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Segni, parole, significato.

L’amore di uno scrittore

Lo scrittore, quello vero, ama i suoi personaggi con una passione che non conosce limiti e cedimenti; ma accetta, con eroica rassegnazione, di non poter far nulla per la loro salvezza.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

7 commenti su “L’amore di uno scrittore

  1. Elle
    24/07/2009

    Un po’ come nella vita, dove i personaggi sono le persone, artefici ognuna del proprio destino o mosse da un deus ex machina che ha già scritto tutto?
    Un bell’interrogativo esistenziale sul quale non si finirà mai di discutere, ma che mi riporta al ruolo dello scrittore, che spesso, solo apparentemente, muove dietro le quinte, le fila dei suoi personaggi.
    Li ama, li protegge, li crea e li distrugge, salvo, a volte, lasciarli vivere di vita propria…
    Un amore istintivo quello dello scrittore, che come tante altre forme d’amore, non risponde alle regole di una presunta possibile, giusta, eventuale…salvezza.

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    • paolozardi
      24/07/2009

      Non credo che i personaggi vivano di vita propria – sono nostre creature, in tutto e per tutto. Li si deve amare come una statua che si sta scolpendo, o un quadro che si sta disegnando – piegandoli, umiliandoli o premiandoli in base a ciò che si vuole raccontare. Hanno una vita propria solo se l’autore non ha chiaro quello che voleva raccontare…
      Dino Risi amò molto il personaggio de “Il sorpasso” che alla fine muore: gli regala la voce narrante, le riprese più belle, una speranza di salvezza. Ma ha dovuto ucciderlo perché tutto, tutto glielo stava chiedendo – quegli anni sessanta un po’ fatui, il personaggio tracotante di Gassman, lo sguardo che gli si scioglie finalmente in un sorriso.
      Dopo che si dà la vita ad un personaggio, e lo si crea “perfetto”, non gli si deve concedere nessuna speranza di poter vivere una vita diversa da quella che abbiamo pensato per lui. Chi crea un uomo su un libro, deve essere consapevole che, se necessario, dovrà anche ucciderlo.

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      • Elle
        25/07/2009

        “Hanno una vita propria solo se l’autore non ha chiaro quello che voleva raccontare…” sì forse è così Paolo, anzi, certamente è così.
        Ma non ti è mai successo che mentre pensavi di scrivere una cosa, di far fare quell’azione al tuo personaggio o di fargli dire delle cose, ne uscissero invece delle altre?
        Io, come sai, parlo da profana, sono al di fuori delle tecniche da scrittore, nè ho velleità in quel senso, anche se amo scrivere, ma la passione da sola, non basta, lo so.
        Il mio è più un discorso “a orecchio”, istintivamente sarei portata a non avere quella “eroica rassegnazione”. Forse perchè quella è dello scrittore vero. Appunto 🙂

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    • paolozardi
      27/07/2009

      Anch’io, come te, scrivo, e anch’io, come te, non credo di avere una teoria della scrittura sufficientemente solida da poter esprimere giudizi assoluti. Per questo, uso Nabokov, del quale conosco qualcosa, per esprimere il mio punto di vista.
      In un libro di interviste, dal titolo “Intemperanze” – che se non fosse per il prezzo, mi sentirei di consigliare a chiunque ami scrivere, in qualsiasi forma – lui afferma (un po’ provocatoriamente: ma lui è fatto così) che i suoi personaggi sono galeotti legati ai remi della sua nave, e guai se non fanno quello che lui dice!
      In un altro scritto, specifica in modo più raffinato il suo punto di vista: sostiene, Nabokov, con incredibile sottigliezza, che un romanzo non è la descrizione di una partita di scacchi, ma un problema di scacchi che l’autore pone al lettore. In altre parole, chi scrive un romanzo deve disporre i suoi pezzi – personaggi, paesaggi, comparse, storie – in modo che il risultato finale sia una sorta di sfida a chi legge. In questo senso, dunque, l’autore non assiste all’evolversi delle mosse, ma le comanda fino a raggiungere l’esatto risultato voluto.
      In altri punti ancora, sostiene che un romanzo assomiglia ad un affresco, che viene prima progettato, e poi disegnato. L’idea che i personaggi vivano di vita propria può essere fatta discendere da Michelangelo che con la sua famosa frase “Le sculture sono già dentro al marmo: è sufficiente togliere quello che c’è in più” ha creato il mito dell’autore come maieuta, o levatrice – qualcuno che ha la sensibilità di ascoltare, o vedere, qualcosa che esisteva già prima. Ma il punto è: chi sarebbe disposto a credere che i personaggi della Cappella Sistina hanno preso il sopravvento sul loro pittore? Cioè che Michelangelo non conoscesse, quando ha dato la prima pennellata, l’esatta disposizione di ogni singolo personaggio che avrebbe rappresentato nell’affresco? Certo, può succedere, poi, che l’espressione di un viso dia un senso diverso al risultato finale… ma si tratta, comunque, di dettagli.

      Ovviamente il fatto che l’abbia detto Nabokov non significa che tutto ciò sia vero – è probabile che esistano scrittori simili ad architetti ed altri simili ad un fotografo che gira alla ricerca di scatti. Non credo ci sia un “metodo” migliore di un altro, in questo senso: però credo sia utile avere la consapevolezza di quale sia il proprio. E io, nel mio piccolo (nel mio molto piccolo), progetto.

      Buona giornata!
      Paolo

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    • paolozardi
      27/07/2009

      ps qui: http://morenafanti.wordpress.com/2009/07/24/lezioni-55-e-56-scrivere-un-romanzo/#comments c’è un bel pezzo di Schopenhauer sull’argomento!

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      • Elle
        27/07/2009

        Grazie Paolo, sono indietro con le lezioni di Morena, ma siccome, come dico sempre, i post non hanno scadenza, pensavo addirittura di stamparle tutte e leggermele con la dovuta calma prossimamente.
        Molto interessante il punto di vista di Nabokov e “Intemperanze” (già mi attrae dal titolo), figurati se me lo lascio sfuggire.
        Una cosa è certa, non esiste un metodo universale di scrittura, che sia buono per tutti, le variabili sono tante e tali che non credo si possa creare un decalogo cui attenersi alla lettera.
        Ma certamente ognuno prenderà ciò che sente più vicino a sè, ciò che più si addice al suo modo di sentire la scrittura e che sia “progettata” o semplicemente più “istintiva”. E ciò che le accomuna è l’amore…di uno scrittore.

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  2. morenafanti
    27/07/2009

    io credo che nei personaggi ci sia un po’ di nostro volere ( e c’è senz’altro. chi li fa vivere se non noi?) e un po’ di vita propria (se li abbiamo orchestrati così bene come dovremmo, loro sapranno chi sono e agiranno di conseguenza)
    credo che una cosa non neghi l’altra.

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Questa voce è stata pubblicata il 20/07/2009 da in Aforismi, Scrittura con tag .

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