Grafemi

Segni, parole, significato.

Anthropomodel

1.
Disposto
nello spazio di questo Universo

c’era

opposto a quello
spazio
come una negazione

stava

senza appartenermi

l’insieme tumultuoso
delle cose
che facevano
me.

A questo sacco di
carne e
sangue

a questo punto
brulicante di
chimica e
meccanica

sacchi di
carne e
sangue
disposti
nel vuoto che non era
io
volgevano le proprie
amorose e
disperate
cure.

2.
Nel letto sfatto
per una lotta piena di furore
sta la tua testa
appoggiata sul mio petto,
con i capelli sparsi,
rossi,
arsi.
Tu
respiri
mentre con gli occhi chiusi
tocchi le mie dita.
Aria
calda
sul focherello appena
spento. Spandi odori di
vita, vento.

Ricordi?
Amore:
l’abbiamo chiamato
amore
lo scomposto scuotersi di
arti.
Hai leccato il mio
corpo
mentre io non smettevo di
baciarti
e di baciare il tuo sapore
e ancora abbiamo detto
è amore.
Lo sperma
che mescolava
colore
nel vuoto che
mancava,
ancora
amore
si chiamava.

Ora sta
il peso della testa
sul mantice del mio
respiro
come un sasso
caldo. Nuvola,
incavo dell’Universo, la tua
esistenza
è ciò che manca all’infinito
spazio.

3.
Il dottore aveva lo sguardo stupito di un bovino:
dietro lo spessore dei suoi occhiali
elencava la nera lista dei miei mali
con il metodo e il rigore di un cretino.
“Ecco, vede? Questo è un numero sbagliato.
Dovrebbe avere cento,
e non arriva ad uno.
Qualcuno si è scordato
di ricordare
a quelle cellule che è ora di mollare.
Adesso guardi questa foto. Vede?
Manca il vuoto.”
e intanto muoveva un dito
con l’aria di chi pensa “che bello che ho capito”.
“Sono io?” domandai come un bimbo a scuola.
“Sì. Per la precisione
lei è quella macchia
viola.”

Da oriente avanzavano nuvole
nere
gonfie di pioggia –
messe raccolta
sui campi di
Siberia. Una vecchia russa
le aveva viste passare
veloci come voci
davanti alle finestre della propria
cucina; in uno sbattere di porte,
un dito tremulo le indicò alla piccina
seduta sulla stufa
(stesso sorriso pieno di buchi:
sotto cuscino
ecco dentino
per topolino).
Nei boschi verdi della Romania
un orso e il suo cacciatore
avevano alzato
insieme
gli occhi al cielo,
prima che uno
dei due
il velo della morte calasse
sull’altrui terrore.

Ora,
era il turno mio.
E quello del dottore.

Tuonò
“La chirurgia la salverà”
poi piovve
“Un piede basterà.”
guardai
la mia scarpa
la destra
”ma lo sai
che sarai lustra
per l’eternità?”

4.
Amavo una
donna
e mille facce

un giorno era pelo scuro
un altro schiena liscia
poi un desiderio mai esaudito
e uno diverso
più puro
subito finito

Una mi chiese
mi ameresti anche se io non fossi?
Certo
amore ma
cosa
amerei
se non vedessi
la costruzione dei tuoi trecento ossi?

Mi guardò
spandendo i capelli chiari
si coprì col velo di un lenzuolo
rimase solo il profilo
del rilievo

con la mano
dicevo
questo io amerei
questa forma
che disegna
uno spazio e il suo contrario

rotolò giù dal letto veloce
e ora?
All’eco risposi
terrei
la nota alta
della tua voce

rimase muta
adesso amo il tuo profumo
ma dove sei caduta?

Intanto mi faceva male un
osso
e domandavo
quando

5.
Io.
Quella macchia viola.

6.
Mi svegliai
con gli occhi chiusi
sete come sale

fa male

sì però
la vita

fa male
male
male

come una lente
luce in un solo punto
così il dolore
riduce
l’uomo ad un riassunto di pochi
centimetri
quadrati

ci siamo salvati?
il futuro c’era
ma non arrivava sera

l’infermiera una biondina
sulla trentina
scusi
– stringevo i denti –
sul tavolino c’è il numero del mio
cellulare

pensi a migliorare

certo
volevo dire dopo
o le fa paura
quello che mi manca?

Un mese dopo
guaiva sotto il mio peso
stanca
e io guardavo il tronco
con i suoi quattro tubi
e i nove buchi
senza domandarmi
perché bruciavo
solo al pensiero
del ricordo

nell’ontogenesi di
quella creatura
uno stomaco aveva espanso
le sue zampe

io infilavo
dove potevo

l’orgasmo e il suo rossore
l’abbiamo chiamato
ancora
amore.

7.
Torna la pioggia.
La sega del dottore
mangia un’altra fetta.
Pare abbia fretta
questo orribile tumore.
Sloggia!

8.
Così morivo
un pezzo alla volta.
In inverno
seppellimmo
la gamba destra
in estate
la sinistra.
Smisi l’orologio
in un mese di passaggio;
l’anno dopo,
strinsi forte la
mano alla mia
mano che
partiva per un lungo viaggio.
In attesa dell’eternità,
facevo prove per l’aldilà.

Poi sempre la domanda:
Mi ameresti anche se non fossi?

Io ero,
Io,
perché non ero i miei
piedi le mie
mani le
ginocchia i
polsi con le vene azzurre quei
gomiti che puntavo sul tavolo di una cena i
femori alcuni
nei marrone la
tibia e il suo gemello
perone il
tarso il
metatarso e le piccole
unghie
non ero
non ero io:
io ero altrove

ma dove
dove mi ero perso?
lo spazio dell’Universo
al quale opponevo
la mia negazione
si era fatto più grande

Più piccolo l’involucro
del mio mondo monco.

Ero un tronco.

9.
Il tramonto fu
triste come un pianto.
Ogni tanto
mi faceva visita
una giovane pittrice
con un gigante nero:
lui mi prendeva
tra le braccia e

adesso appoggialo là,
sotto la finestra:
voglio cogliere il riflesso
che si spande sulla faccia

poi si toglieva la gonna e le
mutande
e appoggiava il sesso scuro sul mio viso

ecco, così,
quest’albero col cazzo duro
non ho mai visto niente di così
mostruosamente puro

intingeva il pennello nel rosa della tavolozza

cancella quel sorriso!
tu sei l’essenza dell’uomo
ecco, guarda il quadro:
“L’anthropomodel”

(in francese
suonano bene anche le
offese)

Poi,
sotto lo sguardo assente del muto servitore,
si sedeva sul mio pene
e ci passava ore.

Io piangendo
le chiedevo: lo chiameresti
ancora
amore?

10.
Quando muore il
giorno e il mondo si fa
scuro
nei sogni assisto immobile al ritorno
di una gamba,
o un braccio;
un dito mignolo
sotto le lenzuola
prude.
Sento anche
l’eco di due risa, i bimbi in camera a giocare,
poi mi sveglio,
e non mi muovo –
i giorni i figli gli arti sono andati,
o non sono mai
arrivati. Ma
cos’era meglio?
Avere avuto, o non essere mai
stati?

Morirà pure questo tronco
e questo mondo
io sono un punto
perso
le mie quattro ossa
dormono in qualche
discarica abusiva
me un po’ alla volta che
nuvola
incavo
male
carne e sangue io
amore

e tutto il resto

l’Universo
è solo

nulla

.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

2 commenti su “Anthropomodel

  1. morenafanti
    17/08/2009

    non così angosciante come potrebbe essere, e molto bello. una visione di sensazioni e una vista sui sentimenti. molto originale.

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 16/08/2009 da in Poesia, Scrittura con tag .

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