Grafemi

Segni, parole, significato.

Il cellophane di Eraclito

Mia nonna, ma anche mio nonno, insomma, i miei nonni, dopo aver vissuto spartanamente per tutta la vita – la guerra, i figli da tirare su, e tutto il resto – alla fine degli anni settanta hanno finalmente trovato il modo (trattamento di fine rapporto) di comprare i mobili nuovi per il salotto. Tavolo lucido e massiccio, dove a Natale ci saremmo trovati, tutti i parenti, per il pranzo, e la cena, e il pranzo del 26 e la cena del 26, con mio nonno che fumava un pacchetto di Stop senza filtro al giorno – la sera, una nuvola azzurra galleggiava proprio a ridosso del soffitto; divano, dove qualcuno con la panza inevitabilmente piena si buttava a pisolare dopo i tortellini in brodo, lesso, insalata russa, spinaci, panettone; e sedie.
Le sedie. Erano dello stesso legno massiccio del tavolo. Erano imbottite con una stoffa damascata gialla (eccoli, nel ricordo, i riflessi dorati che noi bambini guardavamo accendersi insieme al lampadario centrale, poco dopo le quattro del pomeriggio – che se c’era anche l’acqua alta, era ancora più struggente). Ma soprattutto, erano ricoperte con il cellophane: nel 1979, nel 1980, nel 1981, durante i mondiali del 1982, e così via (in un angolino della pappa grigia che ho dentro alla scatoletta cranica, mano destra che avvicina un cucchiaio dentro al piatto di tortellini, mano sinistra che cerca di fare un buchino nella plastica, per sentire il vellutino d’oro: non guardarmi, infanzia, con quegli occhi grandi e sbalorditi).
Perché, nonna, tenevi il cellophane sulle sedie del salotto? Te l’avevo chiesto un’estate, mentre con il nonno guardavamo Italia-Perù, subito dopo che Bruno Conti aveva segnato il gol dell’uno a zero, e io ero mi alzato per festeggiare, e ci eravamo accorti, tutti e due, e anche il nonno, che le mie cosce si erano praticamente incollate a quella trasparenza caldissima. Sì, appunto: perché?

Aristotele diceva che le cose scritte da Eraclito erano così oscure, ed incomprensibili, che quando le si leggeva, a distanza di poco più di centocinquanta anni, non si sapeva quando finiva una frase e iniziava quella dopo (i greci avevano inventato la filosofia e la geometria, ma non la punteggiatura) – ma sono sicuro che ad Eraclito questo non sarebbe dispiaciuto, anzi: ogni cosa inizia dove finisce ciò che inizia. Tutto contiene il suo contrario.

Se chini il tuo capo verso il tuo corpo, se osservi le tue mani – lo spazio tra le dita affusolate – e se contempli la natura, così profondamente diversa, di ciò che compone la tua pelle, e le tue unghie, e le viscere che porti dentro, non provi, almeno per un attimo, un immenso stupore, come quando ti affacci sull’orlo di una strada di montagna dalla quale si arriva a intravedere uno spicchio di mare scuro sotto un cielo livido? Pensa a ciò che sa fare il fegato: credi che la cartilagine della tua orecchia destra riuscirebbe mai a prenderne il posto?
Rifletti sul principio della tua esistenza, sul tuo privatissimo big bang, quando uno spermatozoo si è unito ad un ovulo e insieme hanno deciso di dare vita ad un nuovo organismo: eri una cellula, una sola indifferenziatissima cellula. Poi sei cresciuto, dentro alla pancia di tua madre, meiosi dopo meiosi, duplicazione dopo duplicazione. Perché mai non sei diventato una gigantesca palla rosa di cellule tutte uguali, qualcosa che sarebbe potuta entrare a malapena in un SUV? Cosa ha disegnato (nello spazio infinito che avresti potuto contenere) il profilo del tuo naso, i contorni dei polmoni rispetto alla pleure, il sentiero azzurrognolo dell’arteria che porta il sangue alla tua testa? Guarda, ci sei tu, il tuo corpo, ma appena oltre la tua pelle, fuori dal sacco che ti contiene, c’è tutto ciò che non sei – la negazione di te, il tuo non essere, l’Universo infinito, il tuo nulla – tutto ciò che rimarrà quando ti consumerai dentro ad una scatola di legno, disteso in qualche giardino dietro ad una Chiesa, nello splendore inutile del giorno, e nella solitudine di lucette accese per tutta l’inutile notte. E’ la morte, che ti ha disegnato, la morte. Sapevi che da piccino – proprio piccino – avevi le mani palmate? E che per far venire fuori quelle dita così affusolate, le cellule che c’erano là in mezzo sono dovute crepare, una ad una?
E’ che la parola “morte” suona proprio male. Dovremmo ascoltare Eraclito, che pensava, senza punteggiare i suoi pensieri, che la morte non fosse la negazione della vita, ma il suo fondamento, o semplicemente un altro modo di raccontarla. Allora, giusto per metterci più tranquilli, diciamo apoptosi. Un fegato è una palla di un metro cubo, al quale mancano tutte le cellule che hanno ricevuto dalle loro vicine il messaggio: “spegniti”. E’ un meccanismo delicatissimo, che prevede continue comunicazioni a base di ormoni e catene di molecole, in ogni parte del nostro corpo, in ogni istante. Questo è il processo con il quale ogni parte del corpo prende una forma piuttosto che un’altra – siamo statue che una mano saggia ed inconsapevole scolpisce togliendo ciò che non è essenziale. I calchi di Pompei: il negativo di tutto il mondo, ad esclusione di quel vuoto.

Per questo, è così difficile separare ciò che è da ciò che non è. Empedocle diceva che non vi è nascita di nessuna delle cose mortali, né fine alcuna di morte molesta, ma solo c’è mescolanza e separazione di cose mescolate. La forma apparsa tende a scomparire, diceva Eraclito. Il cancro sono cellule che non ne vogliono sapere di farla finita. E’ soprattutto un punto di vista: chiamiamo vita il tempo che ci consuma, e morte la nostra eternità. I miei nonni sono caduti prima che fosse arrivato il momento di liberare le sedie: perché, nonna, perché non hai mai tolto il cellophane? Avevi capito che quelle sedie sarebbero morte, se solo tu le avessi lasciate vivere?

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

3 commenti su “Il cellophane di Eraclito

  1. bortocal
    05/04/2009

    veramente affascinante il discorso su Eraclito e la filosofia greca.

    il collegamento fra le due parti è però un pochino forzato (seecondo me).

    (a me comunque le mani sono rimaste un pochino palmate anche dopo nato, giuro!

    è una delle mie tre o quattro anomalie genetiche…, giuro anche questo).

    ciao!

    – è un delitto che post come questi rimangano non commentati!

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    • paolozardi
      05/04/2009

      Sono d’accordo con te: le due parti non sono collegate tra loro come avrei voluto.

      In realtà, inizialmente il legame tra le due parti era svolto da alcune considerazioni sulla famosa senteza di Eraclito “Physis kruptestai filei” (non riesco a mettere le lettere greche!), spesso tradotta con “La Natura ama nascondersi”.

      In realtà è piuttosto improbabile che con la parola Physis, Eraclito intendesse dire “natura”: Kirk propone una traduzione molto più articolata, che in inglese è “the real constitution of a thing, or of thing severally”. Confrontando con le successive interpretazioni di Empedocle e Parmenide, la sentenza andrebbe intesta come “la reale costituzione di ciascuna cosa ha l’abitudine di nascondersi” o “di non essere visibile”.
      Alcuni francesi, invece, cogliendo l’origine della parola physis nel verbo fuo (ancora niente lettere greche), suggeriscono una nozione dinamica – cioè qualcosa che genera evolvolvendo. La frase dunque diventerebbe “il processo essenzializzante (non saprei come altro tradurre!) ama compiere la sua opera nascosto dagli sguardi” – indicando che a noi sono evidenti solo gli effetti finali di questa produzione, ma non i suoi meccanismi interni.

      La parte del nascondimento è ancora più controversa – ed era quella che interessava a me. Il mio parere (modestissimo, e non originale: seguo Hadot), che è il punto di partenza di questo post (punto poi omesso), è che quel “nascondersi” significhi piuttosto “sparire”, e quindi “morire”. La senteza allora diventerebbe qualcosa di simile a “Il processo essenzializzante è qualcosa che desidera, già da principio, la propria fine”: come se la fine non potesse essere qualcosa di disgiunto dall’inizio, e l’inizio qualcosa di disgiunto dalla sua fine: due facce della stessa medaglia. In un altro dei suoi frammenti, dice “Per le anime è morte farsi acqua, per l’acqua è morte farsi terra: dalla terra nasce l’acqua, dall’acqua nasce l’anima”. Io, molto più in piccolo, dico che le “careghe de me nona” non sono mai morte perché non sono mai nate.

      ps voglio una foto delle tue mani!

      ps2 l’apoptosi è un tema che ti appassionerebbe… se hai occasione, e voglia, ti consiglio “Al cuore della vita” di Ameisen, o, se non lo trovi in Italiano, “La sculpture du vivant”. Qui il link: http://lasculptureduvivant.free.fr/italiano.html : “In un modo sconvolgente, controintuitivo, paradossale, un evento positivo – la vita – nasce dalla negazione di un evento negativo – l’autodistruzione”, “… un testo affascinante come un romanzo, pur nel rigore scientifico …”, “… come tutti i grandi testi scientifici, è anche e sopratutto un’opera filosofica. Un affresco capace di modificare in profondità l’immagine che abbiamo di noi stessi e del mondo”… si tratta, a mio parere, di quello che Kuhn chiamerebbe “un cambio di paradigma”

      Mi piace

      • bortocal
        11/04/2009

        che la parola greca phýsis richiami alla “natura”, cioè alla intima struttura, di una cosa, e non alla natura come la intendiamo noi è addirittura ovvio, direi.

        la natura nel senso moderno del termine in greco è piuttosoto il kósmos, con una dimensione estetica di ordine e bellezza, di quiete ordinata e armoniosa.

        da notare ancora che anche parlando di “struttura” alteriamo in senso tecnicistico ciò che invece in greco ha un senso vitalistico.

        la radice di phýsis è la stessa di phýle, la specie, la famiglia allargata, dal verbo phýo, generare.

        scrivo tutto questo senza alcun supporto e a memoria, senza possibilità di controllo, quindi facci la tara e perdona se per caso sparo cavolate, per tradimenti della memoria.

        quindi intenderei così: “il processo della generazione ama restare nascosto”.

        non condivido affatto invece la seconda interpretazione.

        krýptesthai non può affatto rimandare ad una idea di morte, per il semplice motivo che vi è un verdo sinonimo in cui invece questa interfenza semantica è molto chiara, ed è il verbo kalýpto, a cui si ricollega al figura di dea dei morti di Kalýpso, presso cui Odísseus, dopo avere visitato il regno dei morti, trascorre sette anni: in fondo qualche mito della resurrezione lo ritroviamo anche nel mondo greco, qui molto nascosto e in qualche altro caso più esplicito.

        Krýpto è invece il nascondere per proteggere.

        lo si ritrova, ovviamente invisibile ai più, nel termine “apokrýphoi”, che non significa affatto “falsi”, come la chiesa cattolica è riuscita a far credere falsificando il significato autentico del termine, ma semplicemente “messi da parte per proteggerli”.

        insomma i vangeli apocrifi sono semplicemente i vangeli clandestini, quelli proibiti e salvati seppellendoli da qualche parte (per sfuggire alla condanna a morte che toccava a chi ne veniva in possesso: peccato che almeno un paio di loro, Giuda il Gemello e Filippo, siano più antichi degli altri e più vicini alla figura autentica di Jeshu).

        quindi l’espressione vista sopra (il processo della generazione ama restare nascosto) ha piuttosto questa sfumatura di senso “per proteggersi” (secondo me).

        – scusa, su questa piattaforma c’ém qualche strumento a quello degli amici su blogs.it, in maniera da legegre preferenzialmente qualcuno?

        se mi dai una dritta mi risparmi qualche ricerca.

        la foto delle mani te la mando per mail.

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Questa voce è stata pubblicata il 05/04/2009 da in Scrittura con tag .

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