Grafemi

Segni, parole, significato.

Leggere è creare

Cosa c’è di più bello dello scoprire di tenere tra le mani un gioiello dimenticato dal tempo? Circa due mesi fa, andando in giro per l’Italia, approfittando del fatto che le FS offrono un servizio che prevede 5 ore e 58 minuti per compiere poco più di 300 km, ho iniziato, letto e finito un bellissimo libro che (stavo per aggiungere ovviamente) non si trova più nel catalogo di nessuna casa editrice: Signorina Cuori Infranti, di Nathanael West. L’edizione che ho, perde i pezzi – le pagine vengono via a gruppi di sei, o otto.

nathanael west 1937

Mi capita spesso di comprare un libro, iniziarlo, e non riuscire a finirlo. Non sono un lettore facile: proprio per niente. Molto selettivo, e – forse sono un po’ presuntuoso, ma non saprei dirlo in altro modo – con un palato fine. Riconosco l’artificio, la voce disonesta, il trucco, la mancanza di ispirazione, l’imitazione, la sciatteria, la posa, dopo poche righe. A volte, si tratta di libri che molti considerano dei piccoli capolavori – di recente, mi sono arrabbiato sulle pagine di “Mercurio”, della Nothomb, che considero più pericolosa per la scrittura di un analfabetismo di ritorno. Mi ha stancato subito “Domani nella battaglia pensa a me” – mero esercizio di retorica, sebbene puntellato con buoni spunti e tanto mestiere. Mi sto ancora chiedendo, invece, se valga la pena di continuare “Tenera è la notte”, che considero un libro discreto, ma scritto con una tecnica fin troppo evidente.

Alla fine, se guardo bene, non mi rimane molto, da leggere. Cerco, spulcio, fiuto, annuso nelle librerie, nei siti web, e tra le righe di altri libri, la sottile scia che il genio ha lasciato tra tutte le pagine mai scritte. Quando la trovo, quando ne afferro un trattino, allora la seguo come farebbe un investigatore che ha trovato la pista giusta.

Unire, dunque. Trovare, a posteriori, una sorta di disegno dietro alle mie scelte – un criterio che descriva i miei gusti. Kafka, Roth, Nabokov, West, Salinger, Wallace, Flannery O’Connor. Bellow, De Lillo. Anche Le Carrè. Cos’è? Ieri su wikipedia ho avuto un piccolo tuffo al cuore. Cercando Nathanael West su wikipedia, ho trovato questo:

If one were to draw a family tree of authors who employed “black humor” in their works of fiction, West could be seen as the offspring of Gogol and Poe, and the progenitor of Saul Bellow, Vladimir Nabokov and Martin Amis (whose use of movingly inarticulate e-mails in Yellow Dog are a 21st century echo of the letters to Miss Lonelyhearts). A more direct and pronounced influence has been traced from West’s work to that of his near-contemporary, Flannery O’Connor

nabokov

Di West non sapevo nulla, prima di Signorina Cuori Infranti – che in inglese è Miss LonelyHearts. Ora scopro che se si dovesse disegnare un albero genealogico degli autori che usano il cosiddetto “umorismo nero” nelle loro opere di narrativa, West potrebbe essere visto come un discendente di Gogol (da me amato) e Poe (altrettanto amato), e il progenitore di Bellow, Nabokov e Martin Amis (che non conosco: ecco la prossima scia che seguirò). Un’influenza più diretta e pronunciata esiste da West verso la grandissima Flannery O’Connor (i cui libri di racconti sono praticamente introvabili in Italia: sul retro di copertina di un libro di racconti di Alice Munro – che ho letto con grande delusione – libro edito da Einaudi, la scrittrice canadese viene paragonata proprio a Flannery O’Connor, i cui libri proprio Einaudi ha smesso di ristampare).

o'connor

E’ dunque l’umorismo nero, ciò che lega gli autori che amo? Non so se basta questo. Kafka aveva un umorismo nero? Quando si dice che i racconti di Nabokov sono in qualche modo kafkiani, cosa si intende? E perché mi basta leggere una riga di West per capire che si tratta della stessa sostanza con la quale sono scritti i libri di Roth? Se dovessi dire – se fossi obbligato a farlo – cosa mi colpisce, dei miei autori, direi la stessa dolente umanità. Tutti i personaggi dei loro libri, tutte le comparse, sono viste con lo stesso sguardo empatico; e tutti i personaggi dei loro libri esprimono la loro umanità tramite piccole o grandi debolezze, dalle quali è impossibile allontanarsi.

Ma ci sono mille altre cose, che girano sotto. Nabokov, Roth e Wallace hanno via via destrutturato il romanzo, senza arrivare mai a distruggerlo ma anzi, dando a questo meraviglioso strumento di conoscenza, nuovo vigore. “Fuoco pallido”, uno dei romanzi più belli di Nabokov, contiene: un poema (meraviglioso) scritto da uno dei personaggi del libro; una folle esegesi del poema stesso, ad opera di un presunto studioso che cerca, tra i versi della poesia, inesistenti riferimenti al suo paese natio, che è Zembla – una nazione inventata da Nabokov; un’introduzione al poema stesso. Dov’è la “storia”? Dove il senso? E’ la dentro, nascosto tra i mille rimandi, nei giochi di specchi, nella seduzione della parola. Il significato, che tanti critici letterari cercano disperatamente nei libri, si materializza direttamente dentro alla testa di chi legge, senza che sia possibile, in alcun modo, esprimerlo – se non attraverso le 400 pagine che compongono il libro. E allora, un altro criterio che forse accomuna le mie scelte, è la complessità – cioè l’irriducibilità di quello che viene scritto rispetto a qualsiasi altra forma di comunicazione: saggio, riassunto, poesia, analisi esegetica, analisi psicologica. In questo senso – altra chiave di lettura – sono un seguace di Bloom: non il personaggio principale di Ulysse di Joyce, ma di Harold Bloom, critico letterario americano, che, come me (e, guarda caso, come Nabokov), aborre qualsiasi tentativo di scardinare un romanzo tramite la psicologia, che non aggiunge niente – se non le parole di chi si cimenta in questa impresa – a ciò che il romanzo voleva dire.

fitzgerald

E poi ci sono le coincidenze, che coincidenze non sono. West muore il 22 dicembre 1940, a 36 anni – senza che il suo genio fosse stato ancora riconosciuto (avrebbe voluto fare il romanziere di professione, ma i suoi libri erano accolti con così tante e feroci critiche, che si adattò a lavorare come sceneggiatore). Fitzgerald (che è ancora in attesa di poter entrare nel mio personale olimpo), il 21 dicembre 1940, poco più che quarantenne – dopo i successi giovanili, era ormai decaduto. Quindi Fitzgerald è morto un giorno prima di West. Entrambi, nei loro libri, parlano di Hollywood; entrambi hanno sofferto di cuore, entrambi sono morti giovani. Entrambi sono sopra il mio comodino – di West ho iniziato il bellissimo “Il giorno della locusta”, che avevo letto, senza comprendere, 25 anni fa. Alcuni dicono che l’incidente stradale che ha causato la morte di West (non si è fermato ad uno stop) sia stato dovuto alla disperazione che gli aveva invaso il cuore dopo aver appreso la notizia della morte di Fitzgerald. E’ vero, sono cose da niente.

Eppure, queste cose da niente, sono ciò che mi fanno intuire che un lettore, così come uno scrittore, ha un suo stile: perché leggere non è passare il tempo, non è imparare, non è capire, non è stupirsi, innamorarsi, perdersi – è anche tutto questo, certo – ma è, soprattutto, creare.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

13 commenti su “Leggere è creare

  1. morenafanti
    20/04/2009

    Quindi, leggere è più creativo dello scrivere? Il lettore è più scrittore [o ‘disegnatore’] dell’autore del libro?

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    • paolozardi
      20/04/2009

      E’ il rapporto che esiste tra un tramonto e la commozione di chi lo guarda: dove sta, la poesia? Nella luce del sole che diventa arancione per il filtro di uno spesso strato d’aria, o nello stupore di chi sa vedere, in questo fenomeno fisico, un segno dell’infinito, la metafora della fine, lo struggimento della sera?

      Lo scrittore è un “Creatore” nel senso biblico del termine: crea un Universo popolato di uomini e città, e sfondi sui quali si proiettano gli eventi.

      Il lettore deve ricreare quel mondo dentro di sé: e questo mondo sarà tanto più bello quanto maggiore sarà la sua capacità di cogliere la luce di quel tramonto.

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  2. morenafanti
    20/04/2009

    Sono convintissima che la poesia sia negli occhi di chi guarda. E’ nel ‘saper vedere’ le cose.
    I colori sono lì per tutti ma solo pochi li sanno davvero vedere.
    La capacità di raccontarli deriva da questo. E qui sta la creazione prima.
    Poi c’è la creazione di chi legge, e infatti anche qui non tutti cogliamo le stesse cose da uno stesso (seppur bellissimo) testo.
    In ogni lettura trasportiamo anche noi stessi e il nostro vissuto ed elaboriamo seguendo le emozioni che lo scrittore ci sa suscitare ( e questo a volte indipendetemente dalla sua bravura)
    Quindi, riassumendo, serve più ‘capacità’ per raccontare o per raccogliere il racconto?
    E una è dipendente dall’altra?

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    • paolozardi
      20/04/2009

      Direi di no – le due cose possono essere completamente indipendenti. E’ un po’ come per la musica: non serve essere intonati per emozionarsi con la voce di Nina Simone.

      E’ probabile, però, che dietro ad ogni ottimo scrittore ci sia anche un eccellente lettore: penso a Nabokov, Proust, Stendhal – che hanno dato contributi fondamentali proprio alla comprensione della scrittura, ai suoi meccanismi, a quello che c’è dietro.

      E c’è anche un caso di cui tener conto, e cioè: per chi scrive, uno scrittore, se non per il lettore che egli stesso è?

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  3. Diemme
    21/04/2009

    Torno con un po’ più di calma. Sono interessanti e condivisibili entrambi i punti di vista, ma mi sento più d’accordo con Paolo.

    Ovviamente, questo non spoglia lo scrittore delle sue capacità, e se vogliamo della sua responsabilità relativamente a stile e contenuti, tant’è vero che Paolo stesso è un lettore selettivo (se dipendesse unicamente dal lettore, allora tutto andrebbe bene); è vero però che chi scrive è il primo lettore del suo libro, e chi legge è il creatore dei sentimenti che suscita e dei messaggi che trasmette.

    Lo stesso testo può rivestire significati completamente diversi per lettori diversi, trasmettere emozioni positive o negative, a partire dalle stesse parole, accendere o spegnere le speranze e le illusioni a seconda del carattere e della storia personale del lettore.

    Da questo punto di vista il libro può diventare asettico, come un ottimo pranzo preparato da un cuoco superbo, che può provocare l’acquolina in bocca a uno e uno shock anafilattico a un altro (o persino allo stesso), che presenti un’allergia a un ingrediente.

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  4. infinitylive
    21/04/2009

    Ciao…ti ho letto con interesse, anche io non sono di facile presa, se non mi prende mentalmente il pezzo non termino la pagina…tutto deve emozionarmi.

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    • paolozardi
      21/04/2009

      Condivido. La lettura è, prima di tutto, emozione. Nabokov diceva che lo scrittore deve avere un solo obiettivo, il più semplice: far scorrere un brivido lungo la schiena del lettore.
      A suo parere, la pelle d’oca era l’unico criterio sensato per valutare uno scrittore….

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  5. morenafanti
    21/04/2009

    su questo fatto dei brividi sono pienamente d’accordo.
    in ogni senso. brividi di ogni tipo, ma brividi. e pelle d’oca.

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  6. infinitylive
    21/04/2009

    Condivido pienamente! 🙂 Nabokov, comunque in alcuni periodi della vita siamo più propensi a farci emozionare da quello che stiamo vivendo…grazie per il tuo passaggio nel mio piccolo luogo senza tempo.
    Sono sicura di me, perchè guardo con occhi che non ho: non esiste in me la superficialità, ma cerco di entrare in punta di piedi e con gentilezza nella vita altrui…tendendo una mano, se serve, molte volte ho messo i brividi e tante altre volte li rimetterò, questo perchè so soffrire e gioire per chi mi sta intorno, porgendo amore…riempendo così me stessa.
    Dicono che chi ha sofferto tanto diventi insensibile alla sofferenza altrui…io mi ritengo ipersensibile e pertanto un poeta.

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  7. Silvia
    21/04/2009

    Ciao Paolo. Non avevo letto oggi il tuo bellissimo post,perchè non avevo tempo, ma solo i commenti. Sono contenta che alla fine, in modi MOLTO diversi affermiamo la stessa cosa. Tu leggi molto più di me e hai una cultura e conoscenza molto più vaste, ma l’approccio percepisco che è molto simile. Mi sono riconosciuta nel fiutare…:)
    Leggere è soprattutto creare. E in questo bisogno di creazione che io considero anche trasformazione, seguiamo ciò che più esprime la nostra personalità in quel dato momento.
    Della Nothomb, che non conoscevo, ho letto di recente Stupore e Tremori. Mi è piaciuto il suo sguardo tagliente e impietoso di una donna rivolto ad un’altra donna. Brava secondo me.
    Buona serata.

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  8. vincenzo
    30/04/2009

    non dirmi che non devo più scrivere

    uccidimi
    con la pietra

    di me non rimane
    che un greppo di case
    un molo di parole dissimili
    il bianco crudo del pane

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Questa voce è stata pubblicata il 19/04/2009 da in Scrittura con tag , , , , .

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