Luce

Uscì dal taxi con un’aria lessata, come se l’aria condizionata fosse un optional e non la regola. Rimase fermo per dieci, quindici secondi, guardandosi intorno; si sentiva un astronauta appena atterrato sulla Luna, per la prima volta; invece, era davanti al Cimitero dove, una volta all’anno, andava a trovare sua moglie. Era seppellita là, nel paese in cui era nata, sotto una lastra di marmo striato di verde e di rosa – una scelta che lui non aveva condiviso, ma alla quale non era riuscito ad opporsi.
Si incamminò con lentezza verso l’entrata – un arco di marmo alto una decina di metri, enormi fauci aperte sul mondo. Sulla destra, un’Ape verde forniva sostegno ad un ometto alto un metro e cinquanta (un tizio che ogni volta che andava a rinnovare la carta d’identità, all’Anagrafe del suo Comune – un paesino a una decina di chilometri da là – provava un insopportabile imbarazzo quando l’impiegato gli domandava, da dietro al vetro, attraverso un paio di lenti bifocali: “altezza?”). Vendeva piante, e fiori – crisantemi, e garofani, e altri ipertrofici organi sessuali vegetali. I prezzi, scritti con mano incerta su pezzi di cartone verdi e lucidi, erano l’espressione di un vile ricatto morale. Se li ami, dicevano, se li ami davvero, non puoi pensare al prezzo: loro sono morti, tu no.
Si incamminò verso l’Ape. Prese un mazzo di crisantemi di un colore che oscillava, indeciso, tra il celeste di un’alba e il rosa di un tramonto.
“Dieci euro”, disse l’ometto senza alcuna esitazione.
“Non ha alcun pudore, lei, vero?”, chiese con un sorriso nel quale l’ironia si mescolava ad una profonda ed irrimediabile tolleranza. Intanto, cercava i soldi nel portafoglio. Il viso giovane di sua moglie lo guardava attraverso una finestrella trasparente, con occhi scintillanti.
L’ometto cambiò piede di appoggio, e senza scomporsi: “E’ il mio lavoro.”
“Capisco.” Gli porse i dieci euro. Poi aggiunse: “La notte dorme bene?”
“Lei?”

L’odore di fiori e piante putrefatte aleggiava ovunque. Le lapidi in marmo nero delle enormi tombe di famiglia elencavano, con scrupolo tassonomico, la storia di famiglie senza storia; in basso a destra c’era sempre un po’ di posto per quelli che ancora stavano vivendo, ma che, per un antico sillogismo, non sarebbero vissuti per sempre. Sciami di vecchie secche e curve giravano per i vialetti di ghiaia tirandosi dietro secchi pieni d’acqua: avevano convertito il loro lutto in una specie di attività agricola. A lui, che vagava per il Cimitero trascinando solo i suoi piedi (avrebbe dovuto scriversi su un foglio il campo, la colonna e la riga della tomba di sua moglie: ma ogni volta che usciva da là, o stava troppo male per ricordarsi di farlo, o gli sembrava impossibile che nel giro di un anno avrebbe dimenticato un’informazione così semplice), a lui, che si sentiva ancora provato per il lungo viaggio, sembrava che non esistesse nessun legame tra le piante e quel luogo. Sopra le tombe, pensava, dovrebbero mettere sassi.
Passò davanti ad alcune tombe di bambini. Quelli più piccoli non avevano la foto: non c’era stato neanche il tempo di scattarne una, o ci si era resi conto da subito, con una crudele lucidità, che quelle creature, alle quali era stato dato un nome, una culla e forse anche un codice fiscale, non sarebbero arrivate a Natale. Altri, sorridevano con un berrettino in testa, o senza due denti davanti, o con una tunica da prima Comunione, o in sella ad una bici. Una ragazza mostrava denti bianchissimi, e una pelle abbronzata, da fine estate: cosa l’aveva trascinata fino a là sotto?
Poco più in là, una madre era distesa sopra una lastra di marmo. Aveva una lunga gonna jeans, e una camicetta bianca; i capelli raccolti dietro, tenuti fermi da una molletta gialla. Con le mani, stringeva i bordi della tomba. La abbracciava. Singhiozzava in modo sommesso, e irreversibile: non si sarebbe mai salvata. Sulla lapide, c’era un marmocchio di dieci anni, ricciolo e rosso, che la guardava fisso, e che pareva chiamarla. Lui le passò accanto in punta dei piedi, cercando di fare meno rumore possibile.

Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni grigi un cellulare che vibrava: non aveva voglia di rispondere. E poi, senza occhiali, non era in grado di leggere chi fosse. Poteva essere Luigi; e se non era Luigi, allora era di sicuro Carlo. Non aveva altri figli. Non aveva altre persone che lo chiamavano. Glielo avevano regalato loro due, il telefonino.
“Ora che non c’è più la mamma, dobbiamo avere un modo per rintracciarti”, gli avevano detto, pochi giorni dopo il funerale. Si erano presentati a casa sua, impacciati e ben vestiti. Sembravano padre e figlio, e avevano solo cinque anni di differenza.
Lui aveva cercato di dissuaderli. Tenendo in mano la scatola del telefono ancora sigillata – come se aprirla  potesse avere il valore di una firma apposta sotto un contratto – provò a dire, con un tono di voce quasi rassegnato: “Ma io non ho bisogno di essere rintracciato. O sono a casa, o sono in giro a fare una passeggiata. Dove potrei andare?”
“Magari decidi di farti un viaggio. Oppure, potremmo essere noi ad avere bisogno di te.”
Si sforzò di capire quale delle due ipotesi fosse la meno improbabile.
Aggiunsero, scambiandosi un’occhiata tra di loro, come se avessero tirato a sorte per decidere chi avrebbe dovuto dirlo: “Potrebbe succederti qualcosa.” Dopo averlo detto, entrambi cercarono una nuova posizione sulle sedie, come se fossero diventate improvvisamente bollenti.
Questo è più probabile, pensò. Aveva ottanta anni, l’anno in cui morì sua moglie. Stava bene, certo. Ma prima o poi. Insomma. Si sa come vanno queste cose: si vive, si vive ancora, e poi un giorno ti trovano stecchito dentro al cesso di un bar, dove eri entrato pensando che un goccio d’acqua avrebbe potuto salvarti. Ma anche se gli fosse successo qualcosa, cosa avrebbero potuto fare i suoi figli? Sopratutto: come avrebbe potuto chiamarli, da morto?

Rispose.
“Pronto.”
“Pronto, papà… Sono Carlo.”
“Ciao, Carlo. Dimmi.”
“Sono passato per casa tua, ma non c’eri, e così ero curioso di sapere dove sei finito, tutto bene vero?”
Si guardò intorno. Il cielo era quasi completamente sgombro di nuvole – c’erano solo alcuni piccoli sbuffi verso le montagne, che sbucavano, blu e sfocate, dietro una foschia estiva. La donna con la gonna jeans non si era ancora alzata dalla tomba del marmocchio. Era entrato da mezz’ora, ma non aveva ancora trovato la tomba. Si ricordava che non era distante da una statua di un angelo alto un metro e mezzo (per una statua, è una statura considerevole: l’ometto all’entrata da morto avrebbe fatto la sua bella figura), ma il problema aveva solo cambiato il suo quesito: come avrebbe potuto trovare l’angelo di marmo? Aveva uno sguardo ebete, quella statua: l’eternità non deve essere qualcosa di molto stimolante.
“Tutto bene, sì. Sono venuto a trovare la mamma.”
“La mamma? Perché non ci hai avvertiti?”
Appunto: perché? Non voleva disturbarli, o non voleva essere disturbato? Erano anni che non viaggiava in treno. Quella mattina aveva attraversato una cinquantina di chilometri in pianura; poi erano iniziate le colline, rigogliose e verdi, e i piccoli paesi con il campanile e i ragazzi in bicicletta che guardavano sfilare il treno, fermi dietro a passaggi a livello immersi in campi di grano. Una signora sulla quarantina, seduta davanti a lui, aveva passato il viaggio leggendo un libro di avventure; lui, aveva passato il viaggio guardando il regolare profilo di lei riflesso sul vetro, sentendo che, per un uomo, la fine del desiderio è la liberazione da un incubo, un biglietto di ingresso verso l’estasi della contemplazione. Dei viaggi con Carlo, o con Luigi e i suoi figli e il suo unico nipotino, del quale lui era un assente bisnonno, aveva invece ricordi pieni di nausee, soste per orinare, chiacchiere superficiali delle quali non sentiva un gran bisogno. Quando arrivavano davanti alla tomba, tutti insieme, sentiva che la presenza di altre persone, ciascuna delle quali soffriva in misura diversa da lui, violava i confini del suo dolore. Che era silenzioso, secco. Che era suo.
“Volevo fare una sorpresa alla mamma” rispose. Gli sembrò una risposta abbastanza folle, quindi conclusiva. Infatti Carlo rimase zitto per qualche secondo; quindi gli augurò di passare una buona giornata, e chiuse.

Trovò l’angelo di pietra. Se lo ricordava più alto: dal vivo, superava a mala pena il metro. Le penne delle sue ali erano scolpite con tale dovizia di particolari che quella statua sembrava più un uccello deforme che una creatura del cielo. Di sicuro, con quelle ali avrebbe potuto volare, ma non sarebbe mai arrivato così in alto come forse ci si attendeva da un angelo. Lo sguardo era vacuo. Cosa avrebbe dovuto esprimere? Che indicazioni avevano dato allo scultore, i parenti della donna che stava là sotto, una Emma Pieretti, nata nel 1920 e morta nel 1999? E soprattutto: cosa stava guardando? Gli occhi vuoti puntavano verso la cima di un cipresso che cresceva accanto al muro di cinta. Si nascondeva là in alto, tra quelle foglie che un venticello silenzioso muoveva, la risposta alla misteriosa domanda che la Morte poneva agli esseri umani? Cioè: la risposta è che non esiste alcuna risposta? L’angelo teneva tra le mani un libro. Sulla copertina c’era disegnata una croce. La Bibbia è un libro scritto con parole di pietra.
Salì sul basamento della statua e da lì si guardò intorno. Le tombe erano sparse per il campo senza alcun ordine, come se la morte fosse passata da quelle parti all’improvviso, e non avesse lasciato il tempo di sistemare per bene le cose. Nessuna linea retta. Le lapidi erano denti storti nella bocca di un vecchio. Le foglie delle piante riflettevano, lucide, il giallo del sole, con un tremolio da mare a mezzogiorno. Finalmente, riconobbe sua moglie.

Il marmo grigio aveva striature verdi e rosa. Lui avrebbe preferito una lastra bianca e liscia. Quello che avevano scelto i suoi figli, invece, sembrava il pavimento di una casa – e invece, era il soffitto del monolocale che sua moglie avrebbe abitato per i prossimi venti o trent’anni. Era ruvido, scabro. E non era elegante.
Guardò la piccola foto di lei, che sorrideva dentro ad un ovale d’acciaio. Faceva fatica a ricordare dove fosse stata scattata, quella foto. C’era il sole. Erano in montagna, o in qualche città che avevano visitato? Chi l’aveva scattata? Lui non aveva mai voluto saperne di macchine fotografiche. Dopo che era morta, aveva iniziato a pensare, con dolore, a tutte le volte che lei gli aveva chiesto: “Hai voglia di farmi una foto?” e lui aveva risposto, sbuffando, che no, che non era capace, che non sapeva usare quelle cose. Era come per il cellulare: ormai era passato il tempo in cui avrebbe ancora potuto imparare qualcosa. Ora, era in fase di atterraggio. Tutta la sua concentrazione era indirizzata alla pista. Ma se avesse detto di sì, almeno una volta, se avesse guardato dentro al mirino e avesse messo a fuoco quel vecchio involucro che conteneva l’anima senza tempo di sua moglie, ora avrebbe la possibilità di guardarla ancora un po’ – cercando, dietro a quello stesso sorriso con il quale lei ora osservava le stagioni scorrere sulla tomba del suo dirimpettaio (un signore morto a novant’anni, che decine di figli, nipoti e bisnipoti andavano a trovare ogni domenica – o almeno così gli aveva detto, con una punta di malignità, una centenaria baffuta che stava cambiando l’acqua ai fiori della tomba a destra di quella di sua moglie), cercando, attraverso quella carne rosa e rugosa che brillava nell’obiettivo della macchina fotografica, i resti terreni di qualcosa che non avrebbe più potuto abbracciare.

Infilò i fiori nel vaso di rame – un modello standard per tutti i cimiteri. Con un cacciavite che aveva portato con sé, e che durante il viaggio aveva tenuto appoggiato al sedile accanto al suo per paura di bucarsi una coscia, svitò il vetro a forma di fiamma e tirò fuori la lampadina, per verificare se il filamento era ancora intatto. Quando la ebbe in mano, e la alzò verso la luce, non riuscì a vedere nulla: quella piccola pallina di vetro gli appariva come una macchia sfocata. Si guardò intorno, per vedere se qualcuno potesse aiutarlo. Fu allora che si accorse che, accanto alla tomba di sua moglie, c’era una fossa, e che dentro a quella fossa, c’era un uomo che con un grosso badile stava scavando la terra. Fu sorpreso. Era lì anche prima, quando era arrivato? Ripensò a quello che aveva fatto fino a quel momento: accarezzato la foto con il dorso della mano tremolante, infilato i fiori, spolverato la lastra di marmo, svitato la lampadina. Non aveva pregato. Non le aveva parlato. E non aveva pianto. L’onore era salvo.
“Mi scusi…” disse quasi sottovoce, rivolgendosi all’uomo nella fossa. Lui non si accorse di nulla, e continuò a scavare. Era piuttosto massiccio, e doveva essere anche molto alto, perché, nonostante la buca fosse profonda, la testa – una scatola cubica ricoperta da capelli rossi e lunghi – sbucava tutta intera.
Provò di nuovo, con un tono di voce un po’ più convinto: “Senta, non la voglio disturbare, ma avrei bisogno che lei mi aiutasse a capire se questa lampadina è ancora buona oppure no.” Lo scavatore si fermò, e girò la testa di scatto, sorpreso.
“Oh, buongiorno! Mi scusi, non l’avevo sentita arrivare. Buongiorno. E’ qui da molto?”
“Sono arrivato da cinque minuti.” Teneva la lampadina in mano, tesa in avanti.
“Problemi con quella?”
“A dire il vero no. O meglio: non lo so. Problemi con gli occhi. Quello di sicuro. Non riesco a vedere se il filamento dentro è ancora intatto. Ho portato una lampadina di ricambio, se servisse” –  si toccò la tasca sinistra, dentro alla quale si intravedeva una scatola – “ma se questa è ancora buona, aspetterei l’anno prossimo, per cambiarla.” Ebbe un piccolo brivido: tra un anno, sarebbe stato un anno più vecchio. O, forse, non sarebbe stato affatto.
L’uomo lo guardava dalla fossa, dal basso verso l’alto. Allungò una mano verso di lui e disse: “Dia pure qui, che le do un’occhiata.”
Lui avvicinò la lampadina verso quella mano enorme – una tenaglia dall’aspetto incredibilmente forte –, e la posò nel suo incavo; l’uomo la prese con estrema delicatezza, la avvicinò agli occhi, la allontanò, annuì tra sé e sé, poi gliela restituì in silenzio.
“Funziona ancora?”, chiese il vecchio.
“Difficile dirlo. E’ una lampada al neon. Dovrebbe riattaccarla, e chiedere al custode di accendere le luci, per vedere se va ancora. Ma non credo che lo farà. Il custode, voglio dire. Non credo che le accenderà le luci a quest’ora.”
Lui guardò la lampadina, che ora teneva tra le dita con uno sguardo contrariato: il fatto che fosse al neon, sembrava un piccolo tradimento.
“Sa cosa può fare?”. L’uomo nella fossa sembrava molto disponibile – come se non avesse alcuna fretta. “Potrebbe cambiare comunque la lampadina. Ma invece che buttare via la vecchia, se la può portare a casa. La prova con calma. Se funziona, la riporta qui la prossima volta che viene qua, e la cambia con questa. Non le costa niente. Ed è sicuro che qui ci sia sempre un po’ di luce.”
Lui ci pensò un attimo. In effetti, dal punto di vista economico, non cambiava nulla: i soldi li aveva già spesi. E se la vecchia lampadina funzionava ancora, l’anno prossimo l’avrebbe riportata qui, e l’avrebbe messa al posto di quella nuova. Così, non sarebbe mai servito controllare lì, in Cimitero, se le lampadine funzionavano o no: l’avrebbe fatto a casa sua, con calma, al fresco.
“Farò come ha detto”, gli disse; quindi, tirò fuori la scatola, estrasse la lampadina nuova, la fissò nella sua base, la ricoprì con il vetro a forma di fiamma, mise la vecchia nella scatola e la fece scivolare nella tasca. Anche se non aveva una gran voglia di parlare (il sole aveva iniziato a picchiare, e si sentiva esausto), si rivolse di nuovo all’uomo: “Non mi ero accorto che lei era là, quando sono arrivato. Cosa sta facendo?” ma la risposta gli parve subito evidente.
L’uomo appoggiò il badile al lato breve della fossa, proprio davanti a lui, si asciugò il sudore della fronte con il dorso della mano, e guardò il vecchio. “Vede quella ruspa lì in fondo?” – puntò un indice lunghissimo verso una specie di trattore, vicino all’entrata del campo – “E’ troppo grande. Non riesce a passare attraverso questi vialetti” – e indicò i due metri che separavano una fila di tombe dall’altra. “Così, questi lavori di fino li devo fare io.”
“Capisco. E’ un lavoro pesante, il suo”, disse il vecchio indicando il sole, e la buca.
“Dipende. Forse c’è di peggio. Sono all’aria aperta. E poi qualcuno lo deve fare, no?”
“Sì.” Sua moglie diceva lo stesso degli spazzini. Qualcuno lo deve fare. Non siamo nati tutti principi. Che posto avrebbe occupato quell’operaio, nella sua scala gerarchica? Sopra o sotto i netturbini? Dove, rispetto a quelli che lavavano i cadaveri? Provò a gettare un’occhiata alla sua foto, ma lei continuava a sorridere. Sorrideva sempre. Erano cinque anni che sorrideva.

Il cellulare riprese a vibrare. L’uomo gli fece segno che qualcosa si muoveva nella tasca. Lui alzò una spalla – alzarle tutte e due sarebbe stato uno sforzo inutile, con quel caldo –, come per dire che non era niente di importante. Dopo mezzo minuto, la vibrazione si interruppe. Riprese un minuto dopo, smise di nuovo: chi lo stava chiamando, si arrese al terzo tentativo. Il Cimitero era silenzioso: arrivata l’ora di pranzo, erano rimasti solo i morti.
“Vedo che lei ha due fedi, sulle dita. Una sull’anulare, una sul mignolo”, gli disse Gabriele.
Lui alzò la mano, come se si fosse dimenticato di averne avuta una, e la guardò. L’oro è un metallo davvero incorruttibile, pensò: quei due anelli brillavano come il primo giorno. Il primo giorno. Sessantadue anni fa. Sabato. C’erano i suoi genitori, i suoi nonni, i suoi amici. Il prete. Un sacco di bambini che ridevano, che venivano sgridati da qualcuno, che piangevano, che si inseguivano. Che ora, quelli vivi avranno settanta anni. Era finita da poco la guerra. Lui l’aveva conosciuta in un campo di sfollati quattro anni prima, e si erano innamorati subito. Quando erano stati costretti a separarsi, le aveva promesso che, una volta che si fosse sistemato, che avesse trovato un buon lavoro, e magari anche un tetto, sarebbe andata a prenderla al suo paese per sposarla. Ricordava le loro lacrime che si erano mescolate quando si erano salutati – amore e dolore sempre insieme e sempre divisi. Come adesso, che lui era da questa parte di quella lastra, e lei dall’altra, e lei era ancora sua moglie, e lui suo marito.
“Era sua moglie, vero?”
Lui annuì.
“Scusi, non mi sono presentato. Mia madre mi diceva sempre: non dimenticare le buone maniere. Io non le ho dimenticate, giuro: ho dimenticato quello che diceva mia madre.” L’uomo tese la sua mano dalla profondità della fossa. Lui rimase immobile, senza capire cosa stava succedendo. “Piacere”, disse l’uomo. Il vecchio si scosse, battendosi una mano sulla fronte. Si chinò e gli strinse la mano.
“Piacere, Giuseppe Cozzani”, disse il vecchio.
“Io sono Gabriele. C’è qualcuno mi chiama anche Lele.”
“Preferisco Gabriele.”
“Meglio così. Piace di più anche a me. Senta, qui siamo rimasti solo io e lei. Se mi permette, le faccio una domanda: ha mangiato?”
Aveva mangiato?
“Perché se non ha mangiato” – riprese Gabriele – “e se le fa piacere, io avrei qui due panini con la mortadella. La mattina, mentre li preparo, penso sempre che sarò affamatissimo. Poi inizio a lavorare, e la fame sparisce. Dovrebbe essere il contrario, no? Ma mi si chiude lo stomaco. Credo sia il sole. O la fatica. E’ un lavoro duro, il mio, gliel’ho detto. E anche se c’è di peggio, questo non rende il badile più leggero. Vuole uno dei miei panini? Lei ha l’aria di qualcuno che è ogni tanto si dimentica di mangiare – mi dica se non ho ragione.”
L’aria era calda ed immobile. Giuseppe si sentiva un po’ confuso. Sua moglie continuava a godersi il paesaggio con la stessa serafica serenità di sempre. La cima del cipresso, che l’angelo di pietra non smetteva di fissare, era immobile. Non sapeva se aveva fame, ma di sicuro era stanco – il viaggio in treno, il taxi senza aria condizionata, quella passeggiata per i vialetti del cimitero. Quel caldo, e quel silenzio. Ho ottantacinque anni, pensò: non dovrei dimenticarlo, quando decido di andare in giro. Forse, quel peso che sentiva premere sulle sue spalle curve era solo un po’ di fame. Guardò Gabriele, e annuì con uno sguardo da bambino.

Si erano seduti sul bordo della fossa, con le gambe che penzolavano dentro. Avevano parlato di cose senza troppa importanza – un po’ del tempo, un po’ del Governo, senza sbilanciarsi mai. Giuseppe non era riuscito a finire il panino: ne aveva tenuto metà in grembo, per dieci minuti, con la speranza che gli tornasse un po’ d’appetito, ma non ci fu nulla da fare. Gabriele aveva una gran voglia di chiacchierare.
“Lei ha dei figli?”
“Sì. Due. Carlo e Luigi. Carlo è il più piccolo, Luigi è il più grande.” Sorrise tra sé e sé.
“Perché ride?”, chiese Gabriele.
“Mia moglie mi diceva sempre: per quanto tempo continuerai a dire che Carlo è il piccolo? Sa, mio figlio è grande quasi quanto lei. E ha cinquantacinque anni. Però i figli… Rimangono sempre bambini. Almeno per noi genitori. Le racconto una cosa. Una decina di anni fa, Carlo, il piccolo, si è ammalato. Una cosa seria” – abbassò il viso, e la voce – “un brutto male. Eravamo preoccupati, io e mia moglie. Non si smette mai di volere bene a loro, ai figli. Dei due, Carlo era quello meno fortunato, anche se mia moglie diceva che non era vero. Non ha mai trovato una moglie, eppure era un bel ragazzo. Ne abbiamo visto passare un po’, per casa – ragazze per bene, alle quali non mancava niente. Ma per lui c’era sempre qualcosa che non andava: una era troppo bassa, l’altra troppo secca. Non trovava mai quella giusta. Io dopo un po’ ho preso ad arrabbiarmi, perché mi pareva che così non sarebbe mai riuscito a farsi una famiglia.” Socchiuse gli occhi. “Ricordo che Carlo e mia moglie si scambiavano delle occhiate come se sapessero qualcosa che mi tenevano nascosto. Comunque Carlo, a quarantacinque anni, si è preso un brutto male. Lui non sembrava preoccupato, ci faceva coraggio. Ma io avevo passato la vita a difendere quella creatura. L’avevo tirato su io, quel ragazzo, io e mia moglie. Le pare che dopo averlo vaccinato, mandato a scuola, educato, aiutato, protetto, ora la… la morte potesse portarcelo via così? Sotto i nostri occhi?”
“Scusi se la interrompo: pensa di finire il suo panino? Questa chiacchierata con lei mi ha fatto tornare l’appetito.”
Giuseppe rise, mostrando la sua dentiera ingiallita: “Le faccio questo effetto?”
“No, non volevo dire questo. L’ombra di quest’albero è fresca. E lei è un signore simpatico. Continui a raccontarmi di suo figlio, la prego.”
“Mio figlio?”
“Carlo. Mi stava dicendo che si era ammalato. O sbaglio?”
“Oh, sì”, disse rabbuiandosi. Passò la metà del suo panino a Gabriele, e riprese a raccontare: “Sì. Si era ammalato. Alla fine, un dottore, un primario che conoscevo di persona, disse che se l’avessero operato, avrebbe potuto salvarsi. Operiamolo, gli avevo detto. Però deve sapere che si tratta di un’operazione pericolosa, rischierà la vita. Più di quanto la sta rischiando adesso? gli chiesi. No, non più di così. E allora Carlo è andato in Ospedale. Quest’uomo di quarantacinque anni, forte come un toro, non c’era nessuno ad aspettarlo, fuori dalla sala operatoria: c’eravamo solo io e mia moglie. I suoi genitori. Io avevo settantacinque anni, mia moglie era stanca e zoppicava, e ancora ci stavamo preoccupando per nostro figlio. Non so quanti giri di rosario ha fatto, durante l’attesa. Non si dovrebbe vivere così tanto, mi creda. Bisognerebbe andarsene quando c’è ancora abbastanza tempo perché i sogni che abbiamo fatto per i nostri figli riescano ad avversarsi, prima o poi. Io ho visto spegnersi i miei, e mi sono rassegnato, non è stato difficile. Poi quelli di Carlo. E’ stato doloroso. Certo, si è salvato, ora sta bene. Ma è solo come un cane. Quando è morta mia moglie, gli sono rimasto io, e mi creda, un padre è molto meno della metà di un padre e una madre insieme.”

Gabriele addentò il panino spalancando una bocca enorme. Ogni tanto girava gli occhi verso Giuseppe, annuiva; poi riprendeva a mangiare. Aveva mani grosse, rosse, con le unghie spesse. Per fortuna che il loro proprietario è un uomo buono, pensò Giuseppe: con quelle, potrebbe uccidere una persona, così, senza usare niente. Un click sul collo, e stop. Quando finì il panino, rimasero fermi ancora un po’. Ciascuno osservava il mondo soleggiato che li circondava: il sole disegnava ombre corte sotto ogni pianta che cercava di alzarsi verso il cielo, come per ricordare che tutto, prima o poi, sarebbe tornato alla terra.
Giuseppe dischiuse le labbra secche per dire qualcosa, ma si fermò, come per un ripensamento; poi riprese coraggio e con una voce tremolante chiese: “Senta… Per caso, sa chi verrà seppellito in questa fossa?”. Indicò il pavimento umido di quel buco rettangolare. C’erano sassi che sporgevano, lungo le pareti umide, e pezzi di radici tranciate – i resti di vecchi arbusti che una volta erano nati, cresciuti e morti in quel giardino, prima che i cipressi, con le radici lunghe e strette, diventassero gli alberi ufficiali di ogni cimitero.
“No. A dire il vero, no. Non si scava su commissione. Si fa spazio. Il prossimo che muore, questa è la sua fossa. Noi ci prepariamo. Perché di sicuro, qualcuno morirà, prima o poi. E’ inevitabile. Ogni anno, ci sono una trentina di nuovi ospiti. Trenta cause diverse – il cancro, un infarto, un incidente stradale. Una caduta da cavallo – la vede quella tomba rosa lì in fondo? Aveva quindici anni. Era una promessa dell’equitazione. Ha messo male un piede scendendo dal cavallo, è scivolata, ha battuto la testa. Stop. Finiti i sogni. La sua fossa era già pronta da una decina di giorni. Rimaneva solo da decidere chi ci sarebbe entrato. E’ toccato a lei. Purché ne arrivino trenta all’anno, tutto il resto non conta. Statistiche, forse. Non so. Non so se c’è un disegno. Una sorta di grande contabile che dice ‘Ancora uno, e per quest’anno siamo a posto’. Io li vedo arrivare che sono già in scatola. Dietro, tutti i parenti, e gli amici. Hanno facce tutte uguali, quelli che accompagnano i morti. Occhi rossi, mani giunte, sguardi bassi. Fa paura, la morte, e fa male.”
“A me non fa paura. Non più. Ho ottantacinque anni, e credo che arrivi un momento nel quale la voglia di vedere un giorno nuovo sia superata da quella di fermarsi a riposare. Questa mattina, quando mi sono messo in viaggio, ero pieno di energia: mi sembrava, per un attimo, di essere tornato ad essere quel giovanotto che era partito dalla città per andare a prendere, in un paese lontano, la donna che sarebbe diventata sua moglie. Mia moglie, quella signora che sorride in quella foto” – puntò l’indice verso la tomba accanto con un gesto pieno di pudore – “era nata qui. Sono arrivato in stazione che già mi sentivo il cinquantenne che aveva visto il proprio figlio maggiore andare via di casa – ci eravamo salutati con una stretta di mano, come se io fossi un falegname che consegnava al mondo il frutto della propria fatica, ma non ci siamo detti niente. Dopo, mi sono messo alla finestra, e l’ho visto che camminava per la strada, e aveva un passo sicuro e svelto: dove stava andando? Cosa c’era, alla fine della via, che non aveva trovato a casa? I nidi sono fatti per essere abbandonati, questo è il punto. Nessuno dovrebbe essere lasciato indietro. L’appartamento nel quale vivo è vuoto, se ne sono andati tutti; due anni fa è morto anche il gatto che mia moglie aveva trovato sotto casa, una sera di fine maggio. L’ho trovato disteso sul divano ed era una specie di cuscino di pelo freddo: morendo aveva perso tutto. Non ho mica pianto, sa? Era tornato ad essere una cosa: che male c’era? C’è stata un’eternità, prima, nella quale lui non esisteva; ora, non esiste più. Non è la fine del mondo: se il mondo finisse, allora sì che sarebbe grave. Ma anche in questo caso, chi rimarrebbe a piangere?”
Gabriele socchiuse gli occhi e pensò qualcosa; poi disse: “Rimarrebbe il contabile, da qualche parte.”
Giuseppe sorrise. “Sì, un contabile che non avrebbe più niente da contare. Chiuderebbe il suo libro, e fine della storia.”
“Fine della storia, sì. Senta, abbiamo anche noi, un registro. Vuole dargli un’occhiata?”
Giuseppe ebbe un piccolo brivido: non sapeva se davvero voleva vederlo. Da giovane, aveva tenuto la contabilità della sua ditta – vendeva enciclopedie porta a porta in giro per l’Italia – e ricordava bene la partita doppia: ad ogni movimento nella colonna del “dare”, doveva corrispondere un movimento uguale, e di segno contrario, nella colonna dell’”avere”. Il totale dava sempre zero.

Ma nel registro del cimitero c’era solo una colonna: “Sepolto il”. C’era un portone d’entrata; mancava quello d’uscita. Entravano persone, che piano piano diventavano ricordi, poi tombe, poi cenere. La moglie di Giuseppe era ancora seduta sul primo gradino della scala verso il nulla – questo nulla terreno, che si aggiungeva all’altro Misterioso Nulla come una pena supplementare. I defunti lasciavano una piccola scia luminosa dietro di sé, che piano piano spariva, evaporando. Giuseppe conservava, dentro al suo cuore, le ultime tracce della donna che aveva amato.
“Guardi questo,” disse Gabriele con un ditone puntato su una riga: “aveva appena compiuto cento anni, quando è morto.”
“Ora ne avrebbe cento e dieci”, fece notare Giuseppe.
“Sua moglie, quanti anni avrebbe adesso?”
Giuseppe si guardò intorno, con un’aria un po’ guardinga. Poi invitò Gabriele ad avvicinare l’orecchio alle sue labbra, come se gli stesse per confidare un segreto che neppure tutti i silenziosi ospiti del Cimitero avrebbero dovuto ascoltare. Con un filo di voce, gli sussurrò: “Vede, Gabriele, la verità è che mia moglie… Non lo sapeva nessuno. Neanche i miei figli. E’ un segreto: era più vecchia di me. Di nove mesi. Lei si vergognava di questo, e non c’è mai stato verso di farle cambiare idea. Non voleva che lo si sapesse. Per tutta la vita, ha festeggiato i suoi compleanni con un anno di ritardo.”
Gabriele fece un sorriso. “Be’, non è così grave. Era una donna!”
“Non c’è solo questo. Lei era una donna, ha ragione, e come tutte le donne… insomma, sappiamo tutti che è così, non c’è niente di male, ma il punto è che quando è… quando è successo, quando si è spenta, e sono dovuto andare in una agenzia funebre – a proposito, sa come si chiamava, l’agenzia? Agenzia Funebre Lazzaro. Non è buffo? Quando sono entrato, ho pensato che durante il funerale uno di quei signori avrebbero detto a mia moglie ‘Alzati e cammina’ e lei si sarebbe alzata, e avrebbe camminato, come se non fosse successo niente. Invece era un’agenzia come tutte le altre. Niente resurrezioni. Forse, era un servizio a pagamento, ma a me non l’hanno proposto. In ogni caso, mi hanno chiesto la data di nascita di mia moglie. Cosa dovevo dirgli? Non potevo tradirla, non proprio in quel momento. Lo sa che sento le voci?”
Gabriele lo fissò stupito. “Davvero?”
“Non si spaventi, credo che sia normale, alla mia età, e se non è normale, be’, di sicuro non andrò da un dottore per questo – non alla mia età. Sento mia moglie che mi parla, ma non come se fosse qui, e nemmeno come se fosse da un’altra parte – tipo dietro ad un muro, o oltre il soffitto. Mi parla qui dentro. Da dentro. E quando sono andato da Lazzaro, a fissare i dettagli della sepoltura – io ero uno straccio – e mi hanno chiesto la data di nascita, lei mi ha detto, la sua voce mi ha detto: ‘Bepin, guai a te se glielo dici!’. Avevamo mantenuto quel segreto per tutta la nostra vita; era come un piccolo patto che ci univa.”
“Così adesso, sulla tomba, c’è la data sbagliata?”
“Ma non lo dica a nessuno…”
Gabriele alzò la voce come un tappo di spumante che parte: “Ha fatto bene! Giuro che ha fatto bene!” disse, e appoggiò con forza una delle sue manone sulla spalla di Giuseppe – ma era così secca, che ebbe quasi paura di fargli male.

Tornarono vicino alla tomba della moglie. Anche se il sole aveva iniziato a calare, il cimitero era ancora deserto. Le nuvole, che la mattina si intravedevano verso le montagne, erano evaporate. Le vecchie con i secchi non si erano ancora fatte vedere. Forse, qualcuna di loro si stava preparando, in qualche letto sudato, a diventare la nuova vicina di tomba di sua moglie.
Giuseppe riprese a parlare: “Pensa che quando si muore, intendo proprio nel momento in cui gli occhi si chiudono, si veda tutto buio? O crede che ci sia luce?”
Gli sembrava che un uomo che aveva sempre lavorato in un cimitero, non potesse conoscere molte cose della vita, e che non sapesse molto sulla morte – ma di sicuro, era un esperto su quel confine labile che c’è tra il prima e il dopo – su quegli istanti che stanno tra l’attimo in cui il piede si stacca dalla pedana del trampolino, e quello in cui il corpo tocca, con la punta delle dita, la liquida consistenza del mare.
“Non me lo sono mai chiesto. E anche se adesso me lo chiedessi, non saprei rispondermi. Se è come dormire, allora c’è buio fuori e chiaro dentro. Se è come svenire, allora è tutto buio, dentro e fuori. Sono svenuto, una volta, sa? Lavoravo alle nuove fosse, con un collega. Io stavo a terra, lui con la ruspa. Gli indicavo dove scavare. Ma era giovane. Poco esperto. Non so come sia successo, perché poi ci si dimentica tutto. Ma ho sbattuto la testa, forse proprio sulla pala. Potevo essere io il prossimo. Mi avrebbero messo in una delle fosse che avevo scavato io.”
“Se si sviene, si dimentica tutto?”
“A me, era successo così. Poi, in generale, non so.” Riprese a scavare. Pareva lo stesse facendo da sempre.
Giuseppe si chiese se sua moglie ricordava qualcosa di loro due, adesso che era morta. C’era spazio anche per lui, in uno dei mondi che potevano esserci dall’altra parte? Che cosa stava vedendo, lei? E cosa vedeva lui, da qua? Cosa era rimasto, di lei? Quanto poteva aspettare, sulla terra, senza rischiare di perdere la sua voce, la consistenza della sua carne, il gesto con il quale lei abbassava gli occhiali da vista per guardarlo negli occhi quando lo ascoltava? Con il passare dei giorni, dei mesi, dei lunghissimi anni – dove le ore si confondevano le une con le altre – i ricordi avevano iniziato a mescolarsi. Come quei disegni fatti a matita, che a forza di prenderli in mano, e guardarli, finiscono per sbiadirsi, sciuparsi, ingrigirsi, così i contorni delle immagini avevano perso la loro nitidezza, i dettagli, la vividezza. E il tempo aveva confuso anche i piccoli particolari: all’inizio, quando lui pensava alla mano di sua moglie, vedeva le dita ossute che stringevano le sue, un attimo prima che chiudesse gli occhi – la forza che veniva meno, come una candela che si spegne per inedia; con gli anni, tutte le mani che aveva avuto – quella rosa e fresca che gli aveva teso perché lui infilasse la fede d’oro sul sottile anulare, quella gonfia poco prima del parto, quella ruvida dopo una giornata di pulizie (“non voglio che i miei figli debbano vivere nella polvere!”), tutte le mani che aveva avuto negli ottanta anni (settantanove, avrebbe detto lei, con un sorriso complice e sornione) della sua vita, ora si sovrapponevano in modo sempre più confuso, fino a formare un’unica mano senza tempo e senza età – qualcosa che non le era mai appartenuta.
“Mi manca…”
“Come?”
“Ho detto qualcosa? Mi scusi, non me ne ero accorto. Pensavo di pensare, e invece stavo parlando. La testa è come il motore di una macchina: non ti accorgi che c’è fino a quando non inizia ad avere problemi. Una volta non parte, una volta si ingolfa, un’altra volta ti lascia a piedi in una strada di campagna. Dovrebbero inventare qualcosa che sistema ogni problema, una pastiglia per tutto: ma sa che le dico? Che io non la prenderei. Sono stanco. Non voglio aggiungere benzina alla mia macchina… Mia moglie è morta un po’ alla volta. Al risveglio, mi chiedevo: sarà questo, il nostro ultimo giorno? Quando stava bene, prima di ammalarsi, mi portava ogni mattina il caffè a letto – era il suo vizio, non il mio. Un giorno non se l’è sentita. Erano i primi di ottobre. Da mesi, sembrava stanca, lo vedevo, ma lei ripeteva che no, che non era vero, che l’unico problema che aveva era quello di essere un po’ vecchietta. Il sei. Era il sei di ottobre, quando non se l’è sentita. Gli alberi avevano già iniziato a fare le cose che fanno in autunno – perdere le foglie, diventare grigi, ricoprire i marciapiedi di giallo e rosso. Rimango un po’ a letto, ti dispiace? mi aveva detto. No, certo, oggi ti porterò io il caffè: facciamo finta che sia il tuo compleanno, le ho proposto – sa, era l’unico giorno nel quale mi concedeva di prepararle la colazione. Quanti anni compio, Giuseppe? Le ho risposto settantanove: può andare bene? No, mi ha detto. Oggi facciamo che ne compio venti. Mi guardava come la prima volta che mi aveva baciato. Aveva un filo di voce, e ancora sorrideva. Vieni vicino, Giuseppe, stringi questo corpo che ti ha tanto amato. Tremava. E’ stato l’ultimo compleanno che abbiamo festeggiato insieme. Il Natale dopo ero a tavola con i miei figli, e lei non c’era già più. I tortellini galleggiavano nel brodo, ed erano morti pure loro. Ma poteva essere un giorno qualsiasi: i venerdì non c’era più pesce, i sabati non c’erano le passeggiate al mercato, le domeniche non c’era lei che cuciva qualcosa, in salotto, davanti alla televisione. Non c’era più niente. Solo giorni, giorni, giorni. E io. Sono rimasto da solo, nella nostra casa, a custodire quel nostro focherello, mettendo la legna che mi resta…”
“Sono cinque minuti che se ne sta zitto… Tutto bene?”
“Eh? Bene, sì. Non stavo parlando, vero? Pensavo. Sì. Pensavo. La testa. La testa, non è più quella di una volta.”

Arrivarono due vecchie con delle piante in mano. Si erano prese cura dei loro mariti per tutta la vita come se fossero dei mobili da spolverare; ora che i loro mariti erano diventati mobili da spolverare, non era cambiato nulla. Lucidavano, spruzzavano, toglievano i piccoli ciuffi d’erba che crescevano ai bordi del marmo – strappando l’unica reincarnazione possibile. Giuseppe rimase seduto sul bordo della tomba di sua moglie; Gabriele continuò a scavare la fossa, senza nessuna fretta. L’aria si fece più fresca. Giuseppe prese il telefono e chiamò Carlo. Lo rassicurò dicendo che andava tutto bene; lui rispose che Luigi l’aveva invitato a cena – da quanto tempo non succedeva? dietro, si sentivano gli schiamazzi dei suoi nipoti, il chiacchiericcio delle loro mogli, il pianto del piccolo: il vertice della loro piramide genealogica rovesciata. Lo avrebbero aspettato per cena, davvero; ma Giuseppe disse di non preoccuparsi, che era stanco, che ormai era tardi, che si sarebbe fermato lì. Mentre parlava, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto bianco, ornato da una semplice linea blu che correva intorno ai lati, e si asciugò una goccia di sudore che era scesa dal ciglio dei suoi occhi, e stava rigando la sua guancia. Li salutò tutti, uno ad uno. Ciao. Buona serata. Ciao.
Si alzò in piedi e guardò i cipressi che avevano ripreso a muovere le loro cime. Si avvicinò alla lapide verde e rosa; con la punta delle dita toccò le labbra sottili di sua moglie, le accarezzò i capelli bianchi e ricci con una delicatezza da giovane amante. Si girò; tese la mano stanca a Gabriele, che lo aiutò a scendere nella fossa dove stava finendo di livellare il fondo. Stavano stretti, in due, là sotto. Gli sembrò di essere nel centro della terra, lontano da tutto e tutti. Guardò in alto, e vide solo un rettangolo di cielo che stava diventando arancione, attraversato da rondini che si inseguivano, si incrociavano, si separavano: dunque è questo, ciò che lei vede da cinque anni a questa parte. Questo, il Cielo di cui si è sempre parlato.
La terra che lo circondava era quasi calda, un ventre tiepido e silenzioso fuori dal mondo. Sua moglie era distesa a un metro da lui – se avesse scavato un po’, sarebbe arrivato a vedere quel fianco che l’aveva aspettato ogni mattina, al suo risveglio, come un dono lasciato dal nuovo giorno. Da quando lo aveva lasciato, non era mai stato così vicino a lei come in quel momento. Si sistemò i capelli con un pettine di bachelite che gli aveva regalato suo padre settantacinque anni prima, per la Comunione. Chiuse il primo bottone della camicia, poi lo riaprì. Allontanò e avvicinò tra loro l’anulare e il mignolo della mano sinistra, per sentire il tintinnio delle due fedi – la sua, e quella di sua moglie. Drizzò la schiena. Guardò verso Gabriele, che aveva appoggiato il badile fuori dalla fossa, e che ora si stava pulendo le mani enormi sui pantaloni. In quella scheggia di universo, un uomo grande e grosso e un uomo vecchio e stanco, avevano trovato il modo di parlare. Di capirsi. E di capire ogni cosa: anche le cose che non serviva dire.
“Sono pronto”, sussurrò Giuseppe, come se stesse parlando al suo angelo. Rimasero in silenzio.
“Sono pronto”, ripeté più forte.
Gabriele gli si avvicinò con dolcezza.
Click.
Fu buio.
Poi, luce.

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7 thoughts on “Luce

  1. Io invece l’ho letto tutto, senza pause e senza affanno, sarà che mi sono ritrovata in molti dei pensieri che fa Giuseppe mentre gironzola tra le tombe.
    Capita anche a me di guardare le foto con quei sorrisi immobili incastonati nelle lapidi e cercare di immaginare, indovinare cosa c’era prima, com’è stata la vita di quella persona e in alcuni casi cosa l’ha portata poi fin lì.
    Domande che non trovano ovviamente risposta se non nel filo di pensieri silenziosi che si rincorrono l’uno con l’altro e che, alla fin fine, sono di tutti noi.
    Bellissimo quel gioco di complicità che Giuseppe continua anche dopo la morte di sua moglie, dichiarando una data di nascita diversa da quella reale. Un vezzo tutto umano quello di togliersi gli anni, legato a quel tempo che passa e che non si può trattenere e che lui in qualche modo, per accontentarla, “per non tradirla”, non ha voluto farle perdere, un modo, uno dei tanti, per mantenerla in vita accanto a sè.
    Suggestiva e quasi inquietante la figura di Gabriele che evoca appunto l’angelo della morte di biblica memoria e che da silenzioso operaio del cimitero e paziente ascoltatore di confidenze, si trasforma in traghettatore di anime.
    Bellissime le inquadrature che riesci a fare dei tuoi personaggi, zoomando qua e là, restringendo la visuale quando serve e giocando in modo perfetto tra chiaro e scuro. Buio e luce, appunto.

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  2. anch’io letto senza pause e senza affanno, ma solo ora.
    è un bellissimo racconto, Paolo. un testo pieno di immagini e di simboli. mi piace molto come sei riuscito a descrivere le emozioni e i pensieri e come sei entrato nell’anima di Giuseppe.

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  3. OT. hai ragione Paolo. i gusti sono gusti. e forse, (pure senza forse) sono sembrata molto categorica in quel che ho scritto su Tiziano Ferro. io non credo che lui sia riuscito a svecchiare (ce n era bisogno?) la musica italiana di trent’anni, eppure visti i numeri ho torto marcio, che gli stadi li riempie eccome. un po’ come la Pausini, e non c è verso che io la regga. Come i numeri ci danno (permettimi, uso il CI visto che nemmeno a te piace) torto pure su moccia, visto quanto vende… e quindi pure lì è solo pure questione di gusti…
    che dirti… scusami se ho cozzato contro qualcosa che ti piace, però pure io ascolto il coldplay, mozart, la new age passando per il boss se ne ho l occasione!

    ps. il racconto lo stampo e lo leggo con calma, che di fretta non merita.
    a presto.

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    1. Ma io non me la sono presa, ci mancherebbe! Personalmente, non ho mai considerato un buon criterio quello della popolarità, dei dischi venduti, dei libri venduti, dei telespettatori o dei voti ricevuti: altrimenti dovrebbe piacermi Madonna, comprare la Pausini, comprare Moccia, vedere la Maria De Filippi e votare Berlusconi. Delle cinque cose, non saprei dirti quale è la più improbabile!
      Ho sentito Tiziano Ferro per caso, dopo il primo singolo, “XDono”: penoso, ho pensato. Se questa è la musica italiana, siamo messi male. Ho iniziato ad apprezzarlo con “Non me lo spiegare” e ho capito che era bravo con “Sere nere” – una canzone completamente nuova, con scelte metriche mai sentite (quella pausa tra “rima” e “nere” nessuno l’aveva mai sperimentata). In Centoundici, il secondo album, ci sono certi pezzi che non esito a definire “poesia moderna” (e tieni conto che leggo Majakovskij, Panella, Nabokov…): certo, una poesia diversa da quella di De Gregori o Lucio Dalla (e, fortunatamente per Tiziano Ferro, in antitesi a quella di Guggini), una poesia “metropolitana”, ma capace di lasciare il segno – e soprattutto ispirata, innovativa. Credo che il problema di Tiziano Ferro sia che piace a molti, e questo crea qualche sospetto – ma credo che piaccia a molti per molti motivi diversi. Io trovo geniali certi suoi passaggi musicali, i giochi di parole, certi arrangiamenti – e certe ispirazioni: l’ultima sua canzone, “Indietro”, che ha una versione in inglese che è “Breath gentle” ricalca (consapevolmente) la parte di basso di una coltissima musica del 1700, che è il “Canone in Re maggiore” di Pachelbell: se sei curiosa di sentirla, la trovi qui: http://www.youtube.com/watch?v=DZHw9uyj81g). Nell’ultimo album, ci sono canzoni scritte da Fossati e Battiato. Non credo sia un caso che artisti di questo calibro si scomodino per scrivere qualcosa per Tiziano Ferro….

      Come vedi, è solo questione di gusti! 😉
      Un abbraccio e a presto,
      Pablito

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      1. Sere Nere e Non me lo so spiegare piacevano anche a me, lo ammetto.
        quando in radio intonano “il regalo più grande” o cambio stazione o mi taglio le vene per lungo.
        Poi leggo che tu ne sai ben più di me, di passaggi arrangiamenti metriche, di cui dichiaro la mia profonda ignoranza. mi lascio colpire dalla musica che mi “parla” e in cui magari mi ritrovo, insomma… un po’ più sulla pelle ecco.
        Fossati, Battiato e De Gregori è una triade da apoteosi! 🙂

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    2. Pure io, sono un passionale, in musica – cerco la commozione, che però può arrivare anche per un modo originale di costruire una sequenza di parole.

      Su “Il regalo più grande”, ci sono due punti che trovo bellissimi; quando dice, “Che molto stanco il tuo sorriso non andava via”, e “Di quelli che apri e poi piangi,
      che sei contenta e non fingi”; mentre non mi piace l’immagine del sorriso regalato alla Luna – che è molto banale.

      Grazie per la chiacchierata, a presto!

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