Grafemi

Segni, parole, significato.

Il futuro di una volta

Poco tempo fa ho ritrovato un vecchio libro di fumetti che leggevo quando non avevo ancora dieci anni. Il personaggio principale si chiamava Dan Dare, ed era un tenente colonnello molto giovane, che prestava servizio per l’aeronautica spaziale della Gran Bretagna – e in effetti, in quei fumetti tutto suggeriva l’idea della compostezza e della flemma, e della forza e del coraggio, tipicamente inglese: colonialisti del ventunesimo secolo.
In realtà, le storie si svolgevano alla fine del millenovecento; scritte tra la fine degli anni quaranta e i primi anni sessanta, parlavano di un mondo molto simile al nostro – un’epoca in cui la tecnologia spaziale aveva fatto portentosi passi da gigante, mentre, ad esempio, telefoni, materiali per la costruzione dei velivoli, pettinature, ambizioni, erano rimaste assolutamente uguali a quelle immediatamente dopo la seconda guerra mondiale.
Dan Dare, il personaggio, sarebbe nato nel 1967, e a trent’anni – nel 1997, per capirsi, quando in Italia è iniziata la liberalizzazione dei voli arei – avrebbe già guidato importanti missioni interplanetarie. Le cose, insomma, erano andate per il verso giusto – la curva di crescita che la tecnologia aveva seguito tra il 1900 e il 1950 era stata correttamente estrapolata, e portata alle sue naturali conclusioni. Il futuro, intravisto dal 1955, era qualcosa che riservava grandi, bellissime soddisfazioni.

Dan Dare

La sensazione che l’evolvere del tempo possa essere considerato, di per sé, sufficiente a giustificare l’idea di progresso, è una conquista – se così si può chiamare – piuttosto recente. Ai tempi dei Romani, si parlava con nostalgia dell’Età dell’Oro, e ciascuno era convinto che fosse in atto una continua ed inarrestabile decadenza. Nel medioevo, quando scoprirono i resti di una battaglia di quei romani che rimpiangevano i tempi passati, rimasero sorpresi dalle dimensioni esageratamente grandi delle armature. Questo confermò loro l’impressione che avevano, e che cioè c’era stato un tempo in cui la gente mangiava, era grande, non faticava; e che ora le cose non andavano affatto così.

Un’idea ottimistica di progresso si è affacciata, per la prima volta, con l’Illuminismo – complice, forse, l’uso sistematico che la gente aveva iniziato a fare del caffè. Progresso, da progredior, latino, che però rchiede, per rimanere in piedi, la presenza di un complemento di moto a luogo. Letteralmente significa “andare avanti verso”. Ma verso cosa? Perché nessuno ha mai sentito il bisogno di specificare quale fosse l’obiettivo di questa crescita, o di questa evoluzione, o più in generale di questa continua modifica del modo di vivere della popolazione del mondo?

anni cinquanta

In ogni caso, noi, generazione nata tra gli anni sessanta e gli anni ottanta, avevamo davanti agli occhi diversi esempi di cosa potesse significare, la parola progresso. I nonni ci raccontavano di quando non avevano da mangiare, o non aveva il telefono, o andavano a vedere la televisione al bar – e vedevamo che erano più bassi dei nostri genitori, mentre noi ci accingevamo a superare mamma e papà in altezza, e non avevamo neanche quattordici anni. Parlando con una ragazza, scoprii che per lei era fisiologico che i figli fossero più alti dei propri genitori – non seppe rispondere quando le chiesi quanto dovevano essere alti gli uomini tre o quattrocento anni fa (e tra l’altro, lei non superò sua madre in altezza).

In questa progressione, vedevamo crescere tutto: cultura, altezza, ricchezza, benessere, bianchezza e regolarità dei denti, risorse a disposizione, comodità. Ad alcuni scienziati degli anni settanta o ottanta chiesero di immaginare come sarebbe stato il futuro prossimo, l’inizio del nuovo secolo: nessuno immaginò qualcosa di simile ad Internet, o ai cellulari, mentre si sprecarono i mezzi di trasporto basati su navicelle interurbane, e altre minchiate del genere.

anni cinquanta

Le persone che erano adulte negli anni cinquanta o sessanta, ancora più di noi, vedevano margini di crescita – economica, culturale – a portata di mano. Guardavano i paesini dai quali erano partiti, lasciando mamme piangenti e padri commossi sul ciglio della porta, e li confrontavano con le città nelle quali vivevano, con le automobili che ogni famiglia ora possedeva. A casa, riuscivano anche a mandare qualcosa – spesso quanto bastava per fare studiare due o tre fratellini più piccoli. Parlavano italiano invece che dialetto, avevano il tempo di leggere libri di Freud e Spock per decidere come allevare i propri figli (noi) in modo diverso, e ci credevano – non importa i disastri che sono scaturiti: c’era l’idea, e la voglia, che si potesse fare meglio – contestavano il potere con durezza e coraggio: immaginavano che i loro figli sarebbero andati in vacanza sulla Luna, da grandi. C’era un’unica certezza: le cose, potevano andare solo meglio. Il futuro che li aspettava era migliore del passato che lasciavano dietro alle spalle. C’era ottimismo. La gente guardava fuori, avanti, cercava di pensare che potevano esistere modelli economici e politici più giusti; che si poteva provare a mettere l’amore al primo posto, o la solidarietà, o i diritti degli operai, o i bambini, o la fantasia, il diritto all’autodeterminazione. Il futuro era un grande campo che avrebbe offerto frutti sempre più ricchi: c’era solo da decidere come gestirli.

woodstock

Non c’è più il futuro di una volta. Ora, ci sono la Cina, il petrolio, i terroristi islamici, la bomba nucleare dell’Iran, gli extracomunitari che bussano alle nostre porte, che tirano sotto i nostri figli, che ci rapinano le case. L’economia va male, va male, va male da dieci, quindici anni. C’è crisi, c’è recessione, non c’è crescita, il PIL è fermo, l’Itala all’ultimo posto in Europa, l’Europa all’ultimo posto nel mondo, non ci sono soldi per arrivare a fine mese – come potremmo pensare di andare a costruire la nostra casa sulla Luna? Viviamo in un’epoca nella quale sono stati banditi i sogni: le campagne elettorali si giocano sull’ICI, sulla difesa dei piccoli vantaggi acquisiti nel corso degli anni, sul livello più o meno alto del precariato, sul numero di persone dell’Alitalia che verranno lasciate a casa, sui processi sì processi no. Non esiste alcun progetto strutturale. Tutti, ritengono che questo mondo che ci fa così tanta paura sia anche l’unico al quale possiamo aspirare – che la politica debba occuparsi di come minimizzare i danni che inevitabilmente arriveranno; come un conto in sospeso da pagare, e nulla di più. Il capitalismo (che ora si chiama più eufemisticamente “libero mercato”, sebbene questa formula, vaga come la parola “progresso”, non specifichi per chi sia libero, questo mercato – se per lo straccione che cerca lavoro, per il paese del terzo mondo che viene succhiato da una multinazionale, o dal presidente di una multinazionale che succhia), il capitalismo, dicevo, non è neppure più messo in discussione, se non dal Papa, qualche volta. Questo, signori, è il mondo: unico, immodificabile – le regole del gioco sono già state fissate: noi siamo dalla parte giusta, ma ancora per un po’. Vivacchiamo. Continuiamo a dare le stesse identiche risposte a problemi, e sfide, sempre diverse. I nostri politici sono la brutta copia di quelli che avevamo cinquant’anni fa – sappiamo che sono ignoranti, privi di fantasia, uomini di spettacolo piuttosto che grandi visionari. Il futuro dei nostri figli l’abbiamo messo nelle mani di persone come Gasparri – per il cui quoziente d’intelligenza si deve ricorrere all’algebra – o come Berlusconi, che ha chiaro il palinsesto del prossimo anno di Canale 5, ma non cosa dovrebbe essere l’Italia per poter tornare a sperare. Abbiamo smesso di pensare che il futuro possa essere diverso da quello che vediamo per televisione. Ripeto: non esiste più il futuro di una volta.

E quando rileggo Dan Dare, le sue missioni in cui riesce a stipulare un’alleanza con popoli di altre galassie per distruggere un satellite in picchiata sulla Terra, o quando accetta di partecipare alla missione – follemente pericolosa – di andare a scoprire cosa nasconde l’Universo più remoto – non posso non pensare che i fumetti sono un termometro piantato nel cuore della gente – e che del nostro cuore dicono molto più di quello che si è disposti ad ammettere…

bollettino ici

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

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Questa voce è stata pubblicata il 05/05/2009 da in Politica con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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