Prima o poi

Si può piangere con un occhio solo, e per di più accecato? Il povero Polifemo, dopo essere stato ingannato da Nessuno, ed aver perso la vista e il gregge, si siede sul bordo della spiaggia, con la testa tra le mani, e si dispera. Odisseo intanto, che è salito sulla nave ed è già salvo, inizia ad insultare quel mostro che aveva mangiato sei dei suoi uomini – due la prima sera, due per colazione, e altri due durante la cena del secondo giorno. I suoi compagni di viaggio lo pregano di desistere, ma la rabbia che gli brucia il fegato è cosi grande che non riesce a trattenersi dal rivelare al Ciclope il proprio nome: “Ricordati, fu Odisseo a punirti per non aver dato ospitalità a coloro che te l’avevano chiesta”.

Sentendo queste parole, Polifemo si ricorda che tanti anni prima un famoso indovino gli aveva predetto che sarebbe stato accecato da un uomo di nome Odisseo. Ma perché, nonostante la profezia, non aveva usato nessuna accortezza nei confronti del re di Itaca? Perché aveva accettato il suo vino dolcissimo – quello che Odisseo era solito diluire in venti parti d’acqua – e aveva finito per cadere ubriaco a pochi metri da lui? Perché l’unico dono che aveva concesso al piccolo uomo, in cambio del nettare rosso, era stata la crudele promessa che l’avrebbe mangiato per ultimo? Il motivo è semplice, e lo spiega proprio Polifemo, in un momento di disperata, ingenua sincerità: era convinto che l’uomo che sarebbe venuto ad accecarlo sarebbe stato grande, bello, e dotato di una forza incredibile: che non potesse essere, cioè, quel piccolo uomo la cui unica arma era ben nascosta nella scatola della sua testa.

Tutta questa storia c’entra poco con la mia vita – se non per il fatto che l’ho letta a mio figlio ieri sera, prima di andare a letto, in una bellissima e fedelissima traduzione dell’Odissea in forma di prosa. E c’entra poco con le nostre vite di uomini occidentali, perché per noi le profezie non esistono: le uniche che siamo disposti ad ascoltare, sovrappensiero, mentre beviamo un caffè fumante, o in macchina andando al lavoro, sono gli stupidi oroscopi, dei quali ci ricordiamo, la sera, mentre torniamo a casa, o siamo a cena con la nostra famiglia, solo quando una coincidenza fortuita adegua la nostra vita a quelle vaghe parole.

Adesso che ci penso, però, ammetto che mi piacerebbe sapere cosa diceva il mio oroscopo di questa mattina: se aveva previsto, cioè, che oggi, al lavoro, avrei avuto davanti a me due belle ragazze molto diverse tra loro.
Lia è mora, carnagione quasi olivastra, gli occhi neri con un taglio orientale, un aspetto rumorosamente mediterraneo; Francesca, invece, è biondina, gli occhi azzurri, il viso un po’ rettangolare di certe donne russe, la pelle diafana, e mantiene una riservatezza che io non esiterei a definire scandinava. Se al mio posto fosse seduto quel filosofo che perse definitivamente la ragione a Torino, di fronte ad un cavallo ingiustamente bastonato dal suo cocchiere, allora lui potrebbe vedere, nelle mie compagne di tavolo, la perfetta rappresentazione delle due forze primarie che agitano l’uomo: lo spirito dionisiaco e quello apollineo. Un cinese, invece, direbbe che Lia e Francesca potrebbero comporre un cerchio perfetto incastrando i loro profili bicromatici come le due metà dello Yin-Yang. Ma io sono un ingegnere conformista che pensa a fare bene il suo lavoro, e poco altro: mi sono limitato, allora, a guardare dentro al mio cuore scuro per capire a quale delle due, in un ipotetico concorso di bellezza, avrei dato la mela della vincitrice. La mia conclusione, che non si discosta da tutte le mie altre conclusioni su problemi analoghi – problemi che ogni maschietto pone a se stesso decine di volte al giorno – è che Francesca la bionda è più bella, ma Lia la mora più sensuale. E non conosco le ragioni di questa preferenza, che si ripresenta sempre uguale: forse, c’è una qualche dea dell’Olimpo che me la soffia nell’orecchio.

Già che avevo iniziato a pensare ai miei gusti, con una piccola vertigine ho ripensato alle donne che ho amato nella mia vita; dopo aver sfogliato due o tre pagine di episodi più avvincenti che edificanti, ho preso in considerazione i due capitoli più importanti: quello sulla prima fidanzata con la quale ho condiviso 13 anni di vita (capitolo I), e l’ultimo, tutto incentrato sulla donna che è diventata mia moglie. Tralascio, per brevità, tutti quei dettagli del mio pensiero che risultano simili, nella loro indefinitezza, a quelle strisce che fluidi di colore e densità diversa producono quando vengono mescolati – come, ad esempio, la cioccolata fusa dentro ad un gelato che si sta addensando: qui, è sufficiente e opportuno dire soltanto che per tutta la durata del mio rapporto con la mia prima ragazza, ogni volta che pensavo al futuro, mi si presentava una curiosa immagine la cui provenienza, e il cui significato, mi erano sconosciuti, e che non somigliava all’idea che mi stavo facendo circa i giorni che sarebbero venuti.

In qualche modo, quell’immagine aveva le stesse caratteristiche “narrative” dei primi cinque minuti di un bellissimo film di Brian De Palma: Al Pacino, in arte Carlito, disteso su una barella spinta lungo il corridoio asettico di un ‘ospedale al neon, sta morendo. Il resto del film è un lunghissimo flashback in punto di morte, dove c’è solo un punto fermo: la fine. Lo spettatore è già stato messo al corrente che il personaggio principale verrà ucciso da qualcuno – si intravede un soffitto molto alto, e un uomo, o una donna, con il volto coperto che estrae una pistola e fa fuoco. In altre parole, la storia che viene raccontata inizia con una profezia a posteriori, che continua a insinuare la domanda: cosa dovrà cambiare, in una situazione in cui tutto pare andare bene, perché si possa arrivare a quel tragico epilogo?

Nella storia della mia vita, l’immagine che si presentava con tanta insistenza durante gli anni del mio primo lungo rapporto mostrava me e una mia moglie senza viso, seduti, entrambi, ai bordi di un letto accanto al quale si vedeva una libreria piena di libri. Lei era alta, serena, nuda e straniera. La luce, fuori dalla finestra, era il tipico cielo di Padova in aprile, bianco e lattiginoso. Ed era pomeriggio, e tutti e due avevamo più di trent’anni. Questa nitida visione non aveva nulla di onirico, profetico, o esoterico: assomigliava, piuttosto, ad un ricordo – e siccome quel ricordo, io non potevo ancora averlo (perché non avevo vissuto nulla di simile, fino a quel momento), doveva per forza essere il ricordo di qualcosa che avrei vissuto nel futuro.

Questo fenomeno, a dire il vero, di per sé non mi inquietava; il punto centrale del sogno, però, sì: perché la mia fidanzata, a parte la nudità, non aveva nulla in comune con quella donna; e la camera, che lei disegnava in tutti gli orribili progetti architettonici per la nostra casa e ai quali non mi opponevo solo per amore (adoro prendermi queste piccole, squallide rivincite postume!), non prevedeva mai una libreria. Mi succedeva allora di pensare, con un piccolo brivido cinematografico: cosa mai dovrà accadere nella mia vita, che ora sembra infilata nel letto di un fiume dagli argini altissimi, perché arrivi un giorno in cui io potrò ricordare un pomeriggio con quelle nitidissime caratteristiche? In altre parole, che faccia avrebbe avuto, con quale nome si sarebbe presentato, l’irriconoscibile Odisseo?
Se gliene parlavo, lei, che forse già presagiva la nostra ineludibile rovina, si tappava le orecchie, esattamente come faceva mio nonno quando non voleva dare ascolto ad una zingara che insisteva per leggergli la mano: cioè come se l’unico modo per opporsi al futuro fosse nascondere le tracce che aveva lasciato nel nostro presente.

Alla fine, Polifemo ha maledetto Odisseo; a suo padre, il dio Poseidone, ha chiesto di rendere il viaggio del suo irruente oculista lungo, difficile, pieno di lutti, e di assicurare che l’arrivo ad Itaca fosse terribile ed infelice. Fu ascoltato, per filo e per segno: d’altra parte, quando Polifemo urlava la sua terribile minaccia, Omero sapeva già come sarebbe andata a finire, tutta quella storia, e, a dire il vero, lo sapeva pure Odisseo che la stava raccontando.
Carlito, che per gran parte del flashback pianifica una vita lunga e finalmente felice, viene sorpreso mentre sta salendo sul treno della salvezza da un suo nemico magrolino al quale, per pietà, aveva risparmiato la vita. La mia camera ha una piccola libreria. Mia moglie è seduta sul bordo letto: è slovena, è alta, è serena. E fuori – serve dirlo? – il cielo è dipinto di bianco.

Annunci

One thought on “Prima o poi

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...