Grafemi

Segni, parole, significato.

Tradirsi

Alle soglie dei quarantanni (in realtà, manca ancora più di un anno, ma mi porto avanti con il discorso), può succedere di provare ancora l’emozione di leggere una parola della quale non solo si ignora il significato ma che addirittura non aveva mai fatto capolino tra le pagine lette, o i discorsi ascoltati – un absolute beginner. E mi piace pensare che una simile sorpresa somigli all’emozione che travolge un esploratore dell’Amazzonia nel momento in cui questo si trova davanti ad una piccola tribù di persone sfuggita ad ogni studio o censimento – un piccolo mistero che si svela intatto agli occhi di chi ama indagare.

Piano piano, ci convinceremo che il posto migliore nel quale cercare le cose è davvero Internet; ed è un peccato, perché la conoscenza che si può acquisire consultando un motore di ricerca è disomogenea, approssimativa, o addirittura falsa. Le informazioni si appiattiscono: nella corsa alla prima pagina di Google, non vincono le pagine migliori ma quelle meglio referenziate – un criterio basato sulla popolarità che, come si può vedere dalle recenti elezioni politiche, non è in grado di garantire la qualità.
A questo vizio della risposta facile ed immediata cedo spesso anch’io. Quando però ho letto “trullismo” (che il correttore ortografico di OpenOffice mi segnala come parola errata), ero molto distante da qualsiasi connessione Internet; e quando, dopo qualche giorno, ho trovato per caso, sopra il tavolino di mia moglie, un Dizionario Garzanti della Lingua Italiana (usato per fermare un cavo di rete che tende ad uscire dalla sua sede: quando si dice il peso della cultura), ho pensato che proprio lì avrei trovato la risposta alla mia domanda di conoscenza.

Non è stato così. Nonostante il Dizionario in questione sia, almeno dal punto di vista estetico, un bene prezioso – la copertina è rigida e ricoperta di quella specie di stoffa ruvida che caratterizzava le vecchie pubblicazioni dell’Einaudi, quando era ancora una casa editrice – la parola “trullismo” non c’è. E devo ammettere che, sotto sotto, serpeggia il piccolo dubbio che in realtà questa parola non esista in nessuna lingua – che sia uno stupido errore di stampa, del quale, tra l’altro, il libro che contiene questo sassolino misterioso è sorprendentemente farcito (la sorpresa deriva dal fatto che non stiamo parlando di un romanzo per le masse, ma di un saggio etologico piuttosto profondo, con una bibliografia che occupa l’ultimo quarto del libro: un volume il cui costo – trentacinque euri – indurrebbe ad attendersi una particolare cura degli aspetti editoriali, e non, invece, un paragrafo con un terribile “egli a”).

In ogni caso, non dovrebbe passare giorno senza aprire, a caso, una pagina di un qualsiasi Dizionario a portata di mano – un’azione equivalente al “Mi sento fortunato” di Google. Aiuta a pensare. Perché conoscere il senso delle parole, la loro profondità, apre scenari imprevisti. La lingua può essere uno strumento duttile come un metallo prezioso, ricca come una principessa seduta su una montagna d’oro zecchino, devastante come un pugno pieno di anelli in mezzo al viso. La sua forza, la sua dolcezza, la sua chiarezza, si nascondono dietro ad ogni singola parola. Uno scrittore è definito prima di tutto dalla scelta degli aggettivi; poi, da come concatena una frase all’altra: è molto dopo questi due elementi che la struttura narrativa emerge come una caratteristica distintiva di un autore.

Comunque, “trullismo” non c’era. E adesso non ho voglia di andare su Google a cercare cosa significhi: sono curioso, invece, di vedere se prima o poi arriverò, con strumenti convenzionali (leggi: carta), alla soluzione di questo piccolo indovinello depositato tra le pagine di un libro.
Ma non ho chiuso subito il Dizionario: sono rimasto nei paraggi, dando un’occhiata alle parole che iniziano con “tr”. Ne esistono di diverse. Mi sono soffermato su “tradire”.

C’è stato un tempo – parlo di tanti anni fa, in un periodo che potrei definire “la mia vita precedente” (quando, per intenderci, il mio autore preferito era John Grisham, e avevo preso in considerazione l’idea di votare, prima o poi, il Partito Liberale Italiano, perché mi pareva che De Lorenzo fosse uno che ne capiva di economia) – c’era stato un tempo durante il quale il “tradimento” era strettamente legato alla parola “amore”. Pareva, in quegli anni pieni di una grigia, avvilente e bruciante passione, che le due cose non potessero essere scisse; o che, da qualsiasi parte si guardassero questi due fenomeni, si finisse per passare, inevitabilmente, da uno all’altro, e ritorno.
Quando qualcuno mi chiede: “Lei mi ama?”, io rispondo sempre: “Se te lo stai chiedendo, la risposta è no, non ti ama”. E da qui non si scappa. Allo stesso modo, con il senno di poi, mi verrebbe da dire che domandarsi se un amore tra due ventenni possa sopportare l’onda d’urto di uno, due, cinque tradimenti, e quasi tutti del genere completo, è già un’inequivocabile sintomo di un malessere inguaribile, irrimediabile, e un’altra decina di aggettivi che iniziano con il prefisso negativo “in”.

Però non c’è solo questo. Le parole presentano, quasi sempre, due o tre significati; alcuni di questi – è vero – sono banali applicazioni metaforiche del senso primo, quello concreto, ad altri aspetti della vita; altri, però, rivelano l’ordito del cervello – o dell’homo sapiens in generale – che sta dietro al nostro linguaggio. E proprio sulla parola “tradire” ho trovato una voce in qualche modo illuminante – una forma che tradisce (non scelgo questo verbo a caso) una percezione della struttura psicologica dell’essere umano molto più nitida di quanto si potrebbe sospettare.

Il Garzanti separa, dalla voce principale del verbo “tradire”, la sua forma riflessiva “tradirsi”. Ci si tradisce: succede anche questo. Ad esempio, quando con una parola detta con troppa enfasi o nel momento sbagliato o alla persona sbagliata, sveliamo dettagli del nostro pensiero che non avremmo voluto fossero noti. Ecco: la ragazzina che ha appena visto suo cugino si tradisce con il rossore delle sue guance. Oppure, un uomo sovrappensiero chiama sua moglie “mamma”: i lapsus. Ma chi sta tradendo chi, quando qualcuno si tradisce? Cioè: quante persone ci sono, dentro ad un essere umano?
Freud, l’uomo che ha convinto mezzo mondo a possedere le sue personali manie, divide la personalità di un individuo in almeno tre differenti soggetti indipendenti tra loro: l’io, l’Es, e il super-io. Il primo, dovrebbe corrispondere più o meno a quello che sentiamo di essere; l’Es (che significa “esso”, o “la cosa”) è l’indistinto tumulto di passioni di basso livello che si muove dentro di noi; il super-io, infine, è la proiezione del mondo che ci circonda, che si occupa di cose tipo “morale” o “doveri”: quando un padre rimprovera il figlio, o lo punisce, sta contribuendo alla costruzione di questa entità infilata, come una ciste, dentro alla nostra vita. Secondo Freud, dunque, il rossore delle guance è un tradimento che l’Es mette in atto contro il super-io, nonostante l’io. Complicato?

Ognuno di noi ha ben chiaro cosa significhi essere se stessi: c’è un nucleo, caldo e accogliente, del quale abbiamo piena consapevolezza, e che non ci abbandona mai, e senza il quale non riusciremmo a provare quella piacevole sensazione di io-ità, i-ezza, o come diavolo potrebbe chiamarsi il sentire che se due corpi sono seduti su due sedili di un autobus che si sposta dal Centro Giotto alla Stazione (è il 18), e uno di quei due corpi è il nostro, allora sappiamo esattamente che noi siamo noi, l’altro un altro, e che in nessun modo potrebbe esserci confusione – non su questo punto. Ma, come mi insegnò Renato Groppo, aiutandomi a chiarire un problema quasi matematico che gli avevo sottoposto venticinque anni fa, per capire a fondo le cose è necessario tendere al limite. Cioè provare a riformulare le proprie ipotesi in una condizione fondo scala. Per questo motivo, tanti filosofi, o persone che si occupano di scienze in generale, e di scienze cognitive in particolare, escogitano situazioni per certi versi paradossali, dove non sempre è facile mantenere ferme le proprie idee.
Supponiamo, ad esempio, che i dispositivi di teletrasporto presenti in Star Trek, o in Spazio 1999, esistano veramente; immaginiamo che sia possibile effettuare una scansione a livello atomico del corpo umano, e che poi si riesca a trasmettere questo miliardo di giga di informazioni in un altro punto dello spazio, e che là ci sia qualcuno in grado di ricevere questo segnale, e di elaborarlo, ricostruendo, un atomo alla volta, quello stesso corpo; una copia perfetta di quel corpo originale che, per evitare la coesistenza di due persone identiche, andrebbe distrutto, lasciando in vita solo il secondo.

Se io dovessi salire su una macchina di questo tipo, la prima cosa che chiederei è: e se qualcosa va storto?
Il macchinista addetto al teletrasporto, una versione evoluta e depilata di un guidatore di autobus, risponderebbe: non si preoccupi, prima di distruggere l’originale aspettiamo l’ok dalla destinazione. Mi pare una risposta ragionevole: io, ricostruito dalle parti di Giove, direi, in una specie di telefono, che è andato tutto bene, che io sono io, e che quindi… che quindi si può distruggere il Pabloz terrestre. Distruggere o uccidere?

Il mondo potrebbe essere diviso in due parti: quelli che credono che esista l’anima, e quelli che invece no.
I primi ritengono che una persona non sia la semplice somma dei suoi atomi, ma che ci sia un quid – non necessariamente immortale – che sfugge alle leggi della fisica. In questa ipotesi, solo il primo dei due individui, quello originale, potrebbe dire di possederne una; la copia su Giove sarebbe quello che in letteratura scientifica viene definito uno “zombie”.
Gli altri, invece, tra i quali io, pensano che l’essere umano (ma anche un cavallo, o una cavalletta) siano creature così complesse da rendere intrinsecamente impossibile la loro comprensione: in altre parole, l’anima sembra qualcosa di altro, rispetto alle leggi delle fisica, per un limite oggettivo (ed insuperabile) della scienza, o comunque della nostra capacità di introspezione. Non riusciamo a prevedere che tempo farà a Padova, la prossima domenica pomeriggio: figurarsi capire le cause che si nascondono dietro a quella cosa che ci sembra essere il libero arbitrio, e che probabilmente è una conseguenza della meccanica quantistica, o della mostruosa complessità delle connessioni neuronali di un essere vivente. Le resistenze al teletrasporto che i sostenitori dell’inesistenza dell’anima sono, quindi, legate alla complessità insuperabile di un organismo vivente – ma se, per assurdo, potesse essere superata, allora sì, avremmo due Pabloz del tutto identici a qualche milione di chilometri tra loro. Due io.

Ma se le comunicazioni smettessero immediatamente dopo che il trasferimento si è concluso? Se sulla Terra non arrivasse mai il segnale che permette la distruzione del corpo rimasto qui? E se dopo qualche anno, quella copia tornasse sulla terra, e si sedesse accanto a me, in autobus – magari proprio il 18 – cosa intenderei con la parola “io”? Chi dei due? Entrambi? Uno solo? Dove sentirei pulsare il mio cuore? Si potrebbe distruggere impunemente una delle due copie? Cosa sentirebbe, dentro di sé, quello che non sento di essere me – quella mia copia perfetta, alla quale manca solo la capacità di sentirsi me? L’anima non esiste: ma allora, cosa non si è trasferito, da qua a Giove? E se per sbaglio venisse polverizzata proprio la copia dentro alla quale sentivo di essere me, nonostante i miei giuramenti che sono proprio io? Forse, i ricordi accumulati potrebbero suggerirci che le strade dei due Pabloz ad un certo punto si sono divaricate: quando? Dopo tre minuti dal trasferimento, sarebbe stato ancora lecito disintegrare la copia rimasta qui? E dopo tre secondi? La copia su Giove, davvero sentirebbe di essere me? O meglio: sentirei, io, di essere quel lui? Ma io chi: quello che tradisce o quello che viene tradito da me stesso? Cioè: di cosa stiamo parlando, se riusciamo ad immaginare la versione riflessiva del verbo tradire?

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

2 commenti su “Tradirsi

  1. morenafanti
    30/06/2009

    non lo so.
    va bene come risposta?

    Io, comunque, non accetterei mai di farmi ‘copiare’.
    bellissimo post.

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  2. Elle
    30/06/2009

    Ammetto che qua e là mi sono persa in questo post nel tentativo di seguire il filo dei tuoi pensieri, soprattutto verso la fine.
    Ho assaporato invece con piacere quell’esortazione a sfogliare il dizionario…”aiuta a pensare” lo diceva sempre anche la mia prof. di lettere di cui ho un ricordo nitido e bellissimo ed alla quale devo molto dell’amore verso quella “principessa seduta su una montagna d’oro zecchino” che da sempre mi accompagna.
    Per il resto non so cosa sia il trullismo nè ho avuto curiosità di andare a googleare per trovarlo, non mi addentro nella disquisizione freudiana sulle molteplici sfaccettature dell’io perchè ci porterebbe davvero troppo lontano ed infine…”tradirsi”.
    Letto in forma riflessiva ha un altro suono rispetto a tradire, sarà per quel sibilo dolce che produce la esse tra i denti, ma quanto al risultato, direi che invece è, se possibile, ancora più amaro della forma transitiva.

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Questa voce è stata pubblicata il 29/06/2009 da in Ateismo, Scrittura con tag .

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