Crash test dummy

Proprio mentre il cofano della BMW si infila sotto il retrotreno di un TIR (che ha fatto milleseicentotrentanove chilometri e qualche centinaio di metri, e una sola sosta, per arrivare all’appuntamento in perfetto orario), e la lamiera si piega con un silenzioso accartocciamento alla Domopak, cedendo con una facilità che nessuno spot aveva mai fatto vedere (e nemmeno presagire), nello stesso preciso istante una coscienza fuori dal controllo del guidatore inizia le manovre di accesso alle aree dell’Ippocampo, al sistema Limbico e ai Gangli Basali del cervello per ricostruire, come si usa in questi casi, tutta la vita del suo proprietario (un inconsapevole crash test dummy in carne ed ossa), e proiettarla nel Grande Lobo Frontale, nel brevissimo tempo che manca all’impatto del cranio sul volante.

L’area dello scontro, vista dalle mappe di Google, presenta distese di campi coltivati a qualcosa di giallo che si alternano a distese di campi coltivati a qualcosa di marrone; due case quadrate, disposte sui bordi opposti dell’autostrada (probabili figlie dello stesso architetto: hanno, entrambe, un piccolo rettangolo grigio sul davanti e un grande rettangolo grigio sul didietro, ma non c’è una risoluzione sufficiente per capire se la macchiolina scura nel centro della prima è un triciclo o un nano da giardino); alcuni alberi, infine, nell’atto di proiettare ombre lunghe da tramonto (ombre che nell’area dello scontro, invece, nel momento dell’impatto, non ci sono: cielo bianco, sole chissà dove).

Il guidatore, prima di passare alla visione del riassunto della sua vita, riflette, in meno di un centesimo di secondo, sui motivi per i quali era uscito di casa, quel giorno: gli odiatissimi clienti con le loro stupidissime richieste, gli pare di ricordare. Avrebbe potuto non considerarle; sarebbe potuto rimanere in ufficio, come i suoi colleghi e ora, non sentirebbe l’energia cinetica che lo spinge verso il logo della BMW, al centro del volante. Soprattutto, non sarebbe così preoccupato per la deformazione che il proprio viso dovrà inevitabilmente subire per ottemperare ad una delle più dure leggi di Newton.

Silenzio, si spengono le luci, ecco la vita. Il sapore di un Mc Chicken mangiato a Lisbona negli anni novanta, un bambino di sei mesi che sorride senza denti, Maurizio Seymandi mentre intervista Patrick Hernandez, un tramonto iridescente (dove? quando? con chi?), un’unghia incarnita dell’alluce che un compagno di classe delle medie gli mostra, compiaciuto, in camera sua. E poi una mano simile a quella di suo padre mentre fa ciao ciao, e un bambino che esamina un bruco spappolato ai bordi di un sentiero sopra Auronzo mentre l’aria odora di pioggia. L’immagine sfocata di un nano che scappa inseguito da un cane perfettamente a fuoco. Stop, tutto qui. Gli rimane anche un po’ di tempo per constatare che l’air bag non ha funzionato. Poi, sfondamento calotta cranica, perforazione polmone destro, lesioni gravissime organi interni, macchina da buttare, collasso cardiocircolatorio sopraggiunto dopo pochi minuti, risolto il contratto di leasing, funerali a rate, eccetera, eccetera, eccetera.

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