Un silenzio

Chi c’era su quel treno che scivolava lungo la pianura? Una donna con una bimba in braccio, la flebile preghiera di una vecchia che tornava a casa, due olive nere incastonate tra ciglia mediterranee che ticchettavano come un metronomo seguendo i pali della luce? Nulla che valesse la pena di essere salvato. Guardavo la corsa di quel tubo d’acciaio, e c’era un silenzio appena turbato. Avrei dovuto tendere l’orecchio, per poter udire il morso delle ruote sulle loro rotaie, o un vento invisibile che fischiava attraverso un finestrino appena socchiuso, o il chiacchiericcio sommesso di quattro amiche che non si vedevano da anni. La chiamavano vita: a me, sembrò una piccola parentesi che tratteneva, tra le sue braccia curve, l’inconsistenza di un fruscio. Lasciai andare la presa. Il sole calò piano sulle traversine. Le pietre scure indicarono, con le loro lunghe mani d’ombra, punti sempre più lontani, fino a che l’infinito diventò la fine. L’orizzonte unì i binari paralleli, su uno sfondo che mostrava il blu ad uno stormo di rondini. Quei piccoli punti. La macchia verde di un lago appena increspato. Una linea sottile tra case ed altre case, ed altre case. Non è questo il mio mondo, pensai; e intanto mi graffiava una frattura che aveva disegnato il proprio profilo sulla terra arsa. Devo aver perso gli occhiali, o la vista, o persino la voglia di vedere, gridava un uomo a sua moglie. Le lamiere infliggevano insopportabili tormenti a quelle carni: il sangue ha un odore che gli uomini chiamano morte. Mi consolava il rosso bruciato di un campo che si apriva, immobile, tra due file d’alberi. Così fu fatta la mia volontà. Ma era autunno quando vidi un cagnolino pieno di buone maniere portare un osso bianco al suo padrone: cadevano foglie grandi come cartoline sulla ghiaia bagnata. Alcuni soldati, sopravvissuti ad una furiosa battaglia, scrivevano a casa con le mani tremanti di sangue: oggi, amore, sono ancora vivo. Quanto tempo è passato? Mi manca l’odore della terra che schiude il proprio grembo alle semenze del fattore; mi mancano le imposte che proteggono dal buio che avanza, la fontana che viene chiusa per timore del gelo, la famiglia di gattini che cerca riparo tra i legni da bruciare. Tra le coperte di lana. Dentro al tepore del letto nel quale tu mi raccontavi una favola che iniziava sempre allo stesso modo – e non avevo mai paura. Nemmeno che un giorno ogni cosa perdesse quell’incanto. Ma poi, sulla neve davanti a casa, avevo visto le orme di un capriolo ferito a morte: la notte, un lamento straziante perdeva la propria forza, ora dopo ora. Avrei dovuto salvarlo. Avrei dovuto tendere l’orecchio per poter udire il respiro che si affievoliva; scendere nel buio di quel bosco, caricare l’agonia di quell’animale morente sulle mie spalle, cullare nel mio grembo la vita che lo stava abbandonando. La mia umanità? Ripresi a dormire. Perché – questo è il mio segreto – Dio è un silenzio che non concede tregua.

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2 risposte a "Un silenzio"

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