La solitudine del consulente

Strano lavoro, il mio. Nelle mie giornate, si alternano riunioni e solitudini. I viaggi in treno con la testa appoggiata al finestrino, i viaggi in macchina con gli occhi fissi sulla strada, sui camion dell’est, le sbirciatine alle montagne innevate, ai banchi di nuvole che si arricciano all’orizzonte o nello specchietto retrovisore: questo il mio tempo libero.

Poi, stanze che non sono mai mie – prego, ingegnere, si appoggi pure qui, fino a questa sera non verrà a disturbarla nessuno. Io sistemo le mie cose, e mi metto le cuffiette. Con il tempo mi sono fatto una playlist, alla quale ho aggiunto tutte le canzoni capaci di farmi sentire meno solo nella mia tristezza (non meno triste, e non meno solo): Radiohead, Placebo, King of convenience, Eddie Vedder, ma anche Sinead O’Connor, REM, Fabrizio De André. Skunk Anannsie, Roger Waters. Persino Sergio Endrigo. Un circolo di allegroni, insomma.

Altre volte vengo coinvolto in riunioni dove ci sono facce sempre nuove. Un giorno, una dirigente di una finanziaria, con una cintura di Swaroski, mi guardava con lo sguardo di un rapace. Un’altra volta, un Project Manager grande come una guardia del corpo pareva interessato a scatenare una rissa; proprio con me. L’unico che non cambia mai è il commerciale di turno, che continua a sistemarsi il nodo della cravatta, e che non smette di sorridere al mondo con la fiducia di un bambino idiota. Ah, poi ci sono io. Io, che vorrei solo essere felice.

La transazione è semplice: vendo conoscenza, ricevo soldi. Le soddisfazioni sono tutte professionali; non si coltivano amicizie, quando, per tutti, sei quello che viene a risolvere i problemi, e, risolti i problemi se ne va con la borsa del PC sulle spalle. Al pausa caffè, dove mi tengo un bicchierino caldo e amaro tra le mani, osservo i gruppetti di dipendenti che scherzano tra loro; parlano di cose che non conosco, di vite che ho solo incrociato di striscio. Ci sono belle ragazze che ridono: io le guardo come fanno i barboni in Stazione, quando passano donne di altri mondi. I dipendenti hanno piccoli nemici comuni – il direttore del personale, un fornitore insolente – e gli stessi problemi – il caffè alla macchinetta che fa schifo, le ferie rimandate, cose di questo tipo. Mi manca lo squallore di questa normalità – un’armonia che non richiede sforzo per essere vissuta.

Ogni tanto leggo nelle bacheche aziendali che ne è morto uno di loro – cancro, qualche malattia straziante, uno schianto in moto: ma chi era? Uno sconosciuto di nome Alessandro, che lavora alle spedizioni (e io non saprei nemmeno dire dove sia, questo reparto), la settimana scorsa vendeva un libro di poesie per aiutare un altro sconosciuto di nome Roberto, che stava vivendo i suoi ultimi giorni in qualche ospedale. Oggi leggo sulla bacheca che Roberto è morto: è proprio vero che la poesia non ha mai salvato nessuno. I colleghi hanno raccolto soldi per i funerali, per una corona da appoggiare alla bara, per la famiglia. La moglie ha scritto una lettera di ringraziamento da strappare il cuore: è appesa là, accanto alla foto di un gattino di due mesi in cerca di padrone. Vorrei partecipare, a queste gare di solidarietà – vorrei addirittura piangere per qualcuno di loro. Ma sono come uno di quei cugini che venivano invitati alle feste di compleanno dei compagni di classe, e nessuno sapeva chi fossero; rimanevano seduti su una sedia, a parlare con la zia che preparava tramezzini, e aspettavano che qualcuno venisse a salvarli. Con quei cugini, condivido l’involontaria distanza da tutto e da tutti. Non sono mai in un posto che possa sembrarmi famigliare; neanche comodo, a dire il vero. Sono un apolide del lavoro. Se morissi in qualche ufficio, recapiterebbero, via DHL, la cara salma all’indirizzo della mia sede: questo dovrebbe essere vostro, scriverebbero sopra la scatola di cartone, accanto alla dicitura DEPERIBILE. Vago in un perenne aeroporto; parlo solo con sconosciuti; nessuno sa da dove vengo, e dove sto andando; tutti mi sorridono gentili ed imbarazzati, e poi, sottovoce si chiedono: e quello? chi è? A volte incrocio vedove, attorno alle quali si stringono tutti con affetto. Una volta mi hanno chiesto di tenere un corso per consolarne una, perché non cadesse in una spirale di depressione: con la tua sensibilità, mi hanno detto, sei la persona giusta. Lei aveva lo sguardo di una che aveva pianto sei mesi; sorrideva, come se avesse disimparato a farlo, e ora cercasse di ricordarsi come si faceva. Abbiamo iniziato alle nove; a mezzogiorno, hanno suonato una sirena spettrale, la pietosa richiesta di un minuto di silenzio per le vittime dell’Abruzzo. Ho sospeso il corso per sessanta secondi. L’azienda sembrava morta. Un telefono squillava a vuoto; poi, si è fermato pure lui. In quella stanzetta senza finestre, con le mani giunte e la testa abbassata, in silenzio abbiamo pianto, io e la vedova, ognuno per il proprio dolore. Finirò per commuovermi a pagamento.

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9 thoughts on “La solitudine del consulente

  1. Eh, le dimensioni parallele: le immagini passano dall’una all’altra. Non è un bello spettacolo.
    Se poi uno vive negli spazi fra le dimensioni…
    (Anche se uno potrebbe fantasticare su quello che scriveva Epicuro: che negli intermundia ci vivono gli dèi, indifferenti ecc. Potremmo prenderlo come un consiglio.)

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    1. Le dimensioni parallele, dici bene. A volte ho la sensazione che, almeno per quanto riguarda la parte della mia vita “coatta”, mi trovo proprio in quello spazio intermedio – dove si vive ogni cosa con un certo spaesamento. Non è bello – fa male. Per tanto tempo ho vissuto il lavoro con weberiana dedizione. Poi ho iniziato ad intuire che se qualcuno ti paga, quello che si diverte non sei tu. Quindi ho spogliato il lavoro dei classici valori che in occidente gli si appendono; tolto quello, rimane una sorta di prigione che ci si infligge volontariamente. Solo che pare che nessuno se ne renda conto. E forse è questo, che invidio ai dipendenti: la loro totale immersione nel loro mondo.

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  2. lo fai sembrare brutto. ti lancio una sfida: fai lo stesso pezzo evidenziando le cose belle.
    ce ne saranno, no?
    ce ne sono sempre.

    in che senso, hai fatto il corso per consolare una vedova?
    (ti mando l’opuscolo sul lutto che abbiamo appena realizzato, dopo un anno e mezzo di lavori?)
    se sei anche consulente sul lutto…

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    1. Cara Morena, chissà se un giorno riuscirò a raccogliere la sfida! Tutti i lavori hanno aspetti negativi e aspetti positivi; personalmente, sono arrivato alla convinzione che il lavoro sia bello solo quando non assomiglia ad un lavoro – skipper, regista, cose di questo tipo…

      Per quanto riguarda il corso, si trattava di un corso legato ad una tecnologia della quale sono un esperto, a livello nazionale – incidentalmente, i colleghi della vedova si auguravano che occupando il tempo di questa signora (poco più che quarantenne, madre di tre figli), in un modo tutto sommato interessante – a chi non piace imparare? – le avrebbe fatto bene. Non era una consulenza sul lutto, insomma – argomento sul quale non riuscirei a dire nemmeno una parola…

      Buona domenica!
      Pablito

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  3. Paolo, mi è difficile tenere a bada questo carattere di merda che mi segna d’abbandoni e pozzi neri, ma proverò a contenermi (e scrivere pacatamente quel che hai letto dimostra l’impegno preso).
    Difficile trovare qualcosa di bello in quel che hai raccontato. Fai un lavoro che non ti permette una vita “omologata”, la cosa che vorrei farti notare però è che di quell'”omologazione” non puoi sentire la mancanza de “lo squallore di questa normalità – un’armonia che non richiede sforzo per essere vissuta”. Scriverlo per colpire il lettore va benissimo, ma crederci è una stronzata. Invidiare chi sta meglio perché vive in superficie per cui non rischia di rimanere sepolto dal peso del reale e del suo doppio è inaccettabile. Non parlo ex cathedra, figurati, ma da persona che ogni giorno mette il naso rosso e parla con decine e decine di esseri umani che, guardandoli a occhi chiusi, risultano monchi, zoppi, abbozzati o nel migliore dei casi, sfocati. Vuoi esser come loro?
    Hai fatto un corso per consolare una vedova? Vuol dire che hai accettato di farlo. In un certo senso ti sei già commosso a pagamento, o l’hai fatto gratis? Se così fosse, accettare non so se sia stato un bene. Non so se vivi nell’interstizio tra le realtà parallele, spero di sì per te, ma vivi anche nel reale, quel reale di cui parli. L’intermundia può essere una fuga, come per me i miei racconti, ma la realtà, quando ci schiaccia, non ci permette di fuggire.
    Fai un lavoro che non ti permette una vita “omologata”, se ha cominciato a pesarti, prendi coraggio e manda affanculo tutto. A Roma troverai un piatto caldo ogni sera, purtroppo non un letto, in casa c’entriamo strettini Norma e io.
    Ti abbraccio, e forte, Pa’, ti ho parlato da pari, anch’io con un sacco di dubbi, problemi e pesi, tristezze, per questo sto cercando di capire che cavolo devo fare. Oltre a continuare a perdermi.
    Non ho il dono della sintesi, mi dispiace. E aggiungo: lavoro a palazzo Venezia, all’accoglienza. Per rifarmi alla tua playlist ti dico che chiunque abbia davanti, nelle mie orecchie risuonano i Converge, i Chariot, i Norma Jean, Jedi Mind Tricks, Red dei King Crimson e Terra Terra di Gente Di Borgata. Everlast e i Sikth, The For Carnation e Isis. Ieri mentre davo indicazioni sulle sale a una coppia di simpatiche (giuro, lo erano) vecchine, l’iPod è passato in random da Tra La Noia E Il Valzer di Dargen D’Amico a Now And Forever dei Social Unrest.
    Hai scritto un post di un certo livello, guarda che effetto m’ha fatto.
    Tutto il meglio, Pa’, e deve ancora arrivare.

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    1. Bello essere investiti da tanta potenza!!

      E’ vero, il mio lavoro è “non omologato”. Non avevo mai riflettuto su questo – non in questi termini. In effetti, un lavoro destrutturato come il mio, mi consente di fare cose che ad altri non sono concesse. Ci sono persone che lavano cadaveri ogni giorno, per anni; ci sono lavori molto peggiori del mio. Il punto è che non si dovrebbe lavorare. Tout court. Ma, come si dice, tengo famiglia. Potrei iniziare a fare il bohemie (si scriverà così?), a 39 anni; potrei licenziarmi e cercare altro: ma non me lo posso permettere – non ora, non adesso, non in questo momento. Non dispero di cambiare tutto tra quattro o cinque anni, quando certi progetti famigliari saranno andati in porto.. ma anche allora, cosa potrei fare? Cosa, meglio di questo? insegnare? scrivere in un giornale? aprire una cooperativa di.. di cosa? imbianchini? idraulici? Non so piantare un chiodo. Ammesso che si possa scrivere vivendo, finirei per odiare la scrittura – un tempo amavo l’informatica, ora non mi dice più niente. Se smettessi per due o tre anni, tornerei a programmare per hobby. Il problema è il lavoro, caro Cladio: non quale lavoro. Oppure, visto da un altro punto di vista, il problema è il modo con il quale si approccia quello che si fa.

      Ti ricordi che qualche giorno fa, in uno scambio di commenti ti avevo scritto che avrei voluto riscrivere, parola per parola, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, perché è quello che sento?


      O greggia mia che posi, oh te beata,
      che la miseria tua, credo, non sai!
      Quanta invidia ti porto!
      Non sol perché d’affanno
      quasi libera vai;
      ch’ogni stento, ogni danno,
      ogni estremo timor subito scordi;
      ma piú perché giammai tedio non provi.
      Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
      tu se’ queta e contenta;
      e gran parte dell’anno
      senza noia consumi in quello stato.
      Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
      e un fastidio m’ingombra
      la mente, ed uno spron quasi mi punge
      sí che, sedendo, piú che mai son lunge
      da trovar pace o loco.
      E pur nulla non bramo,
      e non ho fino a qui cagion di pianto.
      Quel che tu goda o quanto,
      non so già dir; ma fortunata sei.
      Ed io godo ancor poco,
      o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
      se tu parlar sapessi, io chiederei:
      – Dimmi: perché giacendo
      a bell’agio, ozioso,
      s’appaga ogni animale;
      me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? –

      Ciò che invidio ai dipendenti che si trovano nel terrazzino aziendale a fumare, ridendo di lavoro, è la quiete del gregge. Ho iniziato a guardare il lavoro da fuori – a cercare di capire i meccanismi che stanno sotto – e non mi è piaciuto proprio per niente. Solo che l’ho scoperto troppo tardi: ora, posso fare ben poco. Per cui vivo, come dice Giacomo in un altro commento, tra due mondi paralleli – con un piede in nessuno dei due. Odio il lavoro, epppure lavoro. Amo la vita libera dal lavoro, eppure non sono libero di viverla. Vedo le lettere che cadono, come in Matrix; e so che io sono una parte di questo mondo fittizio, dove la gente si pone obiettivi che hanno senso solo nel gioco chiamato “azienda”, ma che non contano da nessun’altra parte. C’è un tizio sulla sessantina che viene ogni giorno al lavoro, con una valigietta in mano: non l’ha mai aperta. Passa la giornata a guardare il monitor. Alle 11 si alza per andare a fumare la pipa. Alle 13 va a pranzo. Alle 14 torna. Alle 16 si alza per andare a fumare la pipa. Alle 18 prende la valigetta e torna a casa. Non ha niente da fare, e nessuno gli dà niente da fare. Aspetta che finisca il giorno, il mese, la vita lavorativa. Ma quando parte da casa, quando torna, cosa dice ai suoi? Vado a fare il mio dovere? E’ un carcerato. Con l’aggravante che non ha fatto niente per meritare quella punizione. E’ una contraddizione dolorosa, la mia, lo so. Per niente bella. Ma ho un bel carattere – a parte questi cedimenti, vivo con serenità quasi divertita, questa situazione. Sono una miniera d’oro per scrivere storie, i miei clienti. E non so se davvero vorrei chinare il capo – vorrei solo essere, in certi momenti, un po’ più normale – almeno per le ore che devo passare con i clienti, in giacca e cravatta…

      La tua compilation, così inusuale, così diversa dalla mia, mi apre nuovi mondi. E questo tuo commento, caro Claudio, questa voglia di dire tutto, mi dice che ci saranno molte cose da dirci. Il meglio, come dici te, deve ancora arrivare…

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  4. Anche qui, che “film” da dietro il vetro di un acquario, a desiderare lo “squallore di questa normalità”…
    Il finale ha commosso anche me.
    Forse tutti ci hanno un po’ di dolore, non proprio, ma comune.

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  5. Vivo nel gregge, ma non ne ho mai fatto parte. Lo so, lo sanno, si vede. Ed è per questo che ogni tanto, in posti diversi, mi hanno messo ‘in punizione’. So cosa si prova ed è indescrivibile.
    ‘La colpa? Creatività.
    Voglia e capacità di rendere il lavoro interessante e divertente. Attenzione e premure per i miei collaboratori. Abilità nel motivare e creare un team produttivo e propositivo.
    L’aggravante? Sono donna, non ho figli, non sono sposata eppure, a parte gli alti e bassi normali, sono soddisfatta, a volte felice.
    Non sono neanche ‘un’inguardabile’, mi curo e non dimostro gli anni che ho. Un problema, insomma. Non rientro nella categoria zitelle, ma neanche in quella delle mamme. Sono solo una persona che ha seguito se stessa, sempre e comunque, nel bene e nel male, assumendosene le responsabilità. Non sono mai riuscita a seguire la regola del cartellino: timbri, scaldi la sedia, ri-timbri.

    Sono d’accordo con te. Non si dovrebbe lavorare. Ma fare una vita da bohemienne non è la soluzione, neanche per chi non ha famiglia. Perché si deve pagare il tetto sotto il quale ci si ripara e il cibo con il quale ci si sostenta. Ma anche perché una parte di noi si realizza anche mettendo a frutto ciò che ha studiato/imparato.

    Ho visto un film in anteprima e te lo consiglio: ‘Up in the air’, tradotto in Italia ‘Tra le nuvole’. Presto sarà nelle sale, non so la data esatta, ma t’invito a vederlo. Una commedia amara sulla realtà di chi lavora ‘fuori dal gregge’ e di chi è, o sembra, una pecora. Ma anche un film sul disastro economico verso il quale siamo andati a finire e che non può migliorare le condizioni dei lavoratori, che siano pecore o pastori.

    La soluzione? Coltivare gli affetti. Vivere gli affetti con presenza e semplicità, perché sono l’unica realtà attraverso la quale s’impara, si cresce e si è felici. E tu ne hai di affetti da vivere.

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