Quello che manca

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[Silenzio. Un tavolo di vetro sullo sfondo. Luci basse. Sedersi con le gambe incrociate. Blu. Odore di lavanda.]
Un condannato a morte, in Giappone, aspetta, nella sua cella molto asettica, l’arrivo dei secondini per l’ora di pranzo. Sta seduto per terra, su un tappetino. Guarda il muro davanti, come fa da circa trent’anni. Quanto mancherà? pensa. A differenza degli Stati Uniti, sulle cui esecuzioni sappiamo tutto, quasi nessuno è a conoscenza del fatto che in Giappone i condannati a morte possono rimanere nel braccio della morte per decine di anni; non solo: che l’esecuzione non è annunciata. Ad un certo punto, ad ora di pranzo, arrivano due persone che ti portano fuori dalla cella. Mentre insieme si cammina lungo un corridoio, ti dicono: ora ti impicchiamo. Dopo cinque minuti, il tuo corpo penzola, lieve. Le tue mutande sono bagnate di urina e sporche delle feci liberate nel momento in cui il midollo spinale si è spezzato.
Per cui anche adesso, un condannato a morte, in Giappone, aspetta, nella sua cella molto asettica, l’arrivo dei secondini, che porteranno il pranzo o la morte.[Alzarsi di colpo. Gesticolare. Andare avanti ed indietro per la stanza. Rosso. Resina.]
..ecco, ero disteso a letto, una decina di giorni fa, stavo dormendo (ronfando, dice Dunja), ero proprio immerso fino al collo, nel sonno, quando due gatti hanno iniziato a miagolare piuttosto rumorosamente, sotto la finestra della camera, così mi sono alzato barcollando sbattendo gambe su spigoli di letti nella penombra molto romantica della camera fino ad arrivare alla finestra, aperta, ma cosa potevo dire, a quei due gatti che miagolavano là sotto, che non sapevo neanche se erano due maschi in lotta per una gatta oppure un gatto che corteggiava una gatta riottosa (io, lo ammetto, non conosco i gatti del villaggio), ma che comunque, lottavano per l’immortalità cromosomica, il che li rendeva un po’ meno ridicoli – o forse erano i loro miagolii sgraziati a rendere ridicola l’immortalità. E non potevo nemmeno gridare perché, ormai lo sapevo, c’era il mio orologio sopra il tavolo proprio davanti alla finestra, il tavolo sul quale avevo sbattuto una delle due ginocchia, erano le 3:00 AM in punto. Ho fatto suoni con la bocca tipo fischi o sifoni, quel genere di suoni che turbano i gatti, cacciatori crudeli ma molto paurosi, e si sono zittiti. Non ho aspettato nessuna conferma che il loro silenzio sarebbe durato più del tempo che io avrei impiegato, secondo le mie previsioni elaborate su base statistica, per immergermi nuovamente nel sonno.

[Pausa. Sedersi su una sedia. Appoggiare la testa tra le mani per due minuti, come a voler raccogliere i pensieri. Persone si schiariscono la voce. Si sente squillare un cellulare, subito spento. Riprendere con tono più pacato. Verde. Hashish.]
Ma non mi sono addormentato, per niente. C’erano due problemi, uno interno ed uno mezzo interno e mezzo esterno. Quello interno era che continuavo a chiedermi quali opere potessero considerarsi sottodeterminate semanticamente. Rotolandomi nel letto, passavo in rassegna libri e film – o opere in generale – in uno stato di eccitazione mentale piuttosto fastidioso. Mi pareva di avere la testa dentro ad una lavatrice, perché i pensieri roteavano – più di un pensiero alla volta – da una parte all’altra della mia scatola cerebrale. Il cinema di Kubrik è sicuramente sottodeterminato semanticamente, mi sono detto. Cioè, cosa vuol dire (anzi: ma che cazzo vuol dire) “2001 Odissea nello Spazio”? Il suo significato mi sfugge, nonostante la forma mi suggerisca che c’è qualcosa dietro. Mi manca un pezzo del contesto. “Ora qui piove”: ma “ora” quando? E “dove” dove? Sovradeterminati dal punto di vista formale, però.

[Pausa. Alzarsi in piedi. Riprendere con lo stesso tono di prima. Verde. Tabacco.]
Il secondo problema interno ed esterno riguardava i miei occhi. Leggevano mentre erano chiusi. Continuavano a spostarsi da sinistra a destra, poi a capo, sinistra destra a capo. Ho messo le dita sopra le palpebre ma non ho sentito nulla; allora ho mosso gli occhi volontariamente e ho sentito la parte in centrale, quella in rilievo, spostarsi. Quindi gli occhi erano, in realtà, fermi. Leggevo dentro, allora. Era il terzo occhio? Solo che questo movimento, per quanto interno, non era per questo meno percepito; se non altro per il fatto che l’unico modo che un essere umano ha per percepire il mondo di fuori è proprio tramite la massa grigia che tiene nella sua scatola cranica, cioè dentro. E poiché questo valeva per il mortale Socrate, allora aristotelicamente dovrebbe valere anche per me.
Ma la cosa era talmente insopportabile che, anche per la sottodeterminazione semantica del cinema di Kubrik (e dell’opera di Kafka, probabilmente) che continuava a frullarmi il cervello, non sono riuscito ad addormentarmi. I gatti, in compenso, stavano zitti: i miei sifoni avevano funzionato.

[Tono asciutto. Portare un tavolino nel centro della scena. Tirare fuori una valigetta di acquerelli. Giallo. Fiori.]
Camomilla calda alle tre e mezza della notte. Buio pesto. Gatti zitti. Uccisi? Alle quattro io i miei occhi i miei pensieri crolliamo. Sonno agitato. Il giorno dopo, di nuovo quella sensazione orribile. Lavoro tutto il giorno. Poi il cielo inizia a scurirsi molto prima di quanto io vorrei. Presagio di temporale. La temperatura cala. Cerco cosa vuol dire quel movimento oculare. Sfrutto le capacità acquisite duranti gli anni giovanili, quando ero un ipocondriaco professionista. Trovo nistagmo. Il nistagmo è, anche, uno dei sintomi della sclerosi multipla, o la SM come viene chiamata nei numerosi forum nei quali mi sono imbattuto durante questa ricerca fatta dentro ad un tramonto pieno di malinconia come se mi fosse precipitato un autunno addosso di colpo inaspettato mentre io ero distratto.
La SM che colpisce persone tra i 20 e i 40 anni, più donne che uomini, ma in modo comunque indiscriminato. In Italia sono 50.000, le persone affette da questa malattia. Pare centri l’alluminio.

[Su lunghi fogli bianchi disegnare uccelli con un pennello intinto nell’inchiostro nero. Bianco. Pesce.]
I secondini dei carceri giapponesi sono semplicemente Dio. E l’attesa in cella, una spiegazione molto efficace della vita. Siamo già stati giudicati, tempo fa, e siamo stati condannati a morte: i secondini arriveranno a prenderci in un momento che non ci è dato di sapere. Solo che, a differenza degli assassini del Giappone, fingiamo di essere immortali. Ci diamo da fare, in questo senso. Tutto il rumore del lavoro serve per coprire pensieri e consapevolezza, così come il calore del dormire insieme – i nostri anestetici.
E l’attesa in cella degli uomini nel braccio della morte giapponese è un’opera d’arte semplice e lineare. Se volessimo applicare il criterio della determinazione semantica a questa storia (o alla nostra esistenza, in modo molto più generale), potremmo dire che, tolta la morte, è decisamente sottodeterminata semanticamente (cosa vuol dire una vita passata guardando il muro davanti, in una cella molto asettica, aspettando i secondini ad ora di pranzo?); ma che, messa la morte alla fine, diventa addirittura sovradeterminata rispetto alla sua forma.
[Gli uccelli disegnati in realtà sono uccelli morti. Strappare i fogli]

[Prendere fiato. Sedersi. Guardare in avanti. Nero. Foglie.]
..e se ho la SM non lo so ancora, spero di no, mi pare di no, credo proprio di no, perché gli occhi hanno smesso quasi subito di fare il nistagmo, sempre che davvero si fossero mossi in un posto diverso dalla mia testa, anche solo per un secondo, e poi perché nonostante il mio reflusso ipocondriaco ereditato dal caro babbo e spartito equamente con i miei fratelli non sono ancora riuscito a trovare alcun altro sintomo della SM – che è una roba seria e crudele – ma rimane il fatto che avrei potuto averla, che cioè ogni giorno avrebbe potuto essere un passettino verso la morte. Ma poi pensandoci bene, la sera, con la testa immersa in un sonno più quieto per il calore del corpo amato che abbracciavo, sono arrivato a domandare a me stesso, da dentro verso dentro: non è proprio così? comunque? che motivo avrebbero, altrimenti, i gatti per miagolare molto rumorosamente la notte mentre dormo? L’immortalità è ridicola, lo so, ma è l’unica cosa che ci manca.

[Ora, vivere]

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One thought on “Quello che manca

  1. premesso che ogni giorno è un passo verso la morte. comunque e sempre. anche senza SM.
    suggerisco di non mangiare più la peperonata prima di andare a dormire. ti nuoce assai 😉

    questi tuoi post sono molto belli.
    … quindi sarei tentata di dirti di proseguire con la peperonata.

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