Edith O’Rya

Qualche giorno fa, sul blog di Gian Paolo Serino, cioè Satisfiction, è stato pubblicato un racconto di Paolo Roversi, dal titolo “Morte al Salone del Libro”. Non ho idea del motivo per il quale Serino coltivi la passione per Roversi – mesi fa, se non ricordo male, aveva scritto una recensione piena di elogi per il suo “Taccuino di una sbronza”, ma quando ho avuto modo di leggerlo, sono arrivato addirittura a chiedermi se si parlava dello stesso libro. E questa non vuole essere una stroncatura di “Taccuino di una sbronza”: è un libro piacevole, simpatico, al quale avrebbe giovato molto di più una recensione semplice e sincera.

Il racconto pubblicato è, secondo il parere di diversi commentatori, pessimo. Condivido il parere: oltre ad essere scritto in modo sciatto, presenta una serie di triti luoghi comuni sul sesso, e sull’editoria. E’ possibile che sia un racconto rivolto agli adetti ai lavori – una specie di raccolta di allusioni in codice in cui ogni fatto e ogni personaggio rimanda ad una qualche realtà che a noi, poveri lettori, non è dato di conoscere: tuttavia, non essendo stata presentata la soluzione, come invece faceva la Settimana Enigmistica, nel numero successivo, a noi rimane in mano solo un mucchietto di parole di poco valore, dove la “figa” viene ancora chiamata “passera”, come nei giornaletti porno che leggevo da piccolo, e la punteggiatura finisce per passare come l’incomprensibile vizio di esteti smidollati.

In ogni caso, mi è venuta voglia di riprendere la storia. E di raccontarla dal punto di vista della vera protagonista della storia, l’editoria. Non so se il risultato sia migliore di quello di Roversi – sappiamo tutti che è praticamente impossibile valutare ciò che si scrive. Ma se non altro, la punteggiatura ha un senso. E la soluzione agli enigmi presenti nel racconto, può essere scovata dentro a qualche buon libro.

La versione di Edith O’Rya

Le cose non sono andate così – proprio per niente: l’occhio di chi indaga sorvola appena la superficie dei fatti, li sfiora, ne lambisce il profilo indefinito, ma non può conoscerli – aveva ragione il vecchio V. quando diceva che la realtà è una parola che ha senso solo quando viene scritta tra virgolette. Chi c’era, non parlerà; chi parlerà, dirà quello che ha visto, ma non quello che è stato; e quello che è stato, è accaduto in mille luoghi e in mille tempi diversi – nel mio cuore, indebolito da una lieve forma di rosolia mal curata (undici anni, le trecce lunghe, una spruzzata di lentiggini come zucchero a velo sulle guance, e un desiderio che si faceva strada attraverso un pudore al quale nessuno voleva dare retta), nell’iride spalancata di un uomo che coglie l’essenza divina di un attimo che un altro, al suo posto, avrebbe chiamato semplicemente “ah, che bella sborrata”; o nei polmoni affannati di un timidissimo nano che, per la prima volta nella sua vita in miniatura, avvicina le labbra tremanti al mio fiore sgualcito. In una notte, commissario, ci stanno dentro così tante cose che neppure la tua filosofia potrebbe contenerle.

C’era da presentare il libro, è vero. E c’era un premio Nobel dall’altra parte, qualche sala più in là. Cosa avremmo dovuto fare? Cosa avremmo potuto offrire a quel misterioso, imprendibile lettore che nel corso dei secoli aveva salvato migliaia di libri dalle fauci di stupide dittature, e dai roghi devoti di fedeli a mani giunte, che con la passione bruciante di un segugio, aveva scovato il bello tra tonnellate di carta inchiostrata, cercando una sequenza di parole capaci di sollevargli, con un profondissimo brivido, i peli della schiena? Sesso: ecco la nostra unica, ultima arma. Sesso in scatola, sesso for dummies, la versione fotocopiata e sbiadita – eppure luccicante, nel suo lattice lucido – dell’eterno motor che tutto move. Siamo nel duemila, commissario: dimenticati l’arte di scrivere, e quella ancora più raffinata di leggere.
Ma tutto ha un prezzo: così, mentre conficcavo il tacco (dieci, non dodici) della mia scarpa nel petto ansimante e arreso di un uomo ridotto alla sua umile essenza di animale, gli occhi che nascondevo dietro alla mia maschera non erano fermi o … ma pieni di lacrime: per la stupida, fragilissima umanità di quella lingua rosa uscita a leccare. Se per vincere si deve afferrare il proprio avversario per la sua parte più molle, allora la vittoria ha il sapore amara di una sconfitta – non mia, ma di tutto ciò per il quale avevo vissuto.

Il frigo che accoglie il mio corpo – io non sono questo contenitore rosa che si va raffreddando: ma quando lui se ne andrà, per quello stupido motivo che chiamiamo “morte” io dovrò seguirlo – è il preludio di un silenzio eterno, il luogo verso la quale sono scesa un passo alla volta, senza mai fermarmi. Mentre, quella notte, accoglievo inerme i corpi sudati degli uomini che in me cercavano solo un attimo di facile piacere: non era quello l’inizio della fine? Se ero scrittura, non avrei dovuto aprire le mie gambe, ma farle aprire; e se ero lettura, allora, perché quel silenzioso ansimare privo di parole? Ma ero editoria: questa la mia colpa. Signore e signori, eccovi la puttana del nulla, la mano che regge un lecca-lecca dei pomeriggi estivi passati morendo su una sdraio davanti al mare, l’indolente compagna degli interminabili viaggi in treno, l’umile serva dei testicoli (solo nel mondo delle cose, o in quello degli ingenui, i coglioni sono più piccoli del cervello), una strada lubrificata verso un piacere cieco. Nessuno avrebbe potuto uccidermi – e non per la mia inesistente forza, ma per la molle inconsistenza di cui ero composta.

E ora tu, commissario, che di me hai visto solo una maschera dolente per la sua ridicola tragicità, dici che sono morta per le troppe scopate – senza neppure sforzarti di dirlo meglio di così. Sei uomo ingenuo, caro Sebastiani, poco avvezzo alle cose del mondo, se ancora credi che è per eccesso di foga che muore una troia. Fu per un bacio pieno di amore, che l’anima mi scivolò fuori dalle labbra: ma il nome di chi me lo diede è un fiore scuro che porterò con me, su una collina lambita da un fiume…

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