Grafemi

Segni, parole, significato.

Kofetarica

1.
Emerse dall’ombra come un fantasma silenzioso. Lui si girò di scatto, sorpreso, quasi impaurito per quell’ingresso inaspettato.
“E’ mia nonna”, gli disse lei, appoggiandogli la mano calda sulla sua, “vive con noi da quando è morto suo marito, mio nonno, cinque o sei anni fa. E’ un pochino pazza, però è buona.”
“Ma…”
“No, non capisce. Non capisce l’italiano, lei è Slovena. E’ la madre di mia madre, che quando ha conosciuto mio padre – aveva poco più di diciotto anni – si è trasferita qui.”
“Tu sai lo sloveno?”
“Capisco il senso, e so dire qualche parola, tipo” e – rivolgendosi alla nonna – “Hvala, nona. Ecco, l’ho ringraziata.”
Lui guardò ancora il viso di quella vecchietta, che con un sorriso sdentato e molto sornione versava un caffè scuro e profumatissimo nelle loro tazzine: sembrava davvero un fantasma, uno spettro che usciva da qualche favola antica. Poi, lui riprese a conversare, amabilmente, con la sua nuova fidanzata – proprio nuova, meno di una settimana, una conquista recente fatta in chat – mentre la donna anziana si ritirava, silenziosamente.

2.
Il viaggio di ritorno verso Venezia fu più lungo del previsto: la A4 era intasata già in uscita da Milano. Impiegò quasi quattro ore per compiere poco più di 250 km. Quando arrivò a casa, si lasciò cadere sul divano, con una stanchezza profondissima addosso. Dopo un po’, la chiamò al telefono.
“Sono arrivato a casa. Viaggio lunghissimo.”
“Dovresti trasferirti qui.”
“Eh eh, corriamo veloci, no?”
“Dici? Sono innamorata solo io?”
“Certo che no, amore. Però qui ho un lavoro, lì no. Come sta tua nonna?”
“Come prima: bene, e pazza. Ora è in salotto che sfoglia un album di vecchie foto. Ogni tanto ride, ogni tanto piange. La sua vita, una pagina dopo l’altra.”
“Dove viveva?”
“Ehi, sono io la tua fidanzata, non lei! Non mi hai risposto: puoi trovare lavoro qui?”
“Gelosa?”
“Di chi? Viveva nel cuore della Slovenia, in un piccolo paese fuori Lubiana.”
“Di cosa viveva? Comunque posso iniziare a cercare un posto a Milano, se ci tieni.”
“Faceva la donna primitiva, credo. Teneva la casa, le bestie, sfamava mio nonno – che era la bestia meno evoluta, probabilmente – accudiva i figli rimasti in casa, e i figli dei suoi figli che le nuore le portavano ogni mattina. Mia mamma ha avuto la fortuna di andare via da là molto presto.. L’hai vista, no?”
“Tua mamma? Sì, di sfuggita, mi sembra molto milanese. Cotolette e cassola, e tutto il resto.”
“In estate andavamo in vacanza dai nonni. Era un tuffo nel passato. Non nel passato prossimo: qualcosa tipo medioevo. Credo che mia nonna avesse giurato fedeltà a Carlo Magno, o a un imperatore giù di lì. Comunque sì, non mi dispiacerebbe se tu venissi a vivere qui.”
“Quanti anni ha?”
“Non l’ho mai capito. Quando avevo dieci anni, era uguale ad adesso.”
“Be’, non è passato così tanto tempo….”
“Che carino che sei. Senti… Vuoi che ci vediamo ancora? Sono stata all’altezza delle tue aspettative?”
“Ti concedo un’altra chance. Portami a vedere il paese di tua nonna.”
“Ma è lontanissimo! Da Milano sono più di cinquecento chilometri.”
“Parti venerdì sera. Ti fermi qui a dormire. Partiamo sabato mattina. Dormiamo a Lubiana e poi torniamo domenica, con calma.”
Lei, dopo un po’ di quelle schermaglie delle quali i nuovi amori si nutrono, acconsentì, emozionata per poter passare un weekend intero con il suo nuovo ragazzo.

3.
Sabato mattina il tempo era incredibilmente bello: nemmeno una nuvola nel cielo, e un tepore molto più che primaverile. Lungo l’autostrada, c’erano campi che iniziavano a virare verso il verde, e alberi pieni di fiori – anche tralicci e capannoni e discariche quasi abusive, a dire il vero, ma si tratta di cose che due innamorati tendono a non notare, durante i loro primi viaggi.
Si fermarono a Trieste per bere un caffè in Piazza Unità d’Italia, seduti sui tavolini all’aperto. Oltre il mare, si vedevano montagne con un cappuccio di neve. La bandiera alabardata sventolava sul pennone del palazzo comunale, agitata da una brezza gentile che sapeva di alghe.
“E’ qui che viene Magris, a bere il caffè?”, chiese lei, mentre portava la tazzina di vetro alle labbra – caffè in vetro, avevano chiesto, una specialità tutta triestina.
“No, credo di no. Mi pare che lui vada al San Marco, che è lungo una strada interna. Ho letto che ci va anche Rumiz, quando torna dai suoi viaggi. Scrivono lì, come facevano Sartre, Focault, la De Beauvoir e tutti gli altri, a Parigi. Alcuni dicono che l’Illuminismo sia nato con il caffè.”
“Sartre era un’Illuminista?”, chiese lei stupita.
“No, ti parlo di più di duecento anni fa. Il caffè, inteso come bevanda, dava ottimismo – e quindi fiducia nell’uomo. Il caffè come locale era il posto migliore per riunire persone che avevano voglia di parlare.”
“Dici che diventeremo due artisti anche noi?”
“Credo che tu ne dovresti bere un bel po’, di caffè” e rise, divertito, accarezzando il viso delicato di lei, che, dopo aver capito la battuta, non sapeva se unirsi a quella risata, o far finta di essere arrabbiata.

Trascorsero il pomeriggio passeggiando lungo il mare, e continuando a parlare. Il tempo, intanto, aveva iniziato a guastarsi. Dal mare, arrivò una schiera di nuvole scure. Calò la temperatura. Partirono da Trieste, verso il cuore della Slovenia, proprio mentre si levavano i primi soffi di bora. Quando attraversarono il confine, iniziò a calare il sole. I boschi, che parevano coprire ogni angolo di quel paese, diventarono neri come nelle favole della loro infanzia. Ogni tanto i fanali illuminavano una bestia dentro a quel buio – si intravedeva il luccichio di due occhi, che lui non capiva se impauriti o incredibilmente minacciosi: sapeva che su quelle montagne dai profili dolcissimi vivevano caprioli, e faine, ma anche lupi e orsi, e non aveva alcuna competenza per poterli distinguere, in quell’oscurità. Lei, dopo un po’, si addormentò, stanca per il lungo viaggio, o per la lunga notte che avevano trascorso insieme, a Venezia. La sua testa dondolava ad ogni curva, e il suo respiro, lento e regolare, aveva un tale potere rilassante che lui si rese conto di non essere più in grado di tenere gli occhi aperti. Decise di fermarsi in una piccola piazzola ricavata ai margini del bosco, per riprendere un po’ di forze, ma una volta arrestata la macchina, ed aver appoggiato la testa alla spalla di lei, cadde in un sonno profondissimo.

4.
Si svegliarono con un sussulto, entrambi.
“L’hai sentito anche tu?”
“Sì! Cos’era?”
“Non so. Sembrava un colpo. Perché siamo fermi?”
“Non riuscivo più a stare sveglio.”
“Puoi ripartire? Ho paura, qui. E’ tutto buio. Cos’è stato quel rumore?”
Lui accese la macchina, e vide l’orologio in mezzo al quadrante: era già passata mezzanotte.
“Abbiamo dormito quasi tre ore!”, esclamò.
Ripartì subito, e, mentre si allontanavano, intravide nello specchietto retrovisore il luccichio di due occhi, lì, nel buio assoluto di quella piazzola.

Arrivarono a Lubiana intorno alle due, dopo aver perso tre o quattro volte la strada – le indicazioni erano assolutamente insufficienti, o così era sembrato loro. La pioggia che aveva iniziato a scendere, poi, aveva reso tutto più difficile. La città era completamente deserta. Con una cartina che lei aveva recuperato a casa, prima di partire, cercarono di individuare la strada per il paesino della nonna; ma negli ultimi anni la capitale della Slovenia doveva aver subito diverse modifiche – la loro mappa era dei tempi di Tito, e anche i nomi delle strade erano diversi. Girarono per il centro, poi imboccarono una specie di tangenziale, che percorsero più volte. Alle tre, finalmente trovarono l’indicazione – scrostata – che cercavano. Alle tre e mezza erano nella minuscola piazzetta di una specie di villaggio medievale. L’unica locanda del paese era chiusa. Per un attimo, sembrò loro che la finestra di una casa si accendesse; poi, solo buio.
“Hai visto quel film sul lupo mannaro americano a Londra?”
“Perché devi dire queste cose proprio adesso? Non vedi che sono terrorizzata?”
“Credo che lo siamo tutti e tre.”
“Eh? Tutti e tre?”. Si girò di scatto per vedere se c’era qualcuno nel sedile dietro, ma si rese conto subito che lui la stava prendendo in giro.
“Non sei affatto buono. Cosa facciamo? Dove andiamo?”
“Cosa vuoi fare? Stiamo qui. Chiudiamo le porte della macchina da dentro. Dormiamo a turno, se vuoi. Non vedo altre possibilità. A meno che tu non abbia qualche buona idea. Casa di tua nonna?”
“Casa di mia nonna?”
“Hai le chiavi?”
“Non ha nemmeno la serratura, casa di mia nonna.”
“Dormiamo là.”
“Ma chissà in che stato… Non ci vive nessuno da anni.”
“Meglio che qui. Prima, nella piazzola, credo di aver visto un orso.”
“Scherzi?”
“In realtà, era lo spirito di un’anima disperata che ci seguiva. Scegli tu cosa è meglio.”
“Andiamo da mia nonna. Subito.”

5.
La casa era in fondo ad una strada tortuosa e piena di fango – per quel poco che si poteva indovinare, la costruzione era dimessa, quasi diroccata. Entrarono in punta di piedi, usando un accendino come unica fonte di luce. Ogni cosa era ricoperta da polvere e ragnatele, ma era tutto in ordine, come se qualcuno avesse dovuto abbandonare quella casa di corsa, all’improvviso, per una disgrazia inaspettata. Lei lo guidò tra le stanze, dove la fiammella tremolante che tenevano tra le mani si rifletteva su assurdi piatti di rame appesi alle pareti, su specchi scheggiati, sul viso di una bambolina di porcellana seduta sopra ad un comò, con le braccia conserte e lo sguardo fisso su di loro.
“Guarda, questa dovrebbe essere tua nonna.”
Indicò la foto di una donna, in mezzo a tante altre.
“Fammi vedere… Sì, è lei. Non è cambiata affatto.”
“Cosa c’è scritto dietro? Mi pare Sloveno.”
“Polijbcek, Milan. E’ mio nonno che manda un bacio a mia nonna. C’è una data… Tu cosa leggi?”
“Mi pare ci sia scritto 1936, ma il viso è uguale a quello che ho visto la settimana scorsa a Milano. Davvero non sai quanti anni ha lei?”
“No.. Ma c’è scritto 1996. Mettiamo via, con questo buio mi sta venendo un sacco di paura” e gli prese la mano – era ghiacciata. Ripresero a spostarsi per la casa, e alla fine arrivarono nella camera della nonna, dove, con le giacche addosso per il vento gelido che passava attraverso le fessure delle finestre, si misero a dormire, abbracciati.

6.
Lui fu risvegliato dal profumo del caffè. Lei non c’era. Dalle finestre mezze rotte entrava una bellissima luce. Poco dopo, lei arrivò con un vassoio in mano, e due tazzine di porcellana finissima sopra.
“Tesoro, è ora di svegliarsi. Ti ho portato un caffè nero come la notte, dolce come l’amore e caldo… caldo come l’inferno!”
“Saresti da sposare”, le disse, senza pensarci. Arrossirono entrambi.
Dopo aver fatto colazione, uscirono di casa e girarono per il paese, che però non offriva grandi attrazioni. La locanda della sera prima era ancora chiusa, probabilmente per sempre. Le poche persone che incrociavano sembravano gentili, ma riservate. Nessuno sapeva parlare in italiano e lei non se la sentiva di affrontare una conversazione in lingua slovena. Intorno alle dieci, decisero di tornare a Lubiana – lei si ricordava di un bellissimo Museo Nazionale di Arte, proprio in centro, vicino ad un ristorante “delizioso”, disse. La strada che la notte prima era sembrata piena di minacce, alla luce del sole si mostrava in tutta la sua bellezza. Con i finestrini aperti, si sentivano addirittura degli uccellini cantare.
“Mi sento tanto Biancaneve e i sette nani, qui. Manca solo la strega.”
“Be’, tua nonna non scherza”, disse lui.
Continuarono a giocare così, fino a quando arrivarono nel Museo.

7.
“Sai che non conosco nessun artista Sloveno? Né pittori, né scrittori, niente.”
“Se ci fossero ancora i talleri, le monete che c’erano prima dell’Euro, ti potrei mostrare Priseren, il poeta nazionale. E’ un come Dante per noi italiani, il padre della lingua slovena, il primo che ha scritto qualcosa in volgare. Mia nonna, quando beve un goccio, canta l’Inno Nazionale, il cui testo è una sua poesia. E poi c’è Ivana Kobilca. Era rappresentata sulla carta da 5.000 talleri. E’ stata la pittrice più importante della Slovenia. C’è una sala dedicata solo alle sue opere, qua, al Museo.”
“Di che periodo è?”
“Credo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo, tipo tra il 1860 e il 1920. Ha vissuto anche a Parigi, ha girato per l’Europa. Era una donna intraprendente, per i suoi tempi. Hai voglia che andiamo a vedere i suoi quadri? Non li ho mai visti neanche io. Doverebbero essere in quella sala in fondo.”
Passando tra nature morte e ritratti di contadini, arrivarono ai quadri della Kobilca. Entrò prima lei, e si fermò di colpo; poi lui, e pure lui si bloccò, con la stessa espressione disegnata sul volto.
Entrambi, erano fermi davanti ad un quadro che rappresentava una donna intenta a bere una tazza di caffè. Lui abbassò lentamente lo sguardo, fino a leggere la targhetta tassonomica. “Kofatarica / La bevitrice di caffè / Coffe drinker, 1886”
Sulla tela, una donna anziana teneva in mano una tazzina di porcellana e un piattino esattamente uguali a quelle che avevano usato la mattina, nella casa abbandonata – gli stessi fiori rossi, le stesse foglie, la stessa linea semplice e contadina – e la donna indossava un vestito nero con un colletto bianco e un cappuccio di pelo che lei aveva visto, solo qualche mese prima, in uno dei tanti armadi in giro per la casa, a Milano, tra altri vestiti altrettanto neri – e i lineamenti di quella signora anziana, l’occhio sinistro un po’ socchiuso, il sorriso che faceva immaginare un’assenza totale di denti, il naso un po’ aquilino, il mento a punta, le sopracciglia grigie e folte, le labbra sottili, tutto, ogni singolo dettaglio, ogni particolare, diceva che quella donna, la Kofatarica disegnata da Ivana Kobilca nel 1886, era, inequivocabilmente, oltre ogni ragionevole dubbio, la stessa identica persona che lui aveva visto a casa di lei, a Milano – quella donna che lei chiamava nonna.

8.
“Mamma, passami la nonna. Subito.”
“Cosa è successo?”
“Ti prego, mamma, passamela, è importante. Ti prego!”
Finalmente, arrivò a rispondere, e lei iniziò a parlarle nel suo sloveno stentato.
“Quanti anni hai, nonna? Quanti anni, hai?”
Lui non capiva quello che si stavano dicendo.
“Siamo davanti ad un quadro in cui ci sei tu!”
“E’ un quadro di centocinquanta anni fa. Quando sei nata? Dimmelo!”
“Eh?”
“Cosa?”
Mise giù.
“Cosa ha detto?”, chiese lui pieno di apprensione.
Lei lo guardò per un attimo, quasi assorta.
“Rideva.”
“Rideva soltanto?”
“No. Ha detto anche che dovrei saperlo.”
“Sapere cosa?”
“Che non si invecchia, bevendo caffè…”

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

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Questa voce è stata pubblicata il 23/03/2009 da in Scrittura con tag , .

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