Anestesia occidentale

Ieri sera ero a cena dai miei – io e mio fratello più piccolo abbiamo le mogli in vacanza, e allora torniamo all’ovile (perché non si dice porcile? Cioè: è così scontato che la casa famigliare sia una stalla occupata da pecore?).

Così ho guardato, ho visto, ho assistito, al telegiornale, che da tempo evito di guardare – questione di buongusto. Quello su Rai Uno. L’ammiraglia. Parlavano del G8. Servizio di quel giornalista che viene considerato sexy – ma io continuo a chiedermi come si possa scambiare per un uomo un tizio che si tiene sempre la barba di due giorni: quanto narcisismo ci deve essere, in una simile abitudine? Anyway, di tutta questa gran riunione degli uomini più potenti del mondo, si è visto: Obama e Berlusconi che visitano le rovine di L’Aquila, che sembravano il set cinematografico di un film sui terremoti, o il finale di un drammone sul crollo dell’Impero Romano; Obama che si inginocchia per farsi fotografare con una nanetta abruzzese; Sarkozy che saltella come se si fosse appena scopato, che so, Carla Bruni; un politico, che per esclusione identificherei con il Re del Canada, che fa il sosia di Cocuzza; Berlusconi che fa il padrone di casa, e assomiglia – è un complimento – ad una gentile guida turistica che sta cercando di vendere il Colosseo a due americani. En passant, qualche cenno ai problemi planetari che questi uomini risolveranno.

Poi, forse coscienti che niente è noioso come un gruppo di politici che si danno pacche sulle spalle, iniziano un servizio sulle mogli dei premier: all’appello mancavano solo la signora Berlusconi (della quale ha fatto le veci la molto più figa Ministra Carfagna) e la moglie della Merkel, che ha preferito andare a pesca di merluzzi sul mar Baltico, con alcuni suoi ex compagni della Stasi. Bene: sembrava di vedere un documentario sulla Francia nel 1788 (per Gigio: un anno prima della rivoluzione francese). Vestite come su una copertina di Vogue, le nobilissime mogli dei potenti si intrattenvano parlando pure loro del clima e delle banche, ma da un punto di vista molto meno accademico; poi, attorno ad un tavolino, mangiavano brioches servite su un servizio Luigi XV, o Maria Antonietta I – non si capiva bene. Una, grassa e di colore (moglie di chi?), aveva un cappello largo come l’astronave di Indipendence Day quando si avvicina alla Casa Bianca per fulminarla; un’altra, bianca come un cencio, esibiva un tubino minimalista le cui parti mancanti, quelle che lo stilista aveva tolto per ridurre l’abito all’essenziale, le saranno costate dieci stipendi di un operaio della Brembo. Poi c’era l’intervista al gelataio delle First Ladies: io spero che uno dei suoi aiutanti fosse amico di Tyrel Durden, e abbia scaricato la sua vescica (Fight club versione film) o la sua prostata (Fight club versione libro) nella deliziosa crema al latte che ha impiastricciato le regali labbra delle mogli che i premier si sono regalati.

Ecco, dunque, a cosa dobbiamo assistere. Ma a noi, i cittadini di un paese in cui tutto sommato se magna, va anche bene: in fondo, possiamo cambiare canale (ma per guardare cosa?), e continuare la nostra vitaccia occidentale, lussuosetta e borghesuccia, con la speranza che la catastrofe planetaria arrivi giusto qualche anno dopo la fine della nostra lunghissima vita. Ma gli altri? Cioè: possibile che un negher dell’Africa Centrale, debba sperare che questi re, questi principi assoluti, questi potentissimi, e sorridentissimi, monarchi occidentali, si mettano d’accordo, e decidano di cercare di trattenersi dall’infilare tutto il palo del Capitalismo nel loro culo, accontentandosi solo della punta? Il nostro Primo Ministro parlava di etica finanziaria. Lui, che – notizie certe: cioè non smentite da alcuno, neanche da lui – aveva 64 conti miliardari in paradisi fiscali. Lui, che sulla finanza creativa ha costruito un impero. O il Presidente degli Stati Uniti che, come se fosse il re del Giardino dei Semplici (e non della più mostruosa ed efficiente macchina tritatutto di tutti i tempi), che dice: dovremmo darci delle regole. Certo, avete spazzolato tutto quello che potevate. Avete giocato al Monopoli con i soldi di mezzo mondo. Ve li siete pappati fino all’ultimo centesimo. Non avete fatto niente per impedirlo. E ora, ora che la trippa è finita, ecco che servono le regole. Cioè: paga lo Stato. Cioè: io. Suo marito è morto di infarto, signora: che dice, lo mettiamo a dieta?

E nessuno protesta più. Va bene così. Tutti preferiscono un mondo taciturno, incapace di parlare, basito, piuttosto che quel servo disobbediente che era Carlo Giuliani, che combatteva i potenti con il nastro adesivo sui gomiti e un estintore in mano – il simbolo più tragico dell’impotenza degli straccioni, degli ultimi, della folla tumultuosa dei perdenti che si agita rumorosa e inascoltata attorno alle mura, esterne o interne, delle fortezze occidentali. Finalmente, tra i sorrisi e gli applausi di tutti, la politica è diventata un enorme spettacolo, un Grande, Grandissimo Fratello, il più fantastico dei reality show – il più lieto, il più rassicurante, il più sorridente, il più ricco e fantasmagorico di tutti – un mondo televisivo dove i premier trombano di nascosto, e inculano la gente alla luce del sole. Sempre sorridendo.

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie

Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

(De André/Fossati)

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One thought on “Anestesia occidentale

  1. questo post l’ho letto prima ma non sono riuscita a commentare.
    commento ora, ma non c’è tanto da dire… se non che certe cose disturbano. alla fine però siamo sempre tutti qui. e loro sono tutti là.
    e parlano. parlano.
    e poi?

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