Ad occhi chiusi

Chissà cosa pensavano gli amici di Lazzaro calando nel sepolcro, per la seconda volta, il suo pesante sudario… Mentre il corpo scendeva nel buio secco, un vento caldo lanciava sui loro occhi un po’ di sabbia, che si mescolava alle lacrime. Il cielo rosseggiava per il crepuscolo; nell’aria rarefatta della sera, si udivano i belati delle pecore ammassate nel recinto, e i lamenti lontani delle donne che si mescolavano. Non è facile abituarsi alle morti di qualcuno.

Quando era risorto, i suoi parenti avevano festeggiato per giorni, come se la morte fosse stata sconfitta. Ma si trattava di una dilazione nel pagamento: Lazzaro invecchiò qualche anno in più, poi si ammalò, e si spense un’altra volta, tra le braccia di una delle sue sorelle. Prima di chiudere gli occhi, le strinse piano una mano: non aveva più forze.

Mentre era vivo, mentre era vivo per la seconda volta, capitava che qualcuno, parlandogli, dicesse qualcosa tipo “era successo prima che tu morissi”. Quella frase suonava strana – sproporzionata, sbagliata, proprio come in un sogno. Spesso, sembrava che la prima vita fosse qualcosa da ricordare, la seconda qualcosa per ricordare.

Posando la pietra sulla porta del sepolcro, gli uomini ebbero un attimo di esitazione – la morte, da quelle parti, aveva smesso di essere irreversibile. Una donna con un neonato in braccio si chiese quale dei due funerali era stato più doloroso. Forse il primo, pensò; ora, nessuno avrebbe pianto per chiedere un altro miracolo. Un ragazzino, che sporgeva il viso tra la misera folla, ricordava la prima volta che se ne era andato: lo sgomento improvviso, le urla, le mosche, l’attesa; poi la rinascita, il vino, il vitello sgozzato. Adesso, il dolore era più sommesso; si piangeva, le donne si stracciavano le vesti, ma tutto accadeva in un silenzio polveroso e stanco.

E Lazzaro, dal fondo della sua oscurità tiepida, in un angolo nel quale piovono fiori, o pietre, o parole come pezzi di sole – un giorno lo sapremo – pensava che le sue due vite somigliassero alla storia di un pomeriggio meraviglioso, e del suo ricordo: la luce, i rumori fragranti, il cielo che si incendiava, poi l’oblio della sera improvvisa, quando le gocce di sudore avevano disegnato arabeschi di frescura sulla pelle ancora calda; dopo, la dolcissima gioia dell’attimo in cui quel pomeriggio era riapparso con tutti i suoi dettagli, richiamato alla mente da un dettaglio da nulla, e poi di nuovo il buio, il buio struggente, il silenzioso buio – il morso salato di un desiderio che non si sentirà mai più.

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8 thoughts on “Ad occhi chiusi

  1. Due considerazioni.
    Questo racconto descrive esattamente il concetto di “tempo in prestito” (borrowed time). E’ perfetto, hai sfruttato l’unico personaggio storico (?) che ne ha goduto. Ho visto gli occhi bui di Borges sorridere mentre lo leggevo, mi ha emozionato.
    E poi una stupidaggine, in Lies Irae, il blog-racconto che ho interrotto mente mi trovavo dall'”altra parte”, non avrei incontrato Lazzaro, proprio perché il tempo in prestito gli aveva bruciato la rinascita.
    Buona giornata, Paolo.

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    1. Lies Irae? Curioso, io. Dove lo trovo?

      Buona serata, e un bacio in testa a Norma.

      PS pensavo a Borges proprio ieri – al suo racconto sulla riscrittura del “Don Chischiotte”: io, ieri, avrei riscritto volentieri, parola per parola,”Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”..

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    1. L’avevo trovato. Ora, con calma, ci vado dentro.

      “Quando muori ti passa la vita davanti agli occhi. Credo che la definizione sia più corretta per chi resta, non per chi se ne va… nel diluvio di lacrime affiorano impietose immagini che non fanno altro che alimentare la piena: le feste, le risate, le bevute, i pianti, le fughe, Claudio che allibisce al mio addormentarmi appena tocco il cuscino, la mitica manata sul culo…”

      Sul “come mai”, se ti riferisci alla poesia, pensavo alla felicità della greggia, a questa:


      O greggia mia che posi, oh te beata,
      Che la miseria tua, credo, non sai!
      Quanta invidia ti porto!
      Non sol perchè d’affanno
      Quasi libera vai;
      Ch’ogni stento, ogni danno,
      Ogni estremo timor subito scordi;
      Ma più perchè giammai tedio non provi.
      Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
      Tu se’ queta e contenta;
      E gran parte dell’anno
      Senza noia consumi in quello stato.
      Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
      E un fastidio m’ingombra
      La mente, ed uno spron quasi mi punge
      Sì che, sedendo, più che mai son lunge
      Da trovar pace o loco.

      L’altro giorno, invidiavo quella quiete. Oggi, sono un po’ più pecorello.

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  2. Mi ha ronzato in testa per tuttto il tempo una domanda, e poi verso la fine questa lettura mi ha risposto.
    Mi chiedevo: pèerché non vanno da gesù a chiedergli di resuscitarlo ancora?
    Si prenda le sue responsabilità.

    Poi ho capito il tuo punto.

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  3. Ammetto che ne ricordavo solo il senso, grazie della rinfrescata mnemonica.
    E penso che cancellerò Lies Irae, hai citato l’unico post scritto da un’altra persona, la mia amica Eleonora, la strega Eleonera del racconto.
    E vabbé, ce devo sta’.
    Quanto rosico, eh…?
    Buonanotte, sono le due e le sette e mezza si avvicinano sempre più.

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