Grafemi

Segni, parole, significato.

Cessi

L’altra sera ho accompagnato i bambini alla Stazione dei Treni di Mestre, da dove, affidati alle amorevoli cure dalla loro nonna, sono partiti verso il mare: noi li raggiungeremo sabato sera, per il weekend.
Il lungo viaggio che spettava loro – lungo rispetto alle dimensioni delle loro piccole vesciche – ha suggerito di portarli in bagno a fare pipì: Matija con Dunja nel bagno delle donne, io e Jurij nei cessi degli uomini. Dopo aver scartato i pissoir a muro per evidenti ragioni di altezza, optiamo di comune accordo per un gabinetto alla turca, che tutto sommato fornisce maggiori garanzie di igiene, o comunque, una ragionevole distanza dagli escrementi di varia natura che le persone rilasciano quando frequentano una toilette: niente di personale, ma come dicono i francesi, c’est la merde.Il cesso nel quale siamo entrati è una specie di loculo un metro per un metro, le cui pareti sono interamente coperte da scritte fatte con il pennarello: davvero, non c’è un centimetro quadrato libero. Addirittura, guardando bene si possono riconoscere diversi strati di segni – quasi invisibili quelli antichi, sbiaditi i recenti, in nero risalto quelli nuovi. La struttura di questi messaggi è sempre la stessa: descrizione di cosa si cerca, descrizione di cosa si offre, numero di cellulare. Mentre aspetto che Jurij finisca di fare la pipì – le manovre preparatorie e conclusive che un bambino di cinque anni mette in atto per pisciare richiedono un po’ di tempo – ho dato una sbirciata a quella enciclopedia del desiderio. C’è di tutto: uno cerca uomini grassi e anziani ai quali fare un pompino; ed è disposto a pagare, e ad ospitare. Un altro vuole ragazzi tra i quindici e i diciotto anni, magri. Un altro ancora, dichiara di fare pompini con il culo; poi c’è quello che vorrebbe bere litri di sborra, quello che dà il culetto a chiunque glielo sfondi, e quello che darebbe qualsiasi cosa pur di venire impalato da un negro. Sudato, specifica nella riga successiva.

Da buon ingegnere, la prima cosa che mi è venuta in mente è che sarebbe stato utile unire, tramite cerchi e linee, le domande e le offerte in qualche modo speculari: le risposte ai desideri, a volte si trovano ad una decina di centimetri dalla mano che li descrivono. Quella porta, e quelle pareti, potrebbero fungere come una Borsa del Desiderio, una sorta di facilitatore di scambi tra persone sole.
Poi, ho pensato che mi sarebbe piaciuto classificare quelle scritte – un desiderio fortissimo, che corrisponde ad una precisa inclinazione tassonomica che mi porta a creare cataloghi mentali di qualsiasi cosa mi capiti tra le mani. C’erano, infatti, alcune forme regolari, in quegli annunci – delle caratteristiche invarianti, dei filoni, delle specie. Ma quali risultati potrebbe ottenere, una classificazione di questo tipo?

Per secoli, la maggior parte delle persone è stata del parere che il linguaggio è qualcosa che si impara. Ci sono insegnanti – generalmente i genitori – che, giorno dopo giorno, trasferiscono ai loro figli la loro conoscenza della lingua parlata. La capacità di apprendimento, dunque, quella che ad esempio adoperiamo per imparare a memoria una poesia, o per preparare un pasticcio alla bolognese secondo una precisa sequenza di operazioni, sarebbe lo strumento con il quale un bambino acquisisce la conoscenza della propria lingua.
A partire dagli anni cinquanta, grazie soprattutto a Chomsky, si sa per certo che non è così: il nostro cervello contiene, al suo interno, tra i meandri mollicci della sua rivoltante materia grigia, una struttura grammaticale già pronta e finita. L’apprendimento di una lingua consiste nel riempire i tasselli di un’architettura ereditata per via cromosomica, e non ricevuta, come si pensava, attraverso l’insegnamento. I figli delle persone emigrate in America hanno applicato la grammatica alla lingua semi inventata dai genitori e hanno tirato fuori una lingua grammaticalmente corretta, chiama Creola.
Le diverse lingue parlate nel mondo, dunque, sono possibili proiezioni, o materializzazioni, o concretizzazioni, dei meccanismi con i quali il nostro cervello funziona. (Su questo tema ci sarebbe molto da aggiungere – ad esempio, che esiste una lunga diatriba tra coloro che ritengono che lo studio della fisiologia del cervello sia l’unico modo sensato di affrontare il problema di come esso funzioni, e quelli che invece ritengono che i due approcci – linguistico e neurologico – possano coesistere perché si muovono su piani diversi, come la chimica e la fisica (paragone, questo, molto azzeccato, sul quale sarebbe bene spendere almeno cinque secondi della propria attenzione)).

ombre

Più o meno tutti (ok, non faccio nomi) hanno studiato, alle medie, le proiezioni ortogonali: preso un solido, si disegna il profilo dell’oggetto stesso su tre piani diversi, tra loro perpendicolari. Se l’oggetto è qualcosa di particolarmente regolare, come un’automobile, una casa, un mandrino, la proiezione ortogonale consente di farsi un’idea sensata di come potrebbe essere l’originale che ha proiettato la propria ombra su quel foglio. Lo studio comparato delle diverse lingue mira proprio a questo: sappiamo come il cervello ha proiettato la propria struttura grammaticale lungo linguaggi diversi, e da questa conoscenza, possiamo sperare di formulare, con un processo a ritroso, un modello tutto sommato realistico di come funziona la nostra testa.

Ma noi (non saprei davvero dire se “per fortuna”) non siamo solo cervello: abbiamo desideri e paure che albergano in luoghi diversi; o così ci sembra. Il cuore che palpita per uno sguardo, lo stomaco che si stringe per un esame, il culo che sgagazza quando siamo in preda al panico, suggeriscono che l’essere umano conosce solo in parte se stesso; mentre il linguaggio può essere descritto in modo sistematico, e classificatorio, perché è fatto della stessa sostanza dei pensieri che lo sistemano e lo classificano, le nostre paure e i nostri desideri sfuggono spesso alla nostra comprensione, e di conseguenza alla nostra capacità di descriverli. Il cuore, in altre parole, quando parla balbetta.

I muri di quel piccolo cesso della Stazione di Mestre assomigliano alle pareti di una stanza buia, in mezzo alla quale sia stata accesa una candela custodita dentro ad una lampada sui cui bordi metallici sono ritagliati i contorni di figure di animali, fiori, o creature misteriose. Con un meccanismo simile, infatti, il desiderio incomprensibile di molti esseri umani ha trovato un pertugio attraverso il quale uscire, farsi parola – approssimativa, certo, e priva del furore incontenibile che l’ha spinta fuori – fino a diventare un segno concreto, intellegibile per altre creature, ma in modo altrettanto approssimativo.

Non è la prima volta che vedo scritte in un cesso, e non credo di essere neanche l’unico ad averle notate: autogrill, gabinetti dei treni, i resti di vespasiani pubblici, tutti presentano decine e decine di frasi, tutte molto simili tra loro. Così come tutte le lingue possiedono sostantivi e verbi, pronomi personali e numeri per contare, preposizioni, tempi, regole per collegare tra loro diverse frasi – e in questa regolarità transnazionale è possibile individuare uno dei meccanismi che costituiscono il nostro cervello – allo stesso modo, in questo genere particolarmente omogeneo che è l’annuncio erotico rivolto in un luogo da uomini verso altri uomini, è sensato cercare, e facile individuare, meccanismi standard indipendenti dalla nostra particolare individualità.

La libertà che il linguaggio ci lascia riguarda più i contenuti che la forma: possiamo creare una sequenza originale di parole (chi, ad esempio, avrà mai detto, prima di questo momento, “le coccinelle calve cercano abissi in un prato d’estate”?), ma non possiamo inventare una nuova forma grammaticale, a meno che non ci chiamiamo Joyce. I desideri che si muovono dentro al cuore, al corpo, al cazzo o al culo, di una persona possono derivare da infinite cause diverse, e mirano a soddisfazioni infinitamente variegate, ma finiscono per trovare la propria espressione in una grammatica, diciamo così, sentimentale ben definita, che probabilmente si ritrova uguale in qualsiasi parte del mondo.

Esistono, insomma, classi di desideri dai contorni vaghi e indefiniti, che vengono incanalati lungo direzioni ben precise – i buchi delle lampade – e che risultano essere sempre uguali tra loro. E questa considerazione va al di là di questi annunci, e anche al di là delle parole: un padre di famiglia che regala cento euro una puttana rumena per poterle succhiare gli alluci, una donna che, di nascosto dai suoi figli, fa un pompino al cane lupo di famiglia, una persona che scrive sulla porta di un cesso “Voglio uomini anziani e grassi”, stanno cercando, in realtà, qualcosa di molto più complesso di quanto si potrebbe dedurre da gesti così semplici e banali; in qualche modo, quei profondi tumulti privi di parole devono trovare una loro attuazione concreta: devono cioè proiettarsi nel mondo dei corpi con i quali ciascuno esprime la parte più irrazionale della propria vita, quella cosa alla quale, per una follia che nessuno ha mai compreso, è stato dato il nome dolcissimo di amore.

lupanare

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

5 commenti su “Cessi

  1. morenafanti
    06/06/2009

    stupefacente.
    mandi un ingegnere in un cesso e guarda cosa si mette a fare…
    limitarsi a fare pipì era chiedere troppo? 🙂

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    • paolozardi
      10/06/2009

      eh eh, essendo io, in quel frangente, un semplice acccompagnatore, ho avuto modo di alzere gli occhi e guardarmi intorno

      ho scoperto che, come per i prodotti negli scaffali dei supermercati, è fondamentale la posizione che si riesce ad occupare – il più geniale ha scritto il proprio annuncio attorno al bottone per tirare l’acqua – di sicuro era un ingegnere anche lui! 😉

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  2. Elle
    10/06/2009

    Ho sempre guardato con una sorta di curiosità mista a stupore le scritte sui muri delle toilette pubbliche.
    Non che siano di mia frequentazione abituale ma quando capita, mi chiedo sempre cosa spinga una persona a volersi esprimere in quel modo, se è il voler lasciare il segno tangibile del suo passaggio o se è solo una delle tante nevrosi più o meno tipiche della varia umanità.
    E in questo tuo post qualche bella risposta l’ho trovata…grazie!

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    • paolozardi
      10/06/2009

      Credo sia un segno tangibile dell’uomo – non so se poi si tratti di nevrosi o meno. Il blog, in questo senso, è una sorta di grande muro nel quale possiamo provare a scrivere qualcosa di più strutturato di una piccola frase sulla porta di un gabinetto – ma penso che sotto sotto ci sia lo stesso desiderio di proiettare qualcosa di sé sul mondo che ci circonda – bottiglie con un messaggio lasciate scivolare nel mare.

      A presto, e grazie per i tuoi commenti sempre preziosi!

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      • Elle
        10/06/2009

        “Nevrosi” era in senso ironico e sicuramente anche il blog è un grande muro nel quale proiettiamo “classi di desideri dai contorni vaghi e indefiniti, che vengono incanalati lungo direzioni ben precise”, l’hai spiegato molto bene.
        Ed in quel muro dei cessi (ma anche in altri muri), c’è anche ben visibile tutta “la solitudine di chi scrive”, di cui hai già scritto…
        Grazie a te Paolo.

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Questa voce è stata pubblicata il 04/06/2009 da in Scrittura con tag .

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