L’inizio e la fine

Quando ero alle medie, ogni anno, una delle ultime lezioni di ginnastica era dedicata al training autogeno: il professore di ginnastica, un uomo con la barba nera, simile a Robbie Williams in “Risvegli”, faceva distendere i nostri corpi adolescenti su alcuni materassini, e iniziava a parlare. Dopo qualche minuto, iniziava un meraviglioso processo di smaterializzazione – un’esperienza fisica che dimostrava come l’estasi mistica possa essere raggiunta anche in assenza di un qualche Dio da rimirare.
La caratteristica peculiare della scuola media è la disomogeneità degli alunni: convivono, dentro ad una stessa classe, ragazzi barbuti e bambini con la voce da soprano. Durante quell’ora dedicata al training autogeno, i più piccoli si addormentavano: li sentivo russare, come da un mondo lontano.
Per un po’ di tempo, provai ad applicare la stessa tecnica anche a casa, in particolare durante la preparazione degli esami di terza media, che io avevo preso piuttosto seriamente – tanto che il giorno prima del mio orale non andai a giocare a calcio, la sera, nel campo di una scuola per orfani, a un chilometro da casa mia: fu l’unica volta che dissi di no. Alla fine di quella partita, Alessio, il mio amico da sempre, che invece aveva sostenuto l’esame la mattina di quel giorno, venne a trovarmi. Bevemmo, nella cucina di casa mia, un bicchiere di latte freddo con il Nesquik, mangiando quattro Oro Saiwa a testa. Quando uscì, mio padre disse che Alessio sembrava più grande della sua età. Dettagli insignificanti, che rimangono attaccati a qualche inconsapevole neurone.
Il training autogeno casalingo lo facevo nel tardo pomeriggio, dopo aver studiato. Mi mettevo in camera di Alberto, mio fratello più grande, abbassavo un pochino le tapparelle, in modo che la luce diventasse una penombra arancione, e mi distendevo nel suo letto, sulla cui testata erano appiccicate le figurine della Marvel. Dopo qualche tentativo, scoprii che un po’ di musica mi avrebbe aiutato in quella discesa verso una quiete ristoratrice; e che tra tutte le musiche, la più adatta allo scopo era il Bolero di Ravel.

bolero di Ravel

Personalmente, sono contrario a qualsiasi tentativo di vedere, in una musica priva di parole, la rappresentazione di qualcosa di concreto. Chi cerca di trovare, nella Primavera di Vivaldi, gli uccellini che cantano, insulta prima Vivaldi, poi se stesso. Non si può ridurre una forma espressiva ad un’altra. I quadri si guardano; certo, i commenti possono introdurre nuove “dimensioni”, ma nessuna parola potrà riprodurre il sorriso della Gioconda, o l’armonia di una tela di Piero della Francesca. Sarebbe come voler raccontare i colori ad un cieco.
La musica è vibrazioni dell’aria, che il nostro orecchio trasforma in qualcosa compatibile con il nostro cervello. Solo questo. Non credo che, nella scala temporale di un pianeta, la musica sia nata da molto; sarebbe meraviglioso (ok, forse solo per me) poter assistere, anche da lontano, al momento in cui uno scimmione più o meno peloso, ha scoperto che soffiando dentro ad un osso cavo, o su un sottile filo d’erba teso tra le dita, usciva qualcosa che provocava piacere. Un piacere che non può essere ricondotto a nessuna altra esperienza.

mirò

Il Bolero è una particolare sequenza di vibrazioni dell’aria inventata dal musicista francese Maurice Ravel. La prima volta che fu eseguito, gli spettatori tirarono le loro poltrone sul palco, e nel parapiglia che seguì, si sfiorò la tragedia. Quella musica, che noi ora etichettiamo come “classica”, era fuori da qualsiasi schema del tempo: una sola linea melodica, ripetuta più volte, con un ritmo costante. Due accordi. Se pensiamo che, da un punto di vista temporale, Mahler non era molto distante da Ravel, credo che il Bolero facesse lo stesso effetto di “Anarchy in UK” dei Sex Pistols ascoltata da un cultore dei Pink Floyd.

Ed era con il Bolero, che facevo training autogeno. Era perfetto, per quello scopo. Non arrivavo nemmeno alla metà, che tutto il corpo si era già sollevato di due metri, galleggiando nella camera, e poi usciva volando sopra campi di grano pieni di sole. Ha qualcosa di ipnotico, quella musica. Una spirale che continua a girare e piano piano si allontana dal suo centro, cerchio dopo cerchio. La musica non ha contenuti – ripeto: non c’è nessuna luna nella Sonata al Chiaro di Luna di Beethoven; ma la musica ha strutture. Ha strutture vuote. L’unica definizione di musica che sarei disposto ad accettare è “forma priva di contenuto”. E’ l’impalcatura di una storia che non viene raccontata: rapporti tra le parti, relazioni, legami.
Per questo motivo, il Bolero non narra una storia in particolare, ma tutte quelle storie che condividono la medesima struttura: una timida idea iniziale, abbozzata da un flauto etereo, che piano piano trova il proprio vigore, e trascina dietro di sé tutta l’orchestra in un crescendo continuo, fino a che quella stessa idea viene snaturata, soffocata, coperta dal clamore. Quindi la fine, improvvisa.
Esistono migliaia di storie compatibili con la struttura del Bolero. Quella dell’Impero Romano, ad esempio. O quella della filosofia greca. Idea iniziale, sviluppo, gigantismo, crollo. Potrebbe essere la storia della musica stessa – la semplicità del flauto pan, il rigore delle orchestre usate da Mozart, l’elefantismo beethoviano, fino al crollo per implosione, e la nascita di una nuova musica.
E’ una storia triste, quindi, quella del Bolero. Le idee, pare dire, si corrompono: l’inizio di ogni cosa contiene tutti gli elementi che caratterizzeranno la sua fine. Ascoltando questa musica, ad un certo punto diventa chiaro che le cose stanno iniziando a degenerare: eppure, per il rigore con il quale Ravel ha costruito la sua opera, è altrettanto chiaro che quello è l’unico cammino possibile. C’è un’ineluttabile necessità, nel modo con il quale al flauto si sovrappone l’oboe, all’oboe il fagotto, al fagotto i violini e a loro gli ottoni. Assomiglia, questo cammino di crescita, a certe storie d’amore che si sviluppano fino a diventare ipertrofiche gabbie per l’anima.
Ci sono specie animali che hanno continuato ad aumentare di dimensione, fino a che nessun sistema ecologico ha più potuto sostenere la loro presenza: il Bolero è la storia di un essere monocellulare che si aggrega ad altri, che esce dall’acqua, che si fa spuntare le orecchie e la coda, le zampe e gli artigli, che aggiunge ossa al suo scheletro sempre più pesante – perché avere forza significa proprio questo – fino a che un piccolo cosino peloso trova il modo di mangiare tutte le uova che ha depositato. Anche questo, è Bolero.

passo dell oca

Ravel, quando ha scritto il Bolero, non aveva in mente niente di tutto ciò, e non voleva raccontare niente di simile; altri, in altre camerette, distesi su altri letti, troveranno altre storie, in quella musica, perché la musica non ha una storia sua da raccontare. Ma in quei momenti di training autogeno, nella piccola cameretta di mio fratello, in prossimità degli esami di terza media, io ho visto chiaramente l’alba e il tramonto, la purezza e la corruzione, l’evoluzione e l’involuzione, la rivoluzione del popolo e la dittatura dei potenti, Romolo ed Eliogabalo, Eraclito e gli alessandrini, la passione ingenua e le passioni messe in vendita, l’invenzione e l’imitazione, una cellula nel brodo primordiale e la caduta dei dinosauri, la poesia e la retorica: l’inizio, e la fine.

Eliogabalo

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