Grafemi

Segni, parole, significato.

Sorrisi fai da te

Sebbene (ne sono quasi convinto) mio suocero Ivo non conosca l’esatta pronuncia della parola francese bricolage, sono sicuro che ne sperimenti spesso il sottile potere attrattivo, come quando, ad esempio, se ne sta seduto davanti ad un armadio per un pomeriggio intero, con le chiappe appoggiate alla paglia di una sedia sgangherata, e con un pennellino non più largo di un pollice vernicia il legno rossiccio di quel mobile che lui stesso ha costruito, a mano, un pezzo dopo l’altro, con vecchie tavole di rovere recuperare nella soffitta di una zia moribonda, e lo lucida, mio suocero, un centimetro quadrato alla volta, con la pazienza di uno che abbia deciso di riempire il mare a forza di bicchieri, e non si scoraggia quando vede l’estensione della superficie ancora opaca che si estende davanti a lui, sopra di lui, e che sembra non diminuire mai; o come quando monta in piedi sulla stessa sedia traballante, e cerca di inchiodare al soffitto i duecento chili di un lampadario di ferro brunito che ha scartavetrato per due giorni, in giardino, sotto gli occhi mansueti del suo cane lupo che lo guardava, sospirava, e tornava a dormire, e che ora tira verso l’alto con la spinta ondeggiante di tutti i famigliari, ciascuno dei quali avrebbe impiegato diversamente quella domenica pomeriggio (uno pensa ai risultati della serie A, una alla torta di pere che vorrebbe fare seguendo la ricetta di una vicina di casa, un altro alle mail che deve assolutamente scaricare al più presto), e il lampadario ondeggia con le sue lunghe braccia da polipo, e le lacrime di cristallo boemo che penzolano dalle sue estremità tintinnano tra di loro, e intanto sul vetro della finestra si forma il fumetto del respiro del cane che guarda dentro curioso, e un po’ allarmato; o come quando, il giorno dopo l’installazione del lampadario brunito, cerca di sistemare con una mano fasciata la fidata seggiola la cui struttura ha ceduto rovinosamente, e inchioda le sue gambe, ne farcisce le giunture con il Vinavil, tenendo tra le labbra il fantasma di un’intera sigaretta trasformata nella sua versione cinerea, spendendo più tempo, più chiodi, più colla e più soldi di quanti ne avrebbe buttati comprando una sedia nuova, già finita, ben piantata, al Mercatone di Monfalcone, lungo la strada principale che porta verso la Costiera.

Non lo chiama bricolage, mio suocero, quel tarlo che, alla fine di una giornata passata camminando tra il divano del salotto e la cucina, con sospiri inquieti e occhiate all’orologio della credenza che pare fermo, lo prende per un orecchio e lo spinge fuori di casa, e lo caccia dentro ad un negozio di ferramenta, e gli fa dire “dame un secio de pitura, dobra, me racomando, bianca, biela”, e lo costringe a tornare a casa con quel secchio di 25 chili in mano, in braccio, sotto un cielo già scuro; e la mattina, al primo sole, lo stesso tarlo lo sveglia, mattiniero, e gli fa scendere le scale, gli fa preparare, con le pagine del Primorski, un cappellino regolamentare da pittore, quello a forma di barchetta, (sul bordo destro del suo berretto c’è una foto di Berlusconi che sorride), e piazza, questo tarlo, mio suocero sopra una scala, in cucina, a dipingere il soffitto, un’ora dopo l’altra, fino a che tutto diventa bianco, e pulito, e fuori si è fatto buio: ecco, non ha nome, per lui, il tarlo del bricolage, quel tarlo del quale io conosco bene il nome in francese, ma che non ascolto, non considero, non degno neppure di uno sguardo; eppure io, che rinuncio alla bellezza dei quadri per non dover piantare un chiodo al muro, che nego le macchie di muffa nell’angolo alto della cabina armadio, che vado all’Ikea e sostituisco piuttosto che stare a casa e riparare, non ho nulla contro il fai-da-te, lo giuro: è il fai-da-me, che mi fa ribrezzo. Perché odio il dolore ai muscoli della schiena piegata, odio il crampo al braccio che ha pitturato, odio quei risultati traballanti, incerti, pieni di magagne che prima o poi ti si rivolteranno contro, le odio, quelle fatiche interminabili, le odio tanto quanto i chiodi che si ribellano alla forza del mio martello, i legni che si spezzano nel momento o nel punto sbagliato, e le macchie che rifioriscono sui soffitti delle camere, inesorabilmente odiano me. Proprio con la stessa intensità. E’ come quando un tizio con la paura dei cani si avvicina ad un bastardino lungo mezzo metro e alto venti centimetri, e questo inizia ad abbaiare perché avverte – non è una cosa che dicono tutti? – il timore di quell’uomo e quindi, grandissimo stronzo, ci dà sotto con la voce, e gli mostra i denti, e ringhia, abbaia, strepita fino a farlo scappare, quel povero cristo che magari avrebbe voluto solo accarezzargli la testa rotonda. Mio suocero, invece, pare un domatore che mette la desta dentro alla bocca di leone, e che dalla profondità di quella grotta, con il cranio tenuto fermo dai denti aguzzi, fa l’occhiolino a tutti: quest’estate, per fare un esempio, lui, che è un sessantenne con la fortuna di vivere a Trieste, a tre chilometri dal mare azzurro, in mezzo ai boschi del Carso, che potrebbe godersi il fresco, e il sole, e una nuotata al tramonto con i suoi nipotini, mi ha chiesto se gentilmente poteva venire a dipingere di bianco il mio salotto e la mia cucina, approfittando del fatto che il resto della mia famiglia era in vacanza. Caro Ivo, gentilmente sì: puoi venire a spezzarti la schiena a casa mia, se questo è ciò di cui senti il bisogno. E’ arrivato con una borsa piena di attrezzi – sembrava Wolf di Pulp Fiction che veniva a risolvere un problema: ma io non avevo nessun problema. Insieme, siamo andati a comprare la pittura, e il nylon da mettere sopra i mobili, e lo scotch, e un pennello. La sera, in salotto e in cucina si sono svolte le grandi manovre tipiche della vigilia di un’imponente battaglia. Il giorno dopo, mentre uscivo all’alba per andare a Milano, l’ho visto già in piedi sulla scala, in testa un cappellino fatto con le pagine del Manifesto (sul bordo sinistro del suo berretto c’era una foto di un Berlusconi), e aveva (Ivo, non Silvio), lo sguardo già sorridente.

Al ritorno, la sera, il treno ha portato ritardo. Sono arrivato a casa alle nove e mezza. Lui era ancora sulla scala, questa volta in cucina, con un faro da mille watt puntato verso il soffitto a cercare una macchia in filigrana. Io avevo discusso per una giornata intera con banche incravattate e air conditioned – di budget, di effort, di elapsed – e lui, invece, aveva passato litri di vernice bianca sulle pareti di casa mia, immerso nell’afa estiva di un luglio padovano, con la punta del naso rivolta verso l’alto per quindici, sedici ore consecutive, come nelle torture di Guantanamo. Aveva le sopracciglia spruzzate di bianco. Si era dimenticato pure di fumare per tutto il giorno. Eppure lui sorrideva, e io no.

Poi, siccome non si poteva mangiare per la gran confusione, sono andato nel mio studio, ho aperto il pc e mi sono messo a scrivere: cos’altro potevo fare? Piantare chiodi? Rifare l’impianto elettrico di camera mia? Mettere una nuova ventola al server? L’ho detto, il fai-da-me non mi va proprio a genio. Ecco dunque una pagina bianca da riempire. Ho buttato giù le prime frasi con il carboncino. Poi ne ho aggiunte altre. Ho mescolato verbi. Ho limato i periodi. Ho grattato la scabrosità di certi aggettivi. Ho inchiodato i miei pensieri con punti, e virgole, e punti e virgole. Ogni tanto allontanavo lo sguardo, osservato il risultato nel suo insieme (le proporzioni, le proporzioni!), e poi mi ributtavo dentro, a sistemare le frasi con le chiavi inglesi della grammatica, della sintassi, della retorica. Piano piano ho costruito un armadio per i miei ricordi, un letto di parole per la mia stanchezza, una credenza dove esporre la bigiotteria dei miei pensieri (tutti fatti rigorosamente in casa), e sopra ci ho passato una mano di vernice brillante: lo ammetto, non ho mai amato l’arte povera. Quando ho finito, sono tornato in cucina: quanto tempo era passato da quando ero tornato a casa? Ivo aveva finito di sistemare ogni cosa, e sui fornelli c’era la pentola con l’acqua per la pasta, e lui si era appena fatto una doccia: ricciolino come un putto, tutto rubizzo in viso per l’acqua calda, aveva già preparato una tavola spartana, con il salame a fette e il pane e una ciotola di olive nere. Appeso alla maniglia della porta, c’era il suo cappellino da pittore. Si guardava intorno; dopo aver ammirato le pareti immacolate della cucina, mi ha fatto un sorriso pieno di soddisfazione. Io ho alzato gli occhi: sì, era venuta molto bene, quella stanza. Un lavoro simile ad un racconto scritto con cura, che se lo rileggi non vuoi toccare niente. Poi, mi sono visto specchiato nel vetro lucido della finestra, e, che buffo, questa volta sorridevo anch’io.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

4 commenti su “Sorrisi fai da te

  1. morenafanti
    09/10/2009

    ma che delizia di racconto, Paolo!
    non c’è poi tanta differenza, vedi, tra il bricolage che fa Ivo e il tuo limare, scartavetrare, piallare.
    alla fine si sorride per la felicità del lavoro svolto, che siano cucine imbiancate o racconti.
    non a tutti piace fare le stesse cose, no? e quindi, viva la diversità 😉

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    • Paolo Zardi
      09/10/2009

      Il bricolage e la scrittura sono due attività molto simili tra loro. Tempo fa mi chiedevo cosa ci trovasse Ivo, in tutto quel polveroso scartavetrare; poi mi sono reso conto che la stessa domanda se la faceva lui quando mi vedeva scrivere. Siamo homines fabri, ci piace fare, ci piace costruire, creare – è la caratteristica che più di ogni altra distingue l’homo sapiens dagli altri animali. Poi, ognuno sceglie cosa costruire – ma quello, in fondo, è un dettaglio.

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  2. Sabrina
    12/10/2009

    Stamattina hai fatto sorridere anche me. 🙂
    Non il sorriso di una bella stanza finita, ma il sorriso del nonno Ivo quando incontra fuori dalla ferramenta un amico che gli dice che ha trovato una bella fioriera in soffitta di cui non sa che farsene. Bella eh, solo da darle due mani di vernice (si comincia sempre così)
    Un abbraccio. E grazie.
    sabrina

    ps ho passato un’estate intera a scartavetrare e riverniciare una vecchia credenza, è un ottimo esercizio per la scrittura, ti consiglio di provarci. 😉

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    • Paolo Zardi
      13/10/2009

      Bello questo approccio un po’ zen alla scartavetratura (si dirà così?)!

      Costruire, limare, spennellare. Sì, sono cose che facciamo tutti i giorni, qui. Gli stessi obiettivi.

      ps nonno Ivo vive ad una decina di chilometri da Muggia – ora puoi immaginare anche l’accento che ha quando chiede un secchio di vernice! 😉

      Grazie per essere passata!

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Questa voce è stata pubblicata il 08/10/2009 da in Scrittura con tag , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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