Lo spazio, il tempo, e da qualche parte anch’io

Sono seduto sulle poltrone blu di un treno che mi sta portando da La Spezia a Parma. Sullo schermo dei finestrini sfilano i verdi, patriottici Appennini. Il vagone proietta la propria ombra su una vegetazione rigogliosa, sui bordi di un ponte che scavalca un torrente la cui acqua sembra fresca anche a cento metri di distanza. Una casetta si affaccia su una rotonda in miniatura – forse, senza saperlo, sono passato accanto ad un paese di piccoli gnomi che si spostano su minuscoli tricicli. Ogni tanto, il treno si infila sotto un monte, penetrando il suo cuore antico: dal finestrino, aperto per un caldo quasi estivo, entra il rombo temporalesco della galleria. L’aria muove le tendine, che si muovono come fantasmi agitati.

La casetta sulla rotonda.

Sono passati meno di cinque minuti da quando l’ho vista – chiudo gli occhi e vedo i suoi muri con mattoni rossi a vista, le imposte verdi, il tetto un po’ spiovente: da queste parti, d’inverno, nevica parecchio. Mentre guardo i miei ricordi, entriamo di nuovo sotto una galleria; sui bordi anneriti c’è una linea bianca formata da diversi segmenti, inclinati ora in un senso, ora nell’altro, come a formare il profilo di basse montagne innevate. Se socchiudo gli occhi, e smetto di pensare, vedo un punto bianco che sale e scende, con un andamento sinusoidale.

Il torrente con l’acqua fresca. Erano le 17.55, quando ci siamo passati sopra. Ora sono le 18.04. Ora sono le 18.05. Ora. Mentre lo scrivo, quel momento è già finito. E’ banale, e allo stesso tempo incredibile, il fatto che la parola “adesso” si riferisca inevitabilmente al passato non appena si è finito di dirla. Altrettanto banalmente incredibile è che quel torrente non solo si trovi a qualche chilometro da qui, ma anche che sia posizionato in un tempo che non esiste più. Se tornassi indietro, troverei un torrente diverso da quello delle 17.55, e diverso da quello che sta scorrendo ora. Ora per modo di dire: ecco, è già passato.

Di nuovo in galleria. Di nuovo il fragore, e la linea bianca che diventa un punto in movimento. Trascinando i miei occhi alla velocità del treno, regalo a quegli immobili segmenti il dono del moto – lo stesso trucco che usiamo per spostare il Sole da Oriente ad Occidente, ogni santo giorno.

Qualcuno dice che la vita di un uomo è un libro che Dio sta leggendo: come dire che l’ultima pagina è già scritta, e che il nostro presente è il punto sul quale è posizionato il suo ditone. Non mi sono mai interessati i discorsi sul destino – trovo che si tratti semplicemente di un problema mal posto, o di una tautologica spiegazione che si limita ad aggiungere stupore alla considerazione che le cose vanno per forza nell’unico modo in cui vanno, perché se andassero in modo diverso, andrebbero in quell’unico altro modo. La storia del libro letto da Dio, però, contiene una bella idea, e cioè che il tempo potrebbe essere un dito che si muove – cioè la quarta dimensione sarebbe solo un particolare effetto dello spazio che viene proiettato sulla percezione di qualcuno che viene in qualche modo letto. O che il tempo sia, in realtà, proprio quel Dio che sta sfogliando le nostre vite, giorno dopo giorno.

Seduta davanti a me c’è una ragazza che legge una guida sul Sudafrica, una pagina dopo l’altra. Io, oltre a raspare le mie unghie sulle 26 lettere della mia tastiera, con la curiosa voglia di trasformare tre lunghe insignificanti parole – qwertyuiop, asdfghjkl e zxcvbnm – in qualcosa che sia comprensibile almeno in Italia, almeno nel 2009, ascolto canzoni con un’imitazione dell’i-Pod. Il ritmo è tempo. Il tempo è ciò che sta tra un colpo di batteria e quello successivo – quel silenzio in cui non accade nulla. E non esiste modo di soffermarsi, su quel silenzio, se non mettendolo a tacere. La musica si scrive da sinistra a destra, e sono punti disegnati nello spazio. Esiste un programma che permette di ascoltare qualsiasi cosa al contrario, dalla fine all’inizio. Mentre faccio un po’ di esperimenti, il mio orologio continua a dire che comunque il tempo si muove in senso orario; e Yesterday, ascoltata all’indietro, non assomiglia per niente a Tomorrow.

Risulta piuttosto facile spostarsi da un punto ad un altro, e poi tornare indietro: potrei avvicinare la mia mano al viso della ragazza davanti a me, e poi riportarla sulla tastiera, in modo del tutto reversibile: sembra, insomma, che lo spazio possa essere percorso in tutte le direzioni. Un bambino piccolino potrebbe chiedere: perché non è lo stesso con il tempo? Perché devo credere che il tempo passato e il tempo futuro non esistano più, o non esistano ancora? Risposta ovvia: perché il tempo e lo spazio sono fatte di una materia diversa. Lo spazio è terra, orizzonte, strade, nuvole, dietro e davanti, spostamento laterale; il tempo è qualcosa che non si vede, non si tocca, a malapena si ascolta; oppure è sabbia che scende dalla boccia alta a quella bassa di una clessidra – qualcosa che ha la stessa unica direzione della gravità terrestre. Parma ad esempio, la città verso la quale sto andando, esiste anche adesso – non sarai così ingenuo da credere che l’unico punto reale è quello in cui ti trovi, vero? Ma a questa versione tutta muscoli e ragione di me, risponderei che io mi trovo solamente qui, e solamente ora: quando, e se, arriverò a Parma, non sarò più su questo treno che adesso sta attraversando una morbida vallata, cioè il mio qui sarà là e il mio sarà qua, e non sarà più questo adesso, ma sarà quello: il tempo rende impossibile la presenza di più punti dello spazio contemporaneamente. E lo spazio che le lancette del mio orologio percorrono sul mio quadrante mi impediscono di essere in due momenti diversi contemporaneamente: posso arrivare a toccare le nove di sera, purché io mi rassegni al fatto che non potrò più essere anche alle sei.

Ma tra poco scenderà la notte. Il sole ha già iniziato a tramontare; le stelline si accenderanno una ad una, e dal treno che mi porterà da Parma a Bologna, o dai finestrini di quello che mi porterà da Bologna a Padova (che ora sarà fermo in qualche binario morto) le vedrò brillare in cielo. Adoro le notti stellate. La via Lattea, in particolare, mi regala una vibrante sensazione di infinito: che meraviglia stare sotto quel tetto di diamanti! Metà dell’Universo intero spalancato davanti ai miei occhi – un dono così grande, del quale non saprei neppure chi ringraziare. Ma la luce mi gioca un brutto scherzo: vedo cose che sono accadute in tempi diversi, e che giungono, sparse, fino a questo puntino che sono io adesso. Accanto ad una stella che brillava una ventina di anni fa, ecco luccicare una lampadina che era in quel punto ai tempi dei dinosauri, e cose ancora più lontane, e antiche. Lo spazio che mi circonda è un’illusione temporale, un immenso collage di momenti diversi sul quale timido mi affaccio. Quanti tempi esistono? Il passato di quei forni nucleari è il mio presente – e che bello pensare che il nostro pianeta visto da laggiù potrebbe essere il loro futuro. Il tempo si propaga nello spazio con velocità finita; una cosa accadde ora, ma solo in quel punto: in un altro luogo, accade dopo, o anche molto dopo. Anche quando la causa di tutto ha già cessato di essere. Non esiste un unico ‘Universo: ne esistono tanti quanti sono i punti dai quali lo si può osservare.

Questa mattina, una stella che brilla ad un milione di anni luce è esplosa all’improvviso. Nel mio futuro, a pagina un milione e trentotto, c’è scritto che in un cielo notturno da levare il fiato vedrò luccicare uno sfavillio lontano.

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5 thoughts on “Lo spazio, il tempo, e da qualche parte anch’io

  1. raccontare è fare entrare un altro nei nostri pensieri. mi sono fermata a pensare quanto di noi c’è nelle nostre parole e mi sono risposta: dipende da chi sta scrivendo/parlando. Non solo dalla sua capacità di farlo ma anche da chi è e da chi sente di essere. lo so, non sono stata chiara.
    è un bellissimo post. ed è anche poesia.

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