Grafemi

Segni, parole, significato.

Ingegneria Sentimentale

Come se quegli anni fossero stati inghiottiti in un gorgo grigio e silenzioso. Come se un fiume fosse sparito sotto le rocce di una montagna, e fosse riemerso, tanti chilometri, tanti anni dopo, a valle. Come se fosse stato un altro, a vivere la mia vita – un altro che a mala pena stimavo, con il quale forse avrei preso un caffè ma di certo non avrei mai cenato un sabato sera. Proprio come se. Quando penso alla vita, a quale immagine si potrebbe usare per descriverla ad uno che non ha mai vissuto – tipo un sasso, o una divinità – non direi mai una casa che si costruisce un mattone alla volta, o un progetto che cresce con il tempo, ma una disordinata, spezzata sequenza di segmenti, tutti indipendenti tra loro.

L’esame di maturità è la fine di un sogno: quello in cui una società arricchisce una persona senza chiedere nulla in cambio. Quei professori, dei quali spesso ridevamo come fanno i prigionieri con i loro più-o-meno-crudeli guardiani, quegli uomini e quelle donne con le facce stanche e un piccolo, tirannico potere tra le mani – dittature in miniatura che svelavano l’indistricabile legame tra comando e sadismo – quegli insegnanti ci insegnavano, nonostante tutto, nonostante loro, la bellezza; e non un mestiere. Discutere fino a che punto Berkeley o Hobbes fossero in grado di descrivere il mondo nel quale vivevamo, discutere di questo durante l’intervallo di cinque minuti tra la quarta e la quinta ora, con un compagno di banco assieme al quale, di nascosto dai nostri sorveglianti, si disegnava una becera “striscia” di fumetti a sfondo filosofico (“una scoreggia che sale verso il Cielo: queste sono le emanazioni di Plotino”), ecco, tutto questo, dopo, dopo quegli anni, non mi è più successo. Prendere un quaderno, farlo girare per i banchi, e a turno scrivere un racconto che non superasse il limite delle due pagine; progettare, a tempo perso, la nuova Stazione di Padova dopo aver trascorso cinque giorni a Parigi – ed avere le immagini di Le Halles e la Defense negli occhi; immaginare un piccolo edificio con una falsa prospettiva capace di ingannare l’occhio di un osservatore: perdere ore, giorni, mesi, anni, solo a pensare, pensare, pensare, senza chiedersi il valore di quegli anni, di quei mesi, di quelle ore che pareva ce ne fossero sempre di nuove, il giorno dopo, senza mai domandarsi se i ricavi coprivano i costi, se il ROI, il mitico return of investment, punto centrale di ogni azienda che spende soldi in qualcosa, fosse adeguato – per chi? per i nostri genitori? per la comunità nella quale viviamo? per il Sistema Paese? (a proposito: chi ha inventato un espressione così orribile per parlare di noi?) – tutto questo pensare era la mia vita. Una palestra per la mente, un campo di allenamento di bellezza. Poi, mi sono iscritto ad Ingegneria.

Non è stato solo questo, il problema. Cioè non era solo colpa di Ingegneria. Studiare materie scientifiche, che ho sempre apprezzato, per otto, dieci ore al giorno, era solo un aspetto dell’assenza di vita che sperimentavo sulla mia pelle di ventenne. C’era dell’altro. Anzi, dell’altra. Una relazione sentimentale simile ad una coperta gettata sopra le fiamme della giovinezza, vitale come il putridume che si riproduce nell’apparente immobilità di uno stagno in agosto – la stessa sensazione che la vita, quella vera, fosse altrove: non in quelle stanze dove passavo il mio tempo a dare e a ricevere amore nella stessa misura, sentendo che il soggetto attivo e passivo di quelle attività non ero io, no, non ero io, ma la mia controfigura “per bene”, il mio sosia responsabile, un titano della sopportazione, della rinuncia, dell’accettazione e della rassegnazione.

Certo, c’erano sprazzi di immensa felicità. La fine di scontri che duravano quasi quanto le sue mestruazioni donavano lo stesso sollievo che si prova quando una febbre devastante lascia il posto ad una frescura nella quale non si sperava più. La condivisione ossessiva di ogni istante della propria vita – il modo migliore per soffocare quel nucleo vitale che alberga dentro di noi – rivelava luminosi riflessi di una bellezza romantica ed eroica, dove l’amore era un enorme fardello che solo i veri innamorati potevano portare sulle proprie spalle: qualsiasi altra forma di relazione tra un uomo e una donna appariva come una pallida copia di quella monumentale prigione. Forse non è un caso che le stanze nelle quali il KGB portava avanti i propri interrogatori facessero parte di un edificio noto con il nome Palazzo dell’Amore.

Ma neanche questa degenerazione di un sentimento che di per sé avrebbe avuto diversi presupposti per essere sano, neanche lei, da sola sarebbe bastata a determinare quel vuoto pneumatico nel quale mi muovevo come un estraneo (oh, come mi era chiaro, in quegli anni, il termine ‘alienazione’, che fino ad allora avevo soltanto letto nei libri di testo delle superiori: come faceva male, quella parola, quel chiodo sottile e profondo piantato nella mia coscienza!).
La mia condanna era il connubio tra Ingegneria Elettronica ed Ingegneria Sentimentale: inseme, mi strappavano a me stesso. Amavo la scienza. Amavo la mia ragazza. Ma quando passi tutte le ore del giorno a disegnare circuiti elettrici efficienti, a calcolare i parametri di un sistema automatico di controllo della posizione di un’antenna parabolica in base alla nitidezza segnale ricevuto, a concentrare le proprie forze intellettuali sui modi più efficaci di studiare la trasmissione di informazioni tramite le trasformate di Fourier, quando ti rendi conto che quell’imparare non è la continuazione del paradiso di anime belle che era stato il Liceo, ma la feroce preparazione al mondo del lavoro che ti aspetta alla fine di una immersione lunga cinque anni, ecco, quel silenzio assoluto nel quale viene mantenuto il cuore – le parole che leggevo sui miei libri di elettronica applicata non echeggiavano in alcun modo, dentro di me – avrebbe richiesto una controparte capace di allineare lo sviluppo morale ed estetico all’inarrestabile crescita intellettuale. Ma fuori dalle aule studio, delle quali ho compreso l’essenza anni dopo, in Umbria, durante la visita ad un allevamento di bianche mucche di razza Chianina, trovavo un muro solido e compatto come le cose che, durante il giorno, studiavo in Scienza dei Materiali. Non avevo scampo durante quelle chiacchierate in cui cercavo di dire che stavo male, che così non ce la facevo, che avevo bisogno di sentire che ero ancora vivo – e lei piangeva, perché l’unica cosa che contava era che l’impianto della nostra gabbia d’amore non venisse mai messo in discussione, o si arrabbiava, perché non sempre il ricatto delle lacrime è efficace, soprattutto se il ricattato sta piangendo a sua volta, come uno stupido, ingenuo vitellino che spera che quel liquido chiaro che gli esce inarrestabile dagli occhi riesca a spiegare, meglio di quanto riescono a fare le parole, che senza la poesia non c’è vita.

Ma lei diceva che la poesia non dà da mangiare.

E’ vero. Era proprio per questo ragionamento che mi ero iscritto ad Ingegneria. Ma c’era qualcuno che pensava che la vita di un essere umano potesse ridursi a quello?
Sì. C’era qualcuno, e quel qualcuno era dentro alla stessa macchina nella quale ero seduto io, nello stesso momento, davanti alla stessa casa, alla fine della stessa giornata passata ad imparare cose alle quali non avrei dedicato neanche dieci minuti del mio tempo libero, in nessuna vita che avrei potuto immaginare.

Lei diceva che dovevo smetterla di pensare ai libri di poesia (che lei vedeva con lo stesso terrore che tutte le dittature, quelle serie, provano verso l’arte in generale: sanno bene che è unico antidoto al sonno della ragione); che non c’era tempo per quelle cose. Che se avevo ore da buttare via, allora le potevo dedicare, anche quelle, allo studio. O a lei. O allo studio. O a lei. Matematica e Amore. Uscivo da un teorema ed entravo in un altro. Il rigore di Teoria dei Sistemi trovava corrispondenza in quello della mia relazione scientificamente amorosa.

Invecchiavo senza crescere. Passavano gli anni, come passano le ore in una sala d’aspetto: inutili, limacciose, con un occhio all’orologio e uno al cielo azzurro fuori dalla finestra. Quando ho finito di studiare, ho fatto il militare – se possibile, un nulla ancora più profondo. Poi ho iniziato a lavorare, e facevo l’ingegnere. Avevo più cravatte che libri; e più libri di informatica che di poesie. Ci sono notti in cui anche chi ha perso una gamba la sente prudere sotto le coperte, e non ha niente da grattare. E chi le ha perse tutte e due, sogna di correre in un prato. Io avevo ancora voglia di avere un’anima: e la sentivo ancora, da qualche parte, bianca e malaticcia, stanca come un terminale che vaga per le corsie di un ospedale, appeso ad una flebo. Poi, dieci anni dopo il crollo del Muro di Berlino, centoventi mesi dopo la fucilazione di Ceasescu – monito a tutti i dittatori del mondo – la mia gabbia si aprì. Fu come in quelle storie in cui un padrone si stufa del suo vecchio cane e lo butta fuori dalla cuccia, e con un calcio lo allontana; e il cane, a piccoli passi, con la coda bassa e lo sguardo lacrimoso, si incammina piangendo per la ciotola che non avrà più, disperato per la perdita della carezza che riceveva la mattina e per quella che cercava di meritarsi la sera con uno scodinzolio e una leccata; e non sa, non sa ancora, povero fortunato cane, che dietro l’angolo della strada che ha imboccato anni prima, oltre quel segmento di asfalto che finalmente sta per finire, c’è un mondo pieno di libertà che lo aspetta.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

8 commenti su “Ingegneria Sentimentale

  1. Elle
    05/10/2009

    Paolo, quello che ho letto qui stamattina lo considero un regalo, non un post. E non hai idea di quanto capiti (per chi crede al caso) a proposito. Quelle piccole, rare cose che ti ritrovi da stringere tra le mani, al posto giusto nel momento giusto.
    Nemmeno io mi sentirei di sostenere quell’idiosincrasia (questa sì che lo è) del “progetto che cresce con il tempo”, ma sarei pronta a dimostrare, dati alla mano, quella “disordinata, spezzata sequenza di segmenti, tutti indipendenti tra loro”.
    Spiegazione che avrebbe davvero poco a che fare con parametri scientifici, troppo istintiva ed empirica io per mischiarmi con la scienza.
    Io l’ho sentita prudere quella gamba mancante, la sento ancora, quasi tutte le notti. Ho studiato, vissuto e sentito addosso tutto il peso schiacciante dei numeri, dei modelli economici di Keynes, delle leggi ferree della partita doppia, del dare e avere.
    Perché di poesia e di libri non si vive, non c’è nessun merito (inteso in termini economici, sempre!) a scrivere, non è un lavoro, non è una cosa seria. Una volta la sentii definire persino puerile, senti che suono… puerile!
    Beh, io sono ancora qui che scrivo, senza mèta e senza padrone. Come un cane sciolto.

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    • Paolo Zardi
      05/10/2009

      Dovrebbero dire che Keynes era amico di Virginia Woolf e di suo marito, che Einstein suonava il violino, che Bismark scriveva deliziosi sonetti d’amore – che la gente che ha fatto la storia dell’economia, della fisica, dell’Europa, non avrebbero mai accettato di rinunciare a quella cosa che chiamiamo arte, ma che meriterebbe almeno un altro migliaio di nomi.
      Fa sempre piacere sapere di non essere soli. La piccola resistenza quotidiana è questa: seduti davanti al PC, una riunione appena finita, il telefono che vibra, e dentro solo la voglia di scrivere.

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  2. Claudio dei Norma
    05/10/2009

    Buongiorno Paolo, come va?
    Ti ringrazio delle parole che hai lasciato giù da me, soprattutto dopo avere letto i tuoi ultimi post e le citazioni “Contro il romanzo”. Mi ci vorrà un pò di tempo per il resto, ma sarà ben speso.
    Elle è una persona speciale, e trovarla qui è un’altra piccola gioia.
    Mi fa piacere che un punto dei nostri segmenti ora sia comune a en3mbi, e non mi importa che angoli abbiano creato, comunque disegnano uno snodo dinamico, questo mi basta.
    Riguardo il tuo post e la scrittura, io mi sento più come Gregory nel finale della miniserie di Mark Hempel.
    Oddio, a pensarci bene, non solo nel finale.

    http://monkeysvsrobots.com/index.php/mvsr_xtheme/entry/10/

    A presto.

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    • Paolo Zardi
      05/10/2009

      Mi piace quando un commento apre una piccola porta su un mondo che mi è totalmente estraneo. Gregory. Mark Hempel. Oggi ho imparato due cose nuove.
      Per il tempo, ce n’è così tanto, che non vale mai la pena di farsi fretta. Ora, mentre faccio le mie fatture (un giorno al mese ogni libero professionista si trasforma in un fattucchiero), ascolto Fabrizio De Andrè cantato da Morgan, e penso che gli orologi potrebbero pure fermarsi, o correre al 2020, e io sarei comunque al sicuro dentro alla quiete di questo pomeriggio.
      A presto!

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  3. Laura
    05/10/2009

    già solo il titolo che hai scelto… il titolo è molto bello e racchiude molto in sé. (io adesso ascolto ordinary people di john legend, è una canzone che ha il potere di tranquillizzarmi e rilassarmi). a presto!

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  4. Peppermind
    06/10/2009

    Be’, quanto bene hai descritto quella prigione/morte che subisce un’anima che si vota alla “scelta più sensata” e che, per sfiga, non coincide con quel che viene naturale fare.

    Io scelsi fisica, a metà tra sensatezza e la passione, ho sempre amato la materia.
    Ma scoprii che amavo lo studio dei metodi… ero un fottuto epistemologo.
    Persi tempo, non risucii a finire, cambiai e andai a filosofia.
    Ma provai per 4 anni quel che ha descritto in modo elegante e appassionato tu.

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    • Paolo Zardi
      06/10/2009

      Mio padre era un ricercatore a Fisica Nucleare (ora è un ricercatore in pensione: il che significa che a 72 anni ha ancora il suo ufficio in Istituto, dove va tutti i giorni), e questo bastò a farmi scegliere una strada diversa – sai com’è, l’adolescenza, i figli contro i genitori, cose di questo tipo.
      Ero indeciso tra filosofia (lo chiedo a te: ne sarebbe valsa la pena?), economia (felice di non averla scelta), e ingegneria. A Ingegneria amavo gli esami teorici – fisica, teoria dei sistemi, teoria dei segnali, comunicazioni elettriche, ricerca operativa – mentre trovavo piuttosto inutili quelli pratici – misure elettroniche, elettronica applicata. Il mio libretto aveva dei 18 e aveva dei 30; all’ultimo esame, il professore disse che questo era un buon segno, perchè denotava la presenza di una passione. Non ho avuto il coraggio di dirgli che avevo i voti più alti negli esami che non mi piacevano, e viceversa. Cosa sarà voluto dire?
      A distanza di anni, ho iniziato ad interessarmi anch’io all’epistemologia, che trovo di gran lunga più interessante dell’oggetto del suo studio. Un giorno, magari, ti chiedo qualche consiglio su qualcosa da leggere sull’argomento….
      Ma ora, la vita da filosofo com’é?

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Questa voce è stata pubblicata il 05/10/2009 da in Ricordi, Scrittura con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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