Grafemi

Segni, parole, significato.

Veneziano

A Natale, dormivamo nelle camere di Luciana, la cugina di mia madre, e mangiavamo a casa dei nonni, quelli materni. Non ci sono più di trecento metri, tra la tavola e il letto, ed esistono due percorsi che collegano la tavola dei nonni al letto a casa di Luciana – il primo passa accanto ad uno dei pochi palazzi moderni di Venezia, quindi attraverso l’ariosa ampiezza di Campo Santa Margherita, poi intravede la chiesa di San Pantalon, dove i miei si erano sposati, il primo luglio del 1967, e poi in Campiello dea Mosca, con la sua fontanella al centro dove è doveroso bere un goccetto d’acqua: solo negli ultimi cinquanta metri, si chiude in una calle angusta, dove noi – io e i miei due fratelli – sbattiamo i piedi per terra gridando “nonni, nonni!”, eccitati per il rimbombo; l’altro, invece, ha un sapore più vecchio e dimesso, tra calli sempre vuote, dove i gatti dalle scapole evidenti ci guardano con lo sguardo vacuo dei felini.

L’acqua alta, a Venezia, viene annunciata dall’urlo di una sirena – la stessa che durante la Seconda Guerra Mondiale segnalava l’imminenza di un bombardamento. Fa letteralmente accapponare la pelle – i peli delle braccia e della testa si rizzano in piedi, con un riflesso che forse è incondizionato, o che forse ha determinato proprio la scelta di quel suono agghiacciante: immagino come debbano sentirsi i vecchi, che quella sirena l’hanno sentita davvero, tanti anni prima. Il cielo di Venezia, quando sta arrivando l’acqua alta, è sempre uguale: bianco, in qualche modo caldo. Immobile. E’ gonfio di un’attesa. I canali iniziano a lambire il bordo dei marciapiedi. Poi arrivano le prime telefonate tra parenti: “ai Tolentini è già arrivata”, oppure “guarda che per Campo Santa Margherita non si passa più”. Noi ci mettiamo alle finestre a guardare, sperando che questa volta sia veramente alta. E’ così che capitava che noi fossimo da una parte e i miei dall’altra, con un metro di acqua alta in mezzo.

Il rumore di quelli che passavano sotto le finestre della Luciana, d’estate, quando dormivamo con le finestre aperte: il tic tac dei tacchi di una donna sul marciapiede duro, le frasi sussurrate da due persone che tornano verso la stazione, dopo una giornata passata a San Marco – un’emozione che arriva fino al secondo piano – compagnie di amici che ridono sguaiatamente. Venezia è una città piena di gente, con un silenzio di fondo che fa risaltare ogni sfumatura.
Il canto serale delle gondole, che passavano nel gomito che il canale fa sotto casa della Luciana. Passavano lente – a volte con qualche candelina accesa – con coppie di americani innamorati seduti dentro – avevano occhi che luccicavano – e intanto un omone grande e grosso cantava “Santa Lucia” con una voce da tenore (di periferia: ma che importa, tutto intorno c’era il palco di Venezia). Cosa doveva essere, quel dondolio, quella canzone, per quelli che erano seduti sulla gondola? Quale incredibile incanto? Ci sono volte che vorrei vedere Venezia per la prima volta.
Lo sciabordio dell’acqua sulla base della casa – irregolare, un respiro che variava la propria frequenza di ora in ora.
Mi mancano questi tre suoni, di Venezia. E’ per questo che so di essere veneziano.

E camminavamo, per ore e ore, tre quasi ragazzini ex bambini tra i dieci e i tredici anni. Conosco Venezia come la mia città natale. Ma Venezia sono tante città. C’è quella con l’acqua che pare viva quando c’è il sole; quella assorbita nell’incavo silenzioso della nebbia; quella grigia e veloce sotto la pioggia. Sembra che le case cambino colore, durante il giorno, come a volerci sorprendere. Un giorno mi sono affacciato dal muretto che costeggiava un canale e ho visto solo un mare bianco e soffice di nebbia, senza bordi, senza confini; solo un rumore di remi dal centro – le anime perse di qualche inferno capitato lì per caso.

Un giorno in particolare camminammo con lo scopo preciso di perderci, di non trovarci più. Arrivammo fino ad una calle che non avevamo mai visto – si chiamava Calle del Pistor, una calle veneziana come tutte le altre, le stesse finestre con le grate a pian terreno e il fondo cieco e scuro – ma capimmo, o decidemmo, che quello era il centro di un mistero – di qualche mistero che neppure conoscevamo. Ci avvicinammo, cauti. Non osammo andare fino alla fine di quel buio. Cosa c’era oltre? Il mondo, concentrato in un punto? La paura di crescere? O semplicemente noi…
Perché solo dopo esserti perso, puoi sperare di trovarti?

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

2 commenti su “Veneziano

  1. morenafanti
    20/09/2009

    … che post pieno di meraviglie. quella Venezia così densa d’emozioni, una città che cambia sempre volto. e la magia nei pensieri dei ragazzi di allora.

    risposta: perché solo dopo aver visto il buio sai cosa sia la luce.

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Questa voce è stata pubblicata il 16/09/2009 da in Scrittura con tag , .

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