Grafemi

Segni, parole, significato.

Scarabeo

Qualcuno ha detto che un buon inizio fa metà romanzo. Qualsiasi corso di scrittura, più o meno creativa, dedica almeno una lezione all’incipit. Corrisponde, per certi versi, all’impressione che una persona dà di sé alla prima occhiata: la donna abbronzata seduta davanti a me, i suoi capelli scuri e spettinati ad arte, i denti bianchi e irregolari come gli occhi di Venere, le mani piccole e le spalle minute, porge un invito a continuare a leggere la sua storia in modo molto più intenso di quanto faccia la signora che le è seduta accanto, che ad occhio è la pallida, rugosa, ingiallita, tremolante madre. La quale ha, con buone probabilità, tante più cose da raccontare della piacente figlia – se non altro perché la bruttezza è la principale molla di qualsiasi dramma.

Navigando per la rete, frequentando blog di persone che scrivono, mi sono reso conto di un aspetto che ho ritrovato poi nei discorsi che mia madre, maestra in pensione, scambia con le donne sue coetanee che frequentano lo stesso corso di pittura: cioè che le preoccupazioni, e le considerazioni, e le riflessioni, su quanto si crea sono indipendenti dalla qualità prodotta. Mi spiego meglio: l’incipit è presente sia in un racconto di Kafka, sia in un mio romanzo. Sebbene gli esiti siano diversi, troverò sempre qualcuno (ad esempio me) disposto a discutere della mia scrittura con la stessa serietà, e magari gli stessi aggettivi, che altri applicherebbero a un libro di Thomas Mann. Ho iniziato a pensare, perciò, che l’aspetto interessante della scrittura (e della pittura, e della scultura, e del bricolage, e della danza, e di qualsiasi altro mezzo utilizzato per esprimere la propria visione estetica, o ciò che si muove dentro) non sia il risultato (altrimenti non si spiegherebbe tanto accanimento privo di risultati) ma l’atto creativo in sé. Il quale presenta caratteristiche invarianti rispetto alla qualità finale, alla quale sarà interessato, invece, il fruitore.

Sto progettando un nuovo romanzo. Il primo che ho scritto (nato con il titolo “Post coitum”, poi convertito in un più morbido “C’era una volta l’amore”) è stato letto da tre persone, le quali sono state tutto sommato concordi nel dire che non valeva la pena proporlo ad alcun editore. Il secondo (che attualmente si intitola “Un uomo gentile”: anche per il titolo valgono discorsi analoghi a quelli sull’importanza dell’incipit, ma per il momento non sono riuscito a trovare nulla di più accattivante) sta approdando, con un po’ di pigrizia, ai tavoli di qualche editore: non so che fine farà – cioè se vedrà la luce, o rimarrà sulla mia libreria, accanto al primogenito, e alla mia raccolta di racconti “Ai tempi del nulla”, della quale non ho più alcuna notizia da tempo. Facendo un po’ di conti, ho scritto circa un milione e quattrocentomila caratteri in due anni – senza contare i circa duecento post che ho buttato giù nello stesso periodo, e trascurando le vocali e le consonanti che ho battuto e poi cancellato perché sbagliate, inutili, o poco convincenti. Supponendo di riuscire a digitare cinquemila caratteri all’ora, significa che, nella più ottimistica delle ipotesi, ho dedicato 280 ore del mio tempo a scrivere qualcosa che probabilmente leggeranno in dieci o quindici persone, i due terzi delle quali sono miei parenti. Duecentoottanta ore che ho strappato, con i denti, alla fatica e alla stanchezza – sfruttando gli innumerevoli viaggi in treni che mi spostano da un posto all’altro dell’Italia. Non c’è solo questo: per arrivare a scrivere un romanzo, serve anche un lavoro di preparazione che significa, in concreto, appunti presi su un quadernino che porto sempre con me, letture di libri (anche noiosi), progettazione – e soprattutto una profonda critica di tutti i miei valori: perché sono convinto che la scrittura ha senso solo se mira a distruggere le cose che più si amano.

La parte di progettazione di un romanzo è quella che riserva maggiori soddisfazioni. C’è una piccola idea, un ovulo di storia, che attende di essere fecondato, quindi nutrito, allevato, protetto, educato, irrobustito. Un seme si trasforma in albero – e simili metafore ontologiche. I personaggi emergono dalla loro ombra, acquistano lineamenti, ossessioni, debolezze, atteggiamenti e comportamenti funzionali alla storia, che a sua volta si può piegare per conformarsi ad una caratteristica del personaggio principale alla quale non si può rinunciare. La parte più difficile, almeno per me, è la ricerca della lingua da usare – la voce narrante che, per come sento io la scrittura (e la lettura), non è mero strumento per veicolare significato, ma significato in sé. Avere un libro in cantiere implica l’obbligo di aprire gli occhi sul mondo intorno: il modo con il quale la signora seduta davanti a me si sposta i capelli per coprire un orecchio a sventola, la leggera peluria bionda che un impietoso raggio di sole fa brillare sul mento della donna curatissima che le sta accanto, il riflesso di una ciminiera azzurra su una pozzanghera lasciata dalla pioggia di questa notte (pozzanghera alla quale si stanno abbeverando due cavalli marroni (l’ultima parte delle loro zampe è bianca come un paio di calzini poco eleganti)), sono dettagli che entrano in una grande scatola di attrezzi, alla quale, durante i prossimi mesi, attingerò per costruire il risultato finale.

Il primo romanzo, quello che non vedrà mai la luce, è stato concepito in un tormentato viaggio in aereo da Venezia a Palermo, ed è cresciuto a caso, un capitolo alla volta: c’era una vaga idea di costruire una “non-storia”, la rappresentazione di un’assenza di crescita, di evoluzione. Il risultato, proprio perché coerente con questo impianto un po’ picaresco, e antiborghese, finisce per essere (o sembrare) un’accozzaglia di episodi slegati tra di loro: il limite del libro è che vanificando il desiderio di “storia”, che caratterizza il lettore occidentale, il libro non riesce a proporre un’alternativa altrettanto interessante. L’ovulo del secondo romanzo è stato fecondato in quattro giorni, durante un lunghissimo viaggio da Padova a Sondrio, e da Sondrio a Cortina e infine da Cortina a Trieste – mille chilometri attraverso valli e passi e boschi, sfiorando i luoghi della mia infanzia. Poi, sono stati necessari quattro mesi per costruire, attorno a quell’ossatura minuta, una storia completa di tutti gli accessori – mesi durante i quali non ho buttato giù una sola riga del libro; e cinque mesi di scrittura forsennata per mettere in pratica la mia idea. Del terzo – di quello che sto progettando ora – non voglio dire niente, perché le parole, una volta scritte, cementano idee che rimangono fertili solo fino a che sono lasciate libere di muoversi. Dico soltanto che l’altra sera, mentre fumavo una sigaretta in terrazza, guardando un temporale che si stava avvicinando, è arrivato un incipit che non esiterei a definire “fulminante” – in senso stretto. Il problema è che questo inizio non è coerente con tutte le idee che avevo formulato fino a quel momento.

Piccolo passo indietro. Ho trascorso l’ultimo capodanno a casa dei miei zii, ad Asiago. Abbiamo passato il 31 pomeriggio a giocare a Scarabeo (un gioco sul quale Nabokov costruisce un capitolo di “Ada, o ardore”): con otto lettere in mano, si deve cercare di costruire una parola sensata. Il processo mentale che sta dietro a questo gioco avvincente è stato preso come esempio da Hofstadter (il geniale autore dell’eterna ghirlanda brillante), nel suo libro “Concetti fluidi e analogie creative”, per spiegare come, secondo lui, funziona il cervello. La metafora che usa non è quella di un grosso processore centralizzato che elabora in serie ogni pensiero, ma piuttosto quella di una batteria di piccoli computer, o processi pensanti indipendenti, che lavorano in parallelo e continuano a confrontarsi tra loro, contribuendo al risultato finale. Secondo Hofstadter, quando si gioca a Scarabeo, le lettere iniziano ad aggregarsi attorno a piccoli gruppi sillabici, ciascuno dei quali viene seguito, o elaborato, da un processo mentale indipendente. Se un gruppo di lettere riesce ad arrivare ad una sequenza foneticamente sensata (quanto ci sarebbe da dire, su questo argomento…), il processo mentale corrispondente viene elevato ad un livello superiore, ed inizia a confrontarsi con i risultati di altri processi analoghi. I risultati di questa elaborazione, che è più o meno inconscia, sono tanto migliori quanto maggiore è la libertà con la quale i processi possono passare da un livello ad un altro, sia dal basso verso l’alto (quando un gruppo di lettere dà luogo ad una configurazione fonetica compatibile con la lingua corrente) sia dall’alto verso il basso (cioè quando il risultato parziale di un gruppo di lettere impedisce la formazione di qualsiasi altro gruppo di lettere). In altre parole, il consolidamento prematuro di un processo, o, se vogliamo, di un’idea, rappresenta una sorta di vincolo che rischia di bloccare tutti gli altri.

Ecco, sono convinto che il mio processo di creazione di un romanzo, che è profondamente diverso da quello che sta sotto la scrittura di un post (due o tre idee che si intersecano) o di un racconto (un evento eccezionale che svela la vera natura di un rapporto o di una persona), si basi sul confronto continuo tra idee parallele che, dopo essersi consolidate, vengono accostate ad altre idee dotate dello stesso “livello di consolidamento”. Attorno ad un dettaglio si può costruire un buon personaggio; poi, questo viene confrontato con un altro personaggio costruito con lo stesso procedimento: se le due cose stanno insieme, si forma un nucleo un po’ più grande che contiene due personaggi consolidati; in caso contrario, entrambe le idee vengono retrocesse di un livello, e non diventano vincolanti per il nascere di nuove idee; in questo “stato minore”, potranno continuare ad evolversi, cercando nuove strade, o esauriranno la loro carica vitale, finendo in un cimitero di idee morte (salvo poi risorgere come spunto per un racconto o una poesia). Circa quindici giorni fa ero sul punto di abbandonare tutta l’idea iniziale – un aborto in piena regola – e passare ad altro: attraversando una strada di La Spezia, invece, mi sono reso che sarebbe stato sufficiente togliere un blocco di idee per dare un senso compiuto a tutte le altre.

Tornando all’incipit di ieri sera, sono convinto che si tratti di una buona idea. Il problema è che, sebbene sia coerente con alcune idee di alto livello già consolidate, contrasta fortemente con molte altre che non lo sono ancora. Ad esempio, perché possa mettere in atto la sua efficacia narrativa, andrebbe raccontato in prima persona: ma nonostante non abbia ancora preso alcuna decisione sulla lingua da usare, da diverse settimane sto propendendo per una narrazione in terza persona. Il tono dell’incipit fulminante, poi, denoterebbe un distacco quasi ironico tra il narratore, che a questo punto diventerebbe il personaggio centrale del romanzo, e la propria vita – relazione che invece non ho mai pensato in questi termini. Mi trovo dunque combattuto: anche se, indipendentemente da altre considerazioni, ho già deciso di accogliere una novità introdotta da questo incipit, novità che modifica un aspetto importante sul quale non mi ero mai soffermato abbastanza, so che abbracciando fino in fondo questo nuovo inizio mi troverei con una storia diversa da raccontare. Nei prossimi giorni, ci saranno trattative, accordi, rinunce, o vittorie schiaccianti. Alla fine, la storia complessiva, sarà andata avanti di un altro passo.

Tutto questo ragionamento dimostra il discorso iniziale, o da questo viene giustificato – e cioè che ha senso parlare seriamente di un processo creativo disaccoppiandolo dall’analisi dei risultati. Si può cantare sotto la doccia, e ci si può chiedere, a forza di cantare, come funzioni la scala occidentale, o il sistema delle battute nell’organizzazione di una frase melodica, o l’efficacia degli accordi minori nell’ottenere effetti musicalmente drammatici, senza porsi, nemmeno per un momento, il problema della propria intonazione. Perché – al di là di ogni sciocca retorica – si scrive prima di tutto per se stessi.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Scarabeo

  1. morenafanti
    09/07/2009

    oh beh. per se stessi e per chi si ritroverà nei nostri pensieri.
    o no?

    la narrazione in prima persona è per tanti aspetti più ‘facile’, ma non tutte le storie sono adatte a tale voce narrante.

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    • paolozardi
      09/07/2009

      Non so se sia più facile… Di sicuro, dà molte più possibilità a chi scrive, perché permette di posizionare la telecamera dentro alla scena. Il rischio, è quello di ottenere qualcosa che involve, invece di evolvere… Philip Roth usa spesso una terza persona mascherata – cioè parla di sé in terza persona; Nabokov, in alcuni suoi libri, passa tranquillamente dalla prima alla terza e viceversa (o addirittura fa litigare due personaggi che cercano, ciascuno, di raccontare la storia a modo proprio). Insomma, ce n’è per tutti i gusti!
      E un racconto di 5000 caratteri in seconda persona?

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  2. morenafanti
    09/07/2009

    seconda persona?…
    mandami un esempio.

    secondo me in prima persona è più limitata la cosa. sei dentro alla scena, ma da un solo punto di vista.
    in terza persona sei dentro ad ogni testa che desideri mostrare.
    hai più potere.
    e lo scrittore, lo sai, crede di essere onnipotente.

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    • paolozardi
      09/07/2009

      non è detto che la prima persona sia più limitata – dipende

      se è una terza persona alla Roth, allora l’autore ha il controllo completo, ma solo su un personaggio, e tutti gli altri li vede dal punto di vista del suo alter ego

      e anzi, direi che è quasi sempre così – raramente l’autore dimostra di essere onnipotente: direi che la tendenza attuale è quella di un autore che non sa neppure come andrà a finire la storia che sta raccontando…

      Un esempio: “Ti eri svegliato bene, quella mattina – di buon umore, con tanta voglia di fare. Avevi aperto la finestra, ti eri un po’ sporto per guardare fuori, e avevi avuto la sensazione che quella, proprio quella, sarebbe stata una bellissima giornata. Da qualche parte, però, nell’ampio spiazzo di un’azienda di Torino, un camion – uno qualsiasi, non un camion in particolare: un bestione grande e grosso con gli occhi minacciosi, un bilico lungo una quindicina di metri, l’enorme scritta “TRANSTORINO” sulla fiancata, l’adesivo di Padre Pio nel portellone dietro (e un calendario di un’autofficina appeso a destra dello schienale) – si era messo in moto. Un brontolio sommesso, un colpo di tosse, un ruggito diesel, poi il movimento, lento ed inesorabile: e mentre tu guardavi fuori dalla finestra, contemplando un fronte di nuvole bianche che il vento stava soffiando lontano, era iniziato il tuo ‘molto inconsapevole’ conto alla rovescia.”

      Ecco, questo potrebbe essere un incipit di un racconto in seconda persona. Anche se potrebbe spingersi ancora più in là, cercando di giocare con le idee che stanno dentro alla testa di chi legge…

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Questa voce è stata pubblicata il 07/07/2009 da in Scrittura con tag , .

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