XY

Leggendo un racconto scritto in prima persona da un essere umano, l’unica caratteristica fisica dello scrivente che si può determinare con certezza è il suo sesso.
La presenza di un pene o di una vagina determinano, da un punto di vista grammaticale, il genere degli aggettivi e dei participi passati riferiti all’io che sta parlando di sé. A partire da una mera analisi grammaticale, invece, non è possibile determinare il colore della pelle, l’età, la statura, la dimensione corporea, la bellezza, e altri attributi ai quali siamo soliti dare una qualche importanza.

Io sono un uomo. Tale convinzione mi viene data da una serie di caratteristiche del mio corpo: ho un pene, ho i testicoli, ho una muscolatura tutto sommato sviluppata, ho la barba. Non ho le mestruazioni. Penetro e non sono penetrabile – se non per via indiretta. Tutto ciò non dipende da me: potrei essere innamorato del mio vicino di casa o di Brad Pitt, potrei desiderare un paio di scarpe d’argento da portare con delle calze autoreggenti, o vestiti a fiori o rosa, o potrei passare le mie serate guardandomi in un specchio indossando un reggiseno imbottito di gommapiuma, ma rimarrei comunque un uomo.

L’informazione della mia mascolinità è scritta in ogni cellula del mio corpo. XY: questo il suo marchio. Ogni cellula del mio corpo conosce un aspetto del mio essere talmente importante da venir riflesso nel linguaggio. Il principale criterio con il quale il mondo viene diviso in due metà è il sesso. Chi ha il pene, da una parte; chi ha la vagina dall’altra.

Il problema nasce, come sempre, ai confini. La sindrome di Morris, ad esempio, disegna una linea confusa tra chi dice “sono contenta, sono andata, sono riposata” e chi dice “sono arrabbiato, sono alto, sono cambiato” – un tratteggio dove esistenze in apparenza felici rischiano di scivolare lungo un calvario infernale.

Il feto, intorno alla quarta settimana, presenta un abbozzo di entrambi i sessi. La presenza del gene SRY, presente sul cromosoma Y della coppia XY, determinerà (se tutto va bene) la soppressione dei caratteri primari femminili, cioè l’utero, le ovaie, le tube: viceversa, farà la coppia XX. Di uno yin-yang completo, si prende una fetta. Ecco il mondo diviso.

Ma un feto su ventimila, un feto XY, cioè potenzialmente maschio, dotato quindi di testicoli, presenta un’insensibilità agli androgeni: questo è la scintilla di quel tratteggio. I caratteri primari femminili non vengono completamente soppressi. Il neonato nasce con una vagina, ma piccola e poco profonda – residuo cieco di qualcosa che non avrebbe dovuto esserci; l’utero e le ovaie sono trattenute nell’addome; non c’è pene, non ci sono testicoli. Una femminuccia gioia di papà è in realtà un uomo mancato. XY su tutte le cellule.

Il piccolo cresce. Gioca con le bambole, certo. Indossa gonne di tulle, e guarda come si trucca la mamma. Impara a chiedere: “sono bella?” E i suoi piccoli compagni di classe si invaghiscono di lei. Fa la pipì seduta. Forse, viene operata di ernia inguinale – il primo campanello d’allarme. Il secondo è la mancanza di mestruazioni. E di peli sotto le ascelle, e di brufoli – gli antipatici effetti degli androgeni ai quali questa creatura è insensibile. Questa creatura: come altro potremmo chiamarla? XY dice maschio, vagina dice femmina. Un ragazzo che non sente la voce dei suoi cromosomi; una ragazza che cova, al suo interno, tracce minuscole di una mascolinità che non riesce ad esprimersi.

Il problema non è un’anca malformata, il pancreas che non produce insulina, il timo che si lancia all’attacco dei muscoli: in questi casi, staremmo parlando di malattie che producono dolore, disagio, o morte, su creature pienamente definite. Creature che possono dire: io sono malata, o io sono malato. Esseri umani ai quali corrisponde un “io” definito – aggettivi, participi correttamente declinati. Un centro di dolore che riconosce la propria identità.

La sindrome di Morris, nota anche come A.I.S., cioè la sindrome da insensibilità agli androgeni, colpisce il nucleo centrale dell’essere umano: la sua possibilità di essere definito, di stabilire a quale metà del mondo appartiene. E colpisce i genitori che hanno un figlio, o una figlia, con questa bizzarra caratteristica: cosa raccontare a questa ragazza che sta crescendo? Uno de problemi è l’ipoplasia vaginale: la vagina è corta, uno o due centimetri nei casi più accentuati. Lei si innamorerà di qualcuno; qualcuno, amandola, cercherà di penetrarla – il mistero folle dell’amore. Per quanto tempo è possibile rimandare il momento in cui sarà necessario sedersi attorno ad un tavolo per dire: “figliola, c’è qualcosa che non va in te”? Quanta forza è necessaria per riuscire ad accettare la rinegoziazione della propria identità? Il problema della vagina lo si può risolvere con la chirurgia. O con altre tecniche meno cruente: mezz’ora la mattina, mezz’ora la sera di terapia dilatativa. In bagno, c’è tua figlia sedicenne, che armeggia con la sua vagina cieca, sottoponendola ad un trattamento che fa male solo ad immaginarlo, con la speranza che il suo organo sessuale, la prova del suo essere donna, arrivi ad avere una forma accettabile. Accettabile per un pene eretto marca XY, accettabile per l’amore. Hai presente quanta insicurezza può avere una ragazza di sedici anni? Ricordi cosa significava, per te, un brufolo sul naso, alla sua età?

Anni di studi hanno portato a capire questo: che a chi è affetto da AIS non gliene importa niente dei suoi cromosomi, o della sua infertilità – qualcosa che o è troppo piccolo, o troppo lontano. Che la sua sofferenza dipende dall’assenza di mestruazioni, dalla mancanza dei peli pubici, dalla convivenza con una vagina in miniatura. Essere donna, o essere uomo, è una questione di centimetri, e di peluria, e di sangue. Sembra poco? Un cromosoma è molto più piccolo: eppure, contiene tutto il tuo io.

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