La domanda

Dare definizioni, di qualsiasi cosa, significa togliere il novanta per cento della sostanza, per arrivare a quell’approssimazione che occupa il minor numero di righe. Lo sapeva Platone, quando ha scoperto che un bambino di cinque anni sa già dire cosa è un cavallo e cosa non lo è – entrambi i miei figli, tra l’anno e mezzo e i due anni, scambiavano una foca di plastica per un cane, e questo potrebbe essere un buon indizio per uno zoologo.

Comunque, se qualcuno – tipo Platone – mi chiedesse di dare una definizione di “romanzo occidentale”, io direi “strumento di conoscenza”. So di perdere molto. Tutta la sua capacità di intrattenimento, ad esempio – il suo dare piacere in senso lato.

Strumento di conoscenza irriducibile a qualsiasi altro strumento di conoscenza. Non compete con un trattato sociologico nel descrivere i meccanismi della società, non compete con le mappe mentali della psicologia quando descrive la psiche. La differenza? Il trattato, l’articolo scientifico, il manifesto di denuncia, la voce enciclopedica dà una risposta. Il romanzo, invece, pone una domanda. E questa domanda la pone non con la voce di chi scrive, ma con quella di chi legge.

Quando, nella Pastorale Americana di Roth, lo Svedese si scontra con l’amica di sua figlia, in una camera d’albergo, e lei lo accusa di essere uno sfruttatore capitalista, che ha sposato una donna che non ha mai avuto a cuore la figlia, e lui risponde che non sa neanche di cosa sta parlando – e inorridisce di fronte alla violenza verbale di quella ragazza – il punto di vista di chi legge continua ad oscillare continuamente da un capo all’altro di questa battaglia. Roth non prende posizione. Non fino in fondo. Crea una situazione che fa scaturire la domanda – chi ha ragione? O più in generale: capitalismo o comunismo? Protesta o anticonformismo? Ancora più in generale: padri o figli? Buoni o cattivi maestri? In cosa consiste l’educazione che una famiglia impartisce? Di chi sono i figli? Fino a dove si può spingere la lotta, la protesta? Fino alla morte? Se non lo può fare, perché? Quali valori si scontrano? Quali sono i miei?

In questo senso, il romanzo scrive un grande punto di domanda dentro al cuore del lettore. Che se ha il coraggio, se va fino in fondo, si porrà davvero, quella domanda – e se tenterà di darsi una risposta, allora il romanzo avrà svolto il suo compito, che spiega il motivo per il quale continuiamo a premiare con il Nobel chi scrive tanto quanto chi scopre la penicillina o la fusione nucleare: perché chi scrive spinge i limiti della conoscenza dell’uomo un po’ più in là.

Io ho una famiglia che reputo, per molti versi, felice. Abbiamo le nostre piccole magagne, ma siamo, nel nostro complesso, una risposta ad una domanda che pone la vita – cos’è l’amore? Qui, tra di noi, c’è l’amore tra un uomo e una donna – l’amore che passa per l’attrazione fisica, e quello che si nutre di solidarietà e tenerezza – l’amore verso i figli, l’amore dei figli verso i genitori, e l’amore tra fratelli. Le cose, bene o male, funzionano. Non ci possiamo lamentare. Per questo, scrivere un libro sulla mia famiglia non avrebbe nessun senso: le risposte si vivono, non si scrivono. Le famiglie così, non pongono domande a nessuno.

Ma supponiamo che, mentre il padre è fuori per lavoro, un aereo cada sulla casa nella quale tutta la sua famiglia sta pranzando. E che ci sia un romanzo che descriva questo fatto, in modo quasi asettico: l’uomo che torna a casa – vede la colonna di fumo a distanza di qualche chilometro, e mano a mano che si avvicina il cerchio si restringe – lui pensa “non su di loro, non su di loro”, e formula una speranza piena di orrore, cioè che sia caduto su un’altra casa, che abbia disintegrato la famiglia di un altro uomo come lui – poi i vigili del fuoco, lui che si inginocchia, e guarda verso l’alto. Grida qualcosa. Verso chi? Chi c’è là sopra, in cielo? Dio? E com’è, questo Dio che lascia che un aereo cada su tre innocenti? C’è un disegno? Ed è compatibile con la nostra felicità? Perché siamo lasciati in balia della morte? Quale la nostra colpa?

Immaginiamo, invece, che non cada nessun aereo. Che non succedano disgrazie, di nessun tipo. Semplicemente, il capofamiglia decide che è meglio andare a puttane che badare alla propria famiglia. Non ha un motivo preciso per farlo: solo una voglia che non si spiega. La distruzione, in altre parole, viene da dentro – non da un Dio incomprensibile che sta fuori. Perché lo fa? Siamo sicuri che la donna non abbia alcuna responsabilità? Che la famiglia sia davvero il luogo nel quale un individuo può trovare la sua soddisfazione? E’ facile schierarsi con gli offesi – ma davvero le cose stanno così? Qui la domanda è più sottile, perché crea due schieramenti opposti, ma della stessa sostanza – persone come noi, da una parte e dall’altra.

Questo, dunque, dovrebbe fare un romanzo: creare un contesto emotivo e dialettico capace di generare, per attrito, la necessità di conoscere. La risposta, però, la dobbiamo cercare dentro di noi.

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4 thoughts on “La domanda

  1. Molto vero. Un romanzo in cui tutto vada bene non avrebbe senso.
    Cosa ci mostrerebbe? Su cosa ci farebbe soffermare?
    E’ vero che un libro deve poterci regalare qualcosa, e che spesso l’autore ci mostra cose su cui riflettere, ma la storia? dove la mettiamo la storia, quella che ci risucchia e ci costringe a stare lì su quelle pagine finché gli occhi non si rifiutano e chiedono tregua?

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