

Quando incrociammo quella specie di montagna in mezzo alla secchezza del cuore di Creta, dicemmo, per scherzo, dopo andiamo là sopra. Era una specie di coprolite, un panettone con le pareti ripide. Una montagnola stupida e ripida. Poi, senza intenzione, avvicinammo la macchina, scendemmo, e iniziammo ad avviarci a piedi lungo una strada sterrata, che poi diventò un sentiero, che poi sfumò in un ricamo di rovi, e di sassi e di rocce che si staccavano sotto i piedi. Continuammo a camminare, sotto l’arsura di mezzogiorno. Due avvoltoi – i primi che vedevo nella mia vita – volteggiavano nel cielo, contribuendo a completare la scenografia di quella assurda scalata. Eravamo in costume da bagno e scarpe da ginnastica. Stop. Un passo dopo l’altro, aggrappandoci con le mani a rocce che sporgevano – increduli noi stessi – arrivammo in cima. Da lì vedemmo l’altro lato della valle, le capre cretesi che si arrampicavano da migliaia di anni per quelle pendenze, l’ombra verde. Eravamo senza fiato. Scattammo qualche foto in quel paesaggio lunare – mi tornarono in mente i diari di quegli esploratori del Polo Nord morti in una tormenta, diari che furono trovati anni dopo, testimonianza della loro impresa, e della loro fine. Quella scalata aveva un senso, per noi, e lo avrebbe avuto per molto tempo. Era il segno tangibile che eravamo vivi: che bastava volere, e ce l’avremmo fatta. Misurare se stessi sul metro della fatica.

Dopo cena, si usciva verso il paese, in macchina. Il sole era calato da un pezzo – agosto volgeva al termine. Autoradio al massimo. Musica da discoteca – assaggio di quello che ci avrebbe aspettato nella bolgia di bulgare e moldave. La canzone più bella era una di Sonique. Con gli occhiali da sole, come due autentici burini, e senza le camicie (che sventolavano dal tettuccio aperto), cantavamo a squarciagola le parole delle canzoni, proprio come due ragazzini: eravamo leggeri e stupidi, senza peso, senza legami con le donne che ci avevano lasciato o che stavamo per lasciare, senza un passato – dimenticato tutto, cancellato – e senza un futuro – perché cosa avremmo potuto volere, di serio, dopo quei giorni? Il mondo vero da un’altra parte, oltre il mare scuro, dietro il cielo nero che non volevamo vedere. E correre, già mezzi ubriachi, verso l’ultimo assaggio di adolescenza della nostra vita, che mordevamo ridendo, saltando, ballando. Consci che sarebbe finito, che era già finito tutto da un pezzo. L’estatica, struggente dolcezza del tramonto della nostra giovinezza.

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