Grafemi

Segni, parole, significato.

Tutta questione di DNA

Nessuno potrebbe immaginare che mentre noi, uomini vestiti di grigio, le camicie bianche o azzurre, le cravatte assurdamente sgargianti – l’unica concessione ad un vizio inesprimibile – parliamo con americani usando pronunce che ci fanno assomigliare al Padrino,
sotto,
nella strada che costeggia il palazzo imperiale che contiene la sala imperiale nella quale ci troviamo, quella con un tavolo di legno e vetro lungo venti metri [nel centro del tavolo ci sono tre schermi a cristalli liquidi, e sono distesi, cioè posti sotto il vetro satinato: ci permettono di vedere ogni dettaglio di ciò che il Vice Presidente di una società from Florida, USA flag-usa, sta visualizzando con il suo Power Point sulla televisione posta sul lato corto della sala (anch’essa, la televisione, mostruosamente imperiale: uno schermo da cinema che stimo essere, ad occhio, almeno due metri – mi immagino disteso sotto di lei, per capire se sto esagerando, e non sto esagerando affatto: è larga più di quanto io sono lungo – televisione che permette di discriminare ogni particolarissimo dettaglio di una presentazione di cui non si capisce assolutamente nulla)],
insomma,
chi può immaginare, in tutta onestà, che a poche centinaia di metri – lo potremmo vedere dalle finestre, se solo questa sala ce le avesse, le finestre – c’è uno straccione con la barba fatta male che chiede la carità alle macchine ferme ai semafori?

Quello che lo straccione non sa – e forse questa ignoranza è la causa prima della sua povertà – è che la gente che ha i soldi, in realtà, vive in un altro mondo – dico proprio fisicamente, da un’altra parte: altre strade, altre case, altro pianeta – e che in giro, per le strade che gli straccioni e noi gente comune attraversiamo e usiamo quotidianamente, loro, i ricconi, non ci vanno mai. Altrimenti, li avremmo visti, dal vivo, questi esseri completamente diversi da noi – non sarei così sorpreso ora, in questa sala dove si decide il destino di alcune banche, e dei loro ignari clienti, nel vedere di persona, in carne ed ossa e chissà quale lega del titanio, queste creature ultraterrene, fatte di una sostanza, di una consistenza completamente diversa dalla nostra.

I loro riccioli sono diversi dai nostri: hanno parrucchieri dedicati.
La pelle non presenta alcuna imperfezione – è abbronzata, senza nei, senza residui di brufoli.
I denti perfetti,
i capelli tanti,
le mani abbronzatissime e abituate a tirare gomene di barche private lunghe quindici o sedici metri. Tutto quello che indossano, veste perfettamente, tanto da farti pensare che loro sono stati costruiti su misura delle migliori camicie, e non viceversa.

E’ genetica, ragazzi, è acido desossiribonucleico: non c’entrano niente le scuole, la fortuna negli affari, le conoscenze, l’abilità – o c’entra, ma come effetti collaterali del fatto che questi uomini ricchissimi e potentissimi, con la voce impostata come attori di teatro che rappresentano qualcosa di Shakespeare – una tragedia in cui loro sono i re vittoriosi – e gli sguardi gelidi e allo stesso tempo pa-ter-na-li-sti-ca-men-te comprensivi, indagatori come un periscopio per colonscopie – che questi uomini, dicevo, appartengono ad un’altra razza.
Danno l’impressione che non moriranno mai.
Si percepisce, con chiarezza, che queste stesse persone che guardano l’ora in orologi che costano come casa mia, questi direttori naturali, un tempo erano
faraoni,
comandanti di navi pirate,
consoli eletti
e rieletti
e rieletti ancora,
proprietari di castelli e di tutta la gente e le bestie che c’erano dentro – sono sicuro che qui, in questa azienda, esiste lo jus primae noctis per le neo assunte, e che tutti, e tutte, ritengano la cosa come ineluttabile, o, meglio, come una conseguenza della natura delle cose, un corollario di un ordine che un qualche Dio medioevale ha impostato una volta per tutte, qui, sulla terra, quando noi, gli straccioni, non eravamo ancora nati.

DNA dei potenti

Uno pare che abbia gli occhi truccati e ha un naso che chiunque altro farebbe fatica a portare, ma che lui, come Sarkozy con il quale condivide probabilmente almeno un etto di potentissimo DNA, indossa con nonchalance su una faccia irreversibilmente vincente. Quando è entrato, ci ha salutato come se lui fosse Hilary Clinton dopo aver vinto una convention pre-elettorale: stringendoci le mani tra le sue, e poi salutando con la manina i fotografi assiepati da qualche parte e la folla che agita le bandierine, adorante.

Noi umani, ammessi alla presenza di questi re Sole, abbiamo capelli bianchi, e pochi, e panze che sollevano la parte finale della cravatta. L’americano – prima volta che ne conosco uno dal vivo: meglio di qualsiasi inglese – che, nonostante il titolo di Vice Presidente, è uno di noi, ha dimenticato a casa i calzini neri: ho dovuto portargliene un paio io, dei miei, scegliendo quelli più decenti, e fino all’ultimo ho pensato che fosse un pesce d’aprile. Ha i buchi delle orecchie piene di peli. Lui, e un altro inglese, vanno al bagno ogni ora – i divini, invece, probabilmente non hanno di queste esigenze: avranno altri sistemi, molto più sofisticati, e meno puzzolenti, e meno desolatamente umani, per evacuare le loro feci al tartufo d’Alba.

Ma più procede questa riunione – sto scrivendo qui, dal vivo, rischiando di essere scoperto e decapitato, e sperando che i due inglesi che ho al mio fianco non sappiano una parola di italiano (poi dirò loro che ho preso appunti, vediamo se abboccano) – e più diventa ridicola, perché noi italiani, divini compresi, iniziamo a fare casino con la lingua. Ora, ci chiamiamo l’un l’altro pronunciando i nostri italianissimi nomi come se fossimo stranieri pure noi – c’è uno che continua a presentarsi dicendo Cesare con la “r” della Regina Elisabetta, e a dire “Yes” ogni volta che risponde al telefono, anche a sua moglie, che probabilmente starà sospettando di aver sposato un idiota (e se me la passa, glielo confermo in due lingue). Il dio nasone, quando arriva alla fine di una frase in inglese, che costruisce una parola alla volta, come farebbe un bambino di tre anni lobotomizzato, si gira verso di noi e sorride come un bambino di dieci anni che ha appena fatto gol. E tutti dondoliamo sulle sedie di pelle nera, che non le vedevo così erotiche dai tempi di Arancia meccanica; ciascuno clicca il mouse del proprio pc su chissà quali icone, pur di non dover continuare ad ascoltare tutti i segreti di questo Integration Manager di cui nessuno sente il bisogno – non in questa vita.

Però questa riunione, prima o poi finirà. Loro sono eterni, ma io no. Ho fame, e sete, e sono stufo. Uscirò, e fuori ci sarà un sole che da qui posso solo immaginare. Incrocerò lo straccione, e gli darò anche un euro – la naturale solidarietà tra gli ultimi. Prenderò la mia macchina per tornare a casa, come tutti gli umani, e guardando l’ora sul mio Casio da 45 euro penserò ai servi della gleba che d’inverno si tenevano stretti in letti di paglia, inventandosi le fiabe che ora raccontiamo ai nostri bambini; alla plebe tumultuosa di Roma che gridava “Spartacus! Spartacus!” al Circo Massimo, mangiando salatissimi pistacchi della Nubia; a due operosi costruttori di piramidi che seduti sopra la punta dell’opera appena conclusa guardavano, sfiniti, il Nilo che riflette il sole del tramonto, e ai rematori delle galere che solcavano gli oceani al ritmo di un tamburo suonato da un gigante pelato a torso nudo, e in mezzo al tanfo di sudore e urina indovinavano profumi sconosciuti che provenivano da una costa ancora da scoprire; a soldati con il volto coperto di fango che scrivevano cartoline a casa con una sola frase: “oggi sono sopravvissuto”, e agli assaggiatori privati di imperatori cinesi che assistevano, seduti accanto allo scranno del loro padrone, agli esordi di una Storia che ora esporta elettronica in tutto il mondo… e sentirò, dentro, come una rivelazione piccola e privata, che la vita, quella vera, quella che ti strappa il cuore o te lo riempie di gioia, appartiene solo a noi.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Tutta questione di DNA

  1. Giacomo
    21/09/2009

    «… consoli eletti e rieletti e rieletti ancora.»
    Forse si reincarnano. (Quanto meno a questo pare alludere la loro capacità di scomparire da un consiglio d’amministrazione e apparire in un altro.)
    La questione della fisicità – per tornare su un piano più “terreno” – non è peregrina: ho letto, per dire, che l‘altezza è determinante nella nomina di un dirigente d’azienda (nel senso che se si è alti è più probabile ottenere la promozione). Cosa che dovrebbe far accapponare la pelle, se pensata a fondo, no?

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    • Paolo Zardi
      11/10/2009

      E’ per questo che quelli non tanto alti, come Napoleone (ma è solo un esempio), devono per forza farsi da sé…?

      I consoli dei nostri tempi raccolgono seggi in consigli di amministrazione come facevano i generali russi con le mostrine: sono convinto che il Presidente dell’azienda descritta viva dentro ad un perenne consiglio d’amministrazione. Ah, è alto, sì. Anche l’amministratore delegato. Non ci avevo mai pensato. Questi faraoni….

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  2. api
    11/10/2009

    non so dove mettermi, cerco di ‘entrare’ in punta di piedi.
    giusto per riacchiappare il dire sui rettili da elle…

    un saluto, api.

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    • Paolo Zardi
      11/10/2009

      Il Banco del Mutuo Soccorso è stato il primo gruppo che ho visto dal vivo: settembre 1984, mi stavo preparando per andare al Ginnasio, 14 anni con un’acne finita da poco, una nuova pettinatura (diversa da quella che i genitori avrebbero voluto… si deve sempre passare per i capelli, durante le rivolte), e a una serata alla Festa dell’Unità in Prato della Valle, quando le Feste dell’Unità erano ancora un evento popolare, e non una rimpatriata di Comunisti Anonimi, cantavano loro. Li conoscevo per “Vo-lo viii-a lontano da, lontano da…” e per quella canzone che mi ha tormentato per anni, cioè “Paolo Paolo Pa, Paolo maledetto, ma perché non me l’hai, perché non me lo aveeevi detto?!?”. Mi piacquero; poi li persi di vista, o di ascolto, non so come si dice in questi casi. Ma il pezzo che hai messo è veramente bello – talmente potente, che non pare neppure italiano.

      Benvenuta, Api!

      ps Non tutti i rettiliani apprezzerebbero i BMC: i serpenti, ad esempio, sono completamente sordi (d’altra parte, hai mai visto un serpente con le orecchie?)

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Questa voce è stata pubblicata il 21/09/2009 da in Politica, Scrittura con tag , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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