Grafemi

Segni, parole, significato.

Cenerentola, e la Kalevala

In una bellissima giornata di sole, gli abitanti di un piccolo paese di montagna si dedicano alle loro attività di sempre – fanno la spesa, passeggiano con i bambini, corrono dietro ad un palloncino rosso. All’improvviso, però, un ragazzino salito sopra un albero vede un fronte di nuvole nere che avanzano minacciose verso di loro, e avverte i suoi compaesani del pericolo che sta incombendo. Tutti scappano verso casa: nessuno, infatti, ha portato con sé un ombrello. Il cielo si fa scuro. Una carta bianca viene spinta dal vento verso l’alto, ed inizia a danzare tra i rami degli alberi, sopra i tetti delle case, su su, poi giù, giù, e gli occhi di un bambino la seguono attraverso il vetro di una finestra. Inizia a piovere così forte che tutti i papà hanno fatto entrare in casa anche i cani e i gatti. Un micio si stende vicino ad una stufa ed inizia a ronfare. Un cane lupo si mette comodo sul tappeto del salotto e sogna. Sogna un campo verde dove c’è un cavallo nero con una stella bianca in fronte, che bruca; si avvicina a lui un cavallo bianco con una stella nera in fronte, che gli chiede se vuole fare una gara. I due cavalli corrono sul prato. Ad un certo punto li raggiunge il cane, che corre felice con loro, e il gatto, che è diventato grande come una mucca. Ha gli occhi grandi e fa ciao con la mano – poi si distende sull’erba ed inizia a dormire ronfando, e sogna che ci sono due cavalli, uno bianco e uno nero, che stanno facendo una corsa in mezzo al prato…
Fino a qualche mese fa, Jurij voleva essere accompagnato da una favola nel suo breve cammino verso il sonno. Non ama le fiabe classiche, ad esclusione, forse, di Cappuccetto Rosso, specialmente nella parte in cui il lupo viene sventrato per far uscire nonna e bimba ancora intatte; preferisce storie che parlino di animali dei quali ha visto un documentario (un cucciolo di giaguaro che aiuta un coniglietto a cercare le carote), o di macchine (la rossa è lui, la bianca Matija, e arrivano sempre primi insieme). Ci sono sere in cui è davvero difficile inventare intrecci interessanti, o scene divertenti che lo facciano ridere; però è bello avere un ascoltatore così esigente, ed attento.
Ad un certo punto, arriva l’ora in cui si deve assolutamente dormire. E’ in quel momento che inizio la favola del paese di montagna che sta per essere raggiunto da un temporale. Ed è proprio quando il cane e il gatto iniziano a sognare, e gli oggetti che lui conosce si trasformano, ed assumono dimensioni irreali, che Jurij crolla.

cappuccetto rosso

L’asse della Terra è inclinato di circa 30 gradi rispetto all’asse verticale che passa dal Polo Nord al Polo Sud. Questa inclinazione determina le stagioni, che ogni essere umano ha modo di sperimentare nel corso di un anno della propria vita. La rotazione della Terra, invece, determina il giorno e la notte, che anche le bestie e le piante usano per ritmare il proprio tempo. Il fenomeno della precessione degli equinozi, invece, è molto meno conosciuto: in pratica l’asse della Terra, pur rimanendo sempre inclinato allo stesso modo, gira, a sua volta, attorno al proprio asse: in pratica, la punta dell’asse disegna, nel tempo, un cerchio, come una trottola. Questo movimento ha un periodo di circa 26.000 anni. Gli unici effetti percepibili che produce sono lo spostamento della stella polare (che ogni mille, millecinquecento anni, deve essere scelta diversa: duemila anni fa, il nord era indicato da una stella molto luminosa dalla stella che usiamo ora) e uno slittamento delle costellazioni. Quando si dice che siamo nell’era dell’Acquario, significa che attualmente l’equinozio di primavera “sorge” dalla costellazione dell’Acquario: nel corso dei secoli, l’equinozio è sorto da costellazioni diverse. Ma quanto tempo ci vuole per accorgersi di questo fenomeno? Lo slittamento di una costellazione richiede circa 2000 anni.

Precessing-top

Quando ero piccolo, il mago Silvan accompagnava le sue magie con una formula magica, sempre la stessa: Sim sala bin. A casa, io e i miei fratelli cercavamo di mettere in piedi rudimentali giochi di prestigio e ci sembrava che l’esito dipendesse soprattutto dalle parole che avremmo usato. D’altra parte, tutti i libri di magia riportano le formule magiche, cioè frasi dal significato oscuro, capaci di scatenare forze e fenomeni fuori dal normale. E’ evidente che questi uomini (e noi bambini) fossero (e fossimo) intimamente convinti che le parole avessero il potere di modificare il mondo che ci circondava.

silvan

Il Vangelo di Giovanni – il più mistico dei quattro – inizia con una frase celebre: in principio era il Verbo. In greco, Verbo è Logos, cioè parola. Dio, quindi, è Parola. A Messa, dopo che il prete ha letto un brano del Vangelo, e dice “Parola di Dio”, i fedeli rispondono “Rendiamo grazie a Dio”: Dio, dunque, esprime se stesso tramite le parole; la cerimonia che mette in comunicazione l’uomo con Dio si basa quasi esclusivamente su parole sempre uguali, pronunciate insieme. Il significato è stato espresso attraverso le parole; poi, le parole, come cristalli, sono diventate il significato stesso, il contenuto di ciò che si sta dicendo, e non rimandano più a nessun altro mondo, se non a quello che le contiene. Prima del Concilio, la cosa era ancora più evidente: la cerimonia religiosa era espressa tramite parole incomprensibili, e spesso storpiate, e si esauriva nella loro ripetizione; quelle preghiere, quelle litanine, quel Agnus dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis, erano espressioni tanto più intense quanto più diventavano astrazioni prive di senso. Questo, accade in tutte le religioni.

agnus dei

Adamo, dopo essere stato creato, in una delle due versioni della creazione del mondo che si intrecciano nel libro della Genesi cammina attraversa il paradiso terrestre per dare un nome alle bestie e alle piante che vede. Leggendo le parole scritte dell’anonimo autore, si ha l’impressione che Adamo, dando un nome alle cose, le strappi all’oscurità in cui si trovano per dare loro la vita. Intendeva questo, Giovanni, quando diceva che in principio era il Verbo? Di sicuro, un tempo era chiaro che le cose, e l’Universo in particolare, sono il frutto delle parole, e non viceversa. Se ne parla anche nelle favole che raccontano la precessione degli equinozi. Favole? E’ evidente che per poter misurare questo lentissimo movimento dell’asse della Terra sono necessarie misure che si estendono per un tempo superiore alla vita di un uomo; per tramandarle, è necessario anche avere un modo per trasmetterle: il modo scelto dalle popolazioni antiche era una fiaba di proporzioni gigantesche.

Adamo ed Eva

Ma il bello delle favole è che recano, in filigrana, tracce della civiltà che le ha prodotte: a volte, si tratta solo di saper leggere. Se si considera ad esempio Cenerentola, ognuno pensa alla versione di Disney, che è ricavata, in modo quasi pedissequo, dalla versione contenuta in una raccolta di Perrault, francese del settecento, che a sua volta riportava una versione trascritta da un italiano del 1600. Verrebbe quasi da dire che la giovane Cenerentola abbia almeno quattrocento anni: in realtà, notizie certe della sua storia compaiono, quasi contemporaneamente, in Egitto e in Cina intorno al cinquecento avanti Cristo. Tra le due possibili culle che hanno visto nascere la sfortunata ragazzina, si sceglie senza dubbio la Cina. Il motivo, lo si può vedere chiaramente avvicinandosi un po’ ai piedini di Cenerentola: quale civiltà considera il piede piccolo come segno distintivo di nobiltà? Le donne di quale popolo si fasciano i piedi, fino a storpiarli, con l’unico scopo di mantenerli minuscoli? Nel mondo ci sono circa 300 versioni di questa fiaba; tutte, hanno in comune questo particolare del piede come strumento utilizzato dal principe per individuare la ragazza conosciuta al ballo: la qual cosa ha senso solo in Cina, e in nessuna altra parte del mondo. A proposito, il ballo: com’era? Il principe era simile ad un ufficiale, e il castello al palazzo della principessa Sissi? La Cenerentola europea si è cristallizzata intorno al 1200 – zoom sul libro di storia delle medie, ed ecco comparire una miriade di paesi pieni di straccioni, e foto, disegni, piante, di piccoli castelli flagellati dagli spifferi. I balli – coraggio, un po’ di sano realismo – sono tutti simili a certe danze celtiche. Ma soprattutto, c’è freddo, freddo ovunque: un freddo medioevale contro il quale si cerca ogni genere di riparo. Eppure Perrault ci racconta di una ragazzina che va a ballare con delle scarpette di cristallo. Anzi, no: il cristallo lo mette Disney: nella fiaba del francese si parla di “vetro”. Scarpe di vetro. Nel 1200. Ma era proprio vetro? Perrault scrive verre. Ma Perrault non è l’unico ad aver raccolto la favola di Cenerentola: e se andiamo a vedere, ad esempio, cosa scrive Balzac, troveremo una parola che si pronuncia esattamente allo stesso modo, ma che si scrive vair. Che significa scoiattolo. Rimanendo nell’immaginario disneyano, ecco che compaiono Cip e Ciop prima saltellanti, poi scuoiati, quindi conciati per costruire un bel paio di scarpette. Ma in realtà, lo scoiattolo del 1200 è quell’animale che gli slavi chiamano veveriza, cioè una specie di ermellino con il pelo color colombina. Ecco dunque un errore di interpretazione che si forma semplicemente per assonanza, e che trasforma una fiaba in qualcos’altro e un bel paio di scarpette di scoiattolo in una scomodissima coppia di scarpette di cristallo. Ma trasformano dove? In quale dominio? Qui si parla di favole, e parole: non di realtà.

scarpa di cenerentola da viva

Il punto è che neppure noi sappiamo cosa sia la realtà – o meglio: non lo sappiamo più da quando abbiamo iniziato a parlare. Nella testa, le nostre parole hanno preso il posto degli oggetti che rappresentano, acquistando così un’esistenza autonoma: si staccano dal mondo dal quale erano partite, e diventano oggetti a loro volta; oggetti ai quali si applica il nostro pensiero. Tornando alla Bibbia – il testo più frainteso di tutti i tempi – tutti sanno che il cammello che non passa attraverso la cruna dell’ago è in realtà una gomena, che in greco si indica con la parola Kamilos, simile a Kamelos. Fortunatamente, la religione cattolica non ha basato la propria teologia, e la conseguente mistica, su questo episodio mal tradotto del Vangelo: in compenso, ha travisato il senso della parola ebraica almàh, che significa giovane donna, che in greco è stata resa con parthenos, che signica tecnicamente virgo intacta: su questo errore ha costruito il dogma della verginità di Maria, e l’assenza di peccato, e tutto il resto. Così come la formula che descrive un moto uniformemente accelerato, che è un fenomeno fisico, si ottiene nel dominio della matematica derivando la formula del moto uniforme – la simbologia matematica permette questo passaggio – allo stesso modo la teologia cristiana, pur partendo da alcuni eventi del mondo reale, si è poi evoluta quasi esclusivamente nel mondo delle parole: esattamente come è successo alla scarpetta di Cenerentola, dove la somiglianza tra lo scoiattolo e il vetro esiste solo a livello fonetico.

L’evoluzionismo darwiniano ha avuto il merito di spiegare la storia della vita e i meccanismi che hanno permesso di arrivare al cervello umano partendo da un brodino caldo e primordiale. Il suo successo è stato tale che molti studiosi di altre discipline – diverse dalla biologia e dall’etologia – hanno applicato lo stesso metodo, pedissequamente, ai propri ambiti di studio. Chi si è occupato della storia del pensiero, ad esempio, considerando (da dentro) la scienza occidentale come il punto più alto raggiunto dal pensiero umano, ha finito per vedere il passato come un mondo popolato di uomini ingenui e completamente inconsapevoli. Questa conclusione deriva da una semplice constatazione: siccome il sapere tecnico occidentale si esprime, e si tramanda, tramite il simbolismo matematico, e si ottiene tramite il matrimonio tra teoria ed esperimento, allora ogni sapere tecnico che non possieda gli stessi strumenti, o lo stesso approccio, è fantasia, favola, arte ingenua, leggenda, mito.

darwin

Ma il punto di partenza è sbagliato. Tutti i popoli del mondo conoscono la precessione degli equinozi. Questo significa: misure, confronti, e sapienza tramandata. Il modo l’abbiamo già detto: tramite storie mitiche che, viste con i nostri occhi molto scientifici, assumono l’aspetto di favole piene di cose assurde ed impossibili, e personaggi a volte divini, a volte inspiegabili. Ma tramandata da quanto tempo? Sull’argomento si aprono scenari molto interessanti. La storia che spiega la precessione degli equinozi viene raccontata, con dettagli e nomi diversi, in tutte le parti del mondo. I disegni rinvenuti nelle piramide atzeche sono gli stessi che si vedono in alcuni vecchi fogli cinesi; nel cuore dell’Africa alcune tribù sono riuscite a spiegare ad alcuni antropologi, che con pazienza hanno acquisito la loro fiducia, la loro cosmologia la quale ricalca fedelmente alcune storie raccontate in Islanda, o nel cuore dell’India. Certo, i nomi cambiano: anche Cenerentola ha cambiato nome di popolo in popolo, ma ha sempre mantenuto i piedi piccoli. E nella storia delle precessioni, in quella fiaba che ha permesso di trasferire sapienza da una generazione all’altra, c’è sempre un grande mulino che macina farina, che ad un certo punto esce dal proprio asse, con grande sgomento di tutti.
Alcuni psicologi sostengono che la presenza di miti simili nelle diverse culture è spiegabile con il fatto che si tratta, in realtà, di mappe mentali: di storie in qualche modo cromosomiche, o comunque presenti in qualche area molto profonda del nostro cervello. Funzionerebbe, insomma, un po’ come per il linguaggio, che ormai quasi tutti i linguisti del mondo considerano un istinto: dentro alla nostra testa esiste già una grammatica, che aspetta di essere riempita con la versione particolare della lingua parlata dai propri simili. Una simile teoria applicata ai miti resiste fintanto che le analogie rimangono a livello di struttura narrativa – il figlio che uccide il padre per diventare re, o l’eroe che deve superare delle imprese per emanciparsi e diventare adulto – ma diventa meno credibile quando i particolari comuni sono del tutto irrilevanti alla funzione narrativa. Nel caso della precessione degli equinozi, tutte le storie di tutti i popoli del mondo condividono un dettaglio molto marginale: il personaggio principale, ad un certo punto della storia, si fabbrica dei piccoli uncini che poi userà per compiere la propria vendetta. Chi se la sentirebbe di dire che gli uncini sono una proiezione dell’inconscio? Ma non c’è solo questo. Le Pleiadi, stelle del cielo particolarmente visibili, vengono chiamate con nomi di cani quasi ovunque (lo facciamo anche noi: le pleiadi erano i cani da caccia di Orione). E per far capire quanto lontane siano le origini delle osservazioni del cielo, si potrebbe notare che nel mondo anglosassone queste stelle sono legate al culto dei morti, e quindi ad Halloween, perché visibili proprio tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre: ma di 2000 anni fa! Ora, per la precessione, queste stelle sono slittate di circa un mese.

pleiadi

Ma di tutta questa teoria della precessione degli equinozi, l’aspetto che qui ci interessa si trova dentro alla storia che viene raccontata da tutti i popoli: il personaggio principale (al quale si ispira, tra l’altro, l’Amleto di Shakespeare) è in grado di modificare il mondo con le proprie parole. Ritorna quindi, ancora una volta, l’idea che le parole non siano semplicemente dei suoni che vanno da una bocca ad un orecchio, ma che contengano straordinari poteri capaci di cambiare le cose.
Alcuni neurologi sostengono che il linguaggio sia nato nel momento in cui sono nate le città e il potere: per trasmettere il comando da chi comandava a chi obbediva era necessario “trasportare” questa volontà da una parte all’altra. Quale mezzo migliore della scatola cranica? Gli ordini venivano comunicati ad una persona, la quale portava, dentro di sé, il ricordo di quella voce: sempre secondo gli stessi neurologi, le parole che aveva udito venivano incamerate nella parte destra del cervello, dove rimanevano come un corpo estraneo e da dove inviavano gli ordini alla parte sinistra, la quale ubbidiva. E’ impressionante che in tutta l’Iliade e in tutta l’Odissea non esistano verbi che appartengano alla famiglia del “pensare”: gli eroi, ogni volta che devono decidere qualcosa, sentono delle voci, che imputano agli dei: a queste voci, devono obbedire, esattamente come fa Aiace Telamonio quando uccide i buoi credendoli uomini.
Questa separazione, dunque, tra parole che ordinano e soggetti che eseguono – separazione che, sempre secondo quei neurologi, è caduta intorno al 500 a.C., in Grecia – avrebbe potuto indurre gli antichi che lo stesso procedimento potesse essere utilizzato per le cose. E tutto questo diventa poesia.
Nel Kalevala, che è il poema epico finlandese che contiene i riferimenti al mulino e alle precessioni, l’eroe Väinämöinen viene sfidato dal giovane Joukahainen. Il combattimento si svolge tramite un botta e risposta di canti magici.
Ecco come attacca Joukahainen, nel terzo runo, i canti di cui si compone l’opera:

E s’io voglio entrare in gara,
fare prova fra le genti,
chi m’incanta so incantare,
chi mi strega so stregare:
ed il mago ch’è il migliore
saprò far che sia il peggiore!
Gareggiamo nel cantare,
cominciamo a dire i carmi,
sì che l’uno insegni all’altro,
faccia l’un coll’altro a gara!

Dopo che Väinämöinen accetta la sfida, il giovane inizia ad elencare, in forma di poesia, tutto il suo sapere, che è anche il sapere di un buon finlandese tra di duemila anni fa:

Sta sul liscio il lavareto,
ha il salmon dimora piana.
Sfrega il luccio quand’è freddo,
il bavoso all’uragano.
E la perca timorosa
nuota a autunno nel profondo,
sfrega a estate nelle secche
e scodinzola alla spiaggia.
Ara Pohja con le renne,
Etelä con le cavalle,
Takalappi ara con gli alci.
Ben so gli alberi di Pisa,
sulle rocce d’Horna i pini:
lunghi gli alberi di Pisa,
lunghi i pini sulle rocce.
Tre cascate son, violente
e son tre laghi superbi,
tre montagne vi son, alte
qua del ciel sotto il coperchio:
non il vortice di Hällä,
non di Kaatra la cascata;
han finora il Vuoksi vinto,
han l’Imatra superata.
Io l’origin so del merlo,
so che il merlo è fra gli uccelli,
so che l’aspide è un serpente,
che la perca è un pesce d’acqua,
so che il ferro può piegarsi,
che la terra è nera ed aspra,
che bollendo l’acqua scotta,
ch’è malvagio il fuoco ardente.
L’acqua è il primo degli unguenti,
e la spuma, dei rimedi,
è il Creator il primo fra i maghi,
primo Iddio fra i guaritori.
L’acqua ha origine dal monte
e dal cielo viene il fuoco,
dalla ruggin viene il ferro,
dalla roccia nasce il rame.

E continua così, per versi e versi. Tuttavia, il suo sapere non è sufficiente per vincere la potenza della parola di Väinämöinen, che è in grado di modificare il mondo. Quando inizia a parlare, infatti:

si scosser laghi e terre,
vacillaron le montagne,
s’agitarono le pietre,
si spaccarono gli scogli
ed i sassi sulla spiaggia.
Al suo canto, l’aurea slitta
diventò muffito tronco;
trasformò l’adorna frusta
in un giunco della spiaggia;
il destrier stellato in fronte,
in un masso del torrente.
L’elsa d’oro della spada
in un fulmine del cielo,
fe’ dell’arco variopinto
sopra l’acque arcobaleno,
fece delle frecce alate
nibbi e rapidi sparvieri,
e del can dal muso aguzzo
una pietra da confini.

E poco dopo si arriva al punto più alto: con le sue parole, riesce ad avvitare nel fango della palude il giovane e presuntuoso sfidante. Parola dopo parola, lo fa affondare nella terra: lui cerca di alzare i piedi, ma non ci riesce; poi il petto si stringe d’angoscia e scongiura il vecchio bardo di ritirare indietro i suoi scongiuri e i santi detti. Dopo una lunga trattativa, sempre in rima, durante la quale il vecchio spinge il giovane sempre più a fondo, con la sola forza della voce, arrivano ad un accordo (che poi sarà fondamentale per la storia portante dell’epopea, che è quella ispirata alla precessione degli equinozi, e al mulino che la descrive). La liberazione del giovane è semplicemente geniale: Väinämöinen ritira i santi detti semplicemente recitandoli al contrario, come se in mano avesse un cacciavite che può girare in senso orario o antiorario. Il giovane Joukahainen, parola dopo parola, viene letteralmente tirato fuori dal fango. Non è meraviglioso?

kalevala

Tutto questo ora sembra impossibile: eppure Jurij si addormenta con le mie favole. E a te, qualche volta, è capitato di piangere o ridere per qualcosa che che hai letto? Sono solo parole, certo. Ma sono tutte dentro di te…

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

2 commenti su “Cenerentola, e la Kalevala

  1. morenafanti
    30/04/2009

    la ‘scarpa di cenerentola da viva’ è una delizia.
    non ho ancora letto tutto ma questo dovevo dirtelo

    Mi piace

  2. Diemme
    02/05/2009

    Anch’io non l’ho ancora letto tutto, ma è stupendo!

    Spero di riuscire a tornare prestissimo…

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 29/04/2009 da in Arte, Scrittura con tag , , , .

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