Grafemi

Segni, parole, significato.

Picon

Europa, 1999, io, a Parigi, una sera, un ottobre, zona Bastiglia, l’ora dimenticata, tengo la mia scatola cranica appoggiata alla mano sinistra, propaggine ditiforme dell’avambraccio sinistro il cui gomito si è puntellato sul bancone, frenato, nel suo tentativo di scivolare lungo una qualsiasi direzione, dalla mano destra, la ditiforme propaggine del mio avambraccio destro disteso sul bancone per tutta la sua lunghezza: il mio corpo è architettura post moderna, e desolata. Dondolo gli occhi su e giù, e disseto uno straccetto d’anima, che la mattina era secca, il pomeriggio quasi morta, ora risorta; seppure confusa. Mentre mi sporgo verso la barista per chiedere, a gesti, un’altra birra, un’altra bier avec Picon, sivuplè, mi ricordo, con la forza di un’illuminazione da terzo occhio, di un episodio che sarebbe accaduto soltanto due mesi dopo, a Padova, in un ristorante somalo, davanti a quella specie di lenzuolini di pane acidulo sui quali si spalma lo spezzatino piccante e speziato, e i pezzi di zucca. Eravamo in sei, o sette. Accanto a me, un’amica, che nel giro di qualche ora sarebbe diventata la mia prima fidanzata ufficiale dopo i 13 anni di fidanzolanza quasi ininterrotta con la stessa persona, e io non lo sapevo ancora – lei sì, perché le donne sanno cose che noi uomini non possiamo sapere. Altri attori: un’amica della mia amica con il suo fidanzato, un mio amico, la cugina dell’amica dell’amica con un suo amico. E’ lui, quello che mi viene in mente, due mesi prima, lui che fino ad un mese prima di quella sera dal somalo, cioè fino ad un mese dopo la mia sera in zona Bastiglia, era in Irlanda, ma che ora, invece, viveva a Padova, dalla cugina dell’amica dell’amica. Che era una gran riccona con mezza testa rasata e orecchini al naso e pantaloni perfettamente cenciosi. Avevo visto casa sua, nel pomeriggio – anzi, avevo visto una delle case sue – ed era una villa enorme a cento metri dal centro di Padova – valeva quanto un fegato nuovo per trapianti: c’era pure una governante dell’ottocento che badava alle sue capricciosissime esigenze, che comprendevano anche quella che la governante non dovesse affatto occuparsi di lei e dei suoi ospiti. L’amico, il suo, quello che viveva in Irlanda, era un francese con un accento più cosmopolitano che cosmopolita: una specie di giovane barbone molto furbetto e nullafacente che come un cuculo si infilava nei nidi già caldi di ragazze ricche ed annoiate e quindi a trasgressione garantita – chiedeva vitto e alloggio; in cambio, dava loro l’ebbrezza di poter tenere in casa un animale selvatico – cioè lui. Nelle chiacchierate fatte con le mani immerse nello spezzatino somalo, il cuculo aveva spiegato che quando un francese come lui è fuori dalla sua patria, la cosa che rimpiange di più è il Picon: questo era il dettaglio che ricordavo due mesi prima che accadesse.

pabloz a parigi

La birra che sorseggio come meglio posso nel piccolissimo bar vicino alla Bastiglia ha il colore del rubino: alzo il bicchiere e attraverso quel liquido guardo il ritaglio di mondo che mi circonda – alcuni ragazzi che si alternano sul giradischi, e che propongono, ciascuno, la propria visione della musica; un altro che suona il lungo tubo di legno inventato dagli aborigeni australiani, il didgeridoo, che scuote l’anima dentro; parigini e parigine con berretti di lana schiacciati in testa che borbottano frasi al patisse. Mi sento francese, oui. Alla barista continuo ad ordinare quello che gli altri, i francesi veri, quelli con la erre che gratta e la puzzetta di camembert sotto il naso, chiedono con vera non chalance. Bevo – anima assetata – dolori in corso. In teoria, qui a Parigi sarei solo: in pratica, ho una scimmia aggrappata alla schiena, che non mi molla. Scimmia internazionale, penso: quando dal finestrino guardavo Venezia che diventava più piccola, mi aspettavo che lei sarebbe rimasta giù, in Veneto – ma no, ha trovato la strada del tormento. Nelle orecchie mi sussurra nomi, fatti, riflessi di istanti passati, dettagli di profilo, profumi, resti di sogni, a causa dei quali ogni pensiero scivola inevitabilmente su un grumo di dolori putrefatti. Sibila nell’incavo del mio cuore: lei ti ha lasciato, lei ti ha lasciato, lei ti ha lasciato. Cammino: un passo, lei ti ha lasciato, un passo, lei ti ha lasciato. Così lei continua a lasciarmi – davanti a Notre Dame, al secondo piano del Centro Pompidou, mentre mangio in un ristorante norvegese con un compagno di tavolo che non conosco e che mi piazza due occhi da aringa in fronte, nella scalinata di Mont Martre, in un angolo di una piazza elegantissima e fredda, proprio davanti alla vetrina di Cartier spazzata dal gelo del vento, all’ombra di una colonna che celebra un trionfo che neppure mi sfiora. Sono tre mesi che va avanti questo supplizio – prendo fiato, mi dico ora penso ad altro, ecco, al lavoro ad esempio, ad un nuovo progetto, alla vita che mi aspetta, che mi aspetta, non mi aspetta, lei non mi aspetta a casa, lei, lei, lei che odio, lei che stramaledico, lei che darei un braccio per poterci tornare insieme – solo per il gusto di essere io a lasciarla, anche con un braccio solo – lei che non la voglio più ma che scava nella mia debolezza con il suo silenzio, con il nostro passato, con i progetti che coprivano tutti gli anni che sarebbero venuti – avevamo pronti i nomi dei bambini, la lista degli invitati, la descrizione amorevole dei nostri visi invecchiati – come fossimo stati dentro una macchina lanciata a tutta velocità verso un muro, ciascuno sperando che ci pensasse l’altro, a frenare. Ha frenato lei, avrei dovuto farlo io: farsi fracassare la testa fa più male che fracassarla a qualcun altro – dovrebbero insegnare queste filosofie, a scuola, altro che Cartesio. Come trattamento di fine rapporto, lei mi ha regalato una scimmia da accudire, che ha il suo stesso nome e la sua stessa crudele noncuranza. Io le do da bere litri e litri di rubizza bier avec Picon, sperando che si intontisca, ma intanto continuo a parlarle. Ore e ore di dialoghi dove provo ogni genere di inutili strategie – non la chiamo più; mi presento a casa sua con centouno rose rosse; mi trovo un’altra ragazza e non vedo l’ora di dirglielo così capisce cosa vuol dire avere un pugnale infilato tra una costola e l’altra; mi uccido nella Senna – con la bocca e gli occhi pieni di acqua guardo il Pont Neuf per l’ultima volta – dopo averle mandato una bella lettera in cui le spiego cosa significa amare veramente qualcuno; le taglio i freni della macchina e al suo funerale rivelo, ai parenti in lacrime, la sua vera natura di troia – porto addirittura filmini in VHS; taglio i freni della mia macchina in modo da poterla vedere, inginocchiata accanto al mio letto di morte, mentre riconosce pentita l’infinitezza dell’amore che provava per me (e che aveva semplicemente dimenticato nei sedili reclinati di qualche auto, come si fa con un soprabito). Soprattutto, va forte la sequenza di “non la chiamo più” e “lei lo deve sapere”. E’ un cerchio pieno di eloquente sconfitta: penso che la devo assolutamente chiamare per dirle che non la chiamerò mai più. Ma fare proclami pieni di arroganza – proclami con i quali si dichiara di avere una terribile forza per recidere rami secchi – significa non avere la forza per recidere rami secchi – le lame non parlano mentre tagliano – la vera forza sta nel lasciare cadere – la felicità non ha bisogno di dichiarazioni: ce l’hai, o non ce l’hai. E tu non ce l’hai: cazzi tuoi, a questo punto. Ma questa sera c’è il Picon, e la sua miracolosa capacità di lenire ogni dolore. Il cuculo francese, ormai lo so, tra due mesi avrà ragione: il Picon è succo distillato di Parigi – sono francese da neanche una settimana e già ne sento la mancanza. Lo si versa nella birra, rosso come sciroppo di mirtilli, e lui scambia la freddezza dell’oro con il calore del rubino. Attraverso i suoi occhi il mondo è morbido e sensuale – privo di scabrosità, spigoli, botole, tranelli, tagliole. E con la testa appoggiata alla mano sinistra, cullandomi, rivedo tutto per la prima volta – ed è bello, questo nuovo mondo. Anche la barista è bella. Un amico diceva che il vino dilata il senso estetico: è vero, lo dilata fino a fargli comprendere ogni cosa, come una bolla che, riempita con il soffio del proprio cuore, luccichi sempre più grande. La bellezza avvolge quella creatura dietro al bancone proprio mentre mi riempie un bicchiere di salvezza – è una maga che conosce il filtro magico – e sulla sua fronte si concentra ogni cosa – la bellezza vertiginosa di Parigi, i fruttivendoli la statua di quell’enorme viso appoggiato ad una mano davanti a Saint Eustache, i quartieri latini e le loro librerie, l’ipotesi di un nuovo futuro, le firme su un trattato pace con gli aguzzini del passato, il fiume e il cielo che gli si annuvola sopra e poi si rasserena con la stessa velocità del mio cuore – tutto in un punto solo: tra le sue sopracciglia, nel centro esatto del suo pensiero, sopra il suo sguardo, a un palmo dalla sua voce, a meno di un metro dal suo seno al quale mi appiccico con le labbra bagnate, dondolante, le gambe tra le braccia, feto vivente – disperatissima voglia di una nuova vita.

Saint Eustache

Mi faccio dare un pezzo di carta e una matita. Intravedo le mie dita che scarabocchiano qualcosa, tra le fessure della mia lucidità. Ici c’est le plus belle bar du monde. Lo lascio sul tavolo mentre scendo dalla sedia accostata al bancone, mentre esco da quel locale sul quale l’universo si è concentrato per un attimo – la barista, da dietro il vetro, appoggia il suo sorriso su quel buffo, ridicolo Charlot, come se lei fosse un treno e io la pianura che se ne va – mentre cammino come una steady cam tra decine di ragazzi e ragazze, sperimentando la capacità di zoomare sui dettagli con la sola forza del pensiero. Sono ad un metro e quaranta da terra, a due mesi dagli eventi che sto ricordando, ad una vita di distanza da qualsiasi mia altra vita passata o futura.

**

Il giorno dopo, finito il corso sui sistemi documentali che sto seguendo, prendo la metropolitana e attraverso il ventre di Parigi. Sbuco dall’altra parte della città, a La Defense. Corro sull’esplanade, salgo i gradini della Grande Arche, mi siedo sotto la sua vela, mi giro verso la città – il Grande Arco proprio davanti a me, a non so quanti chilometri. E’ proprio bella, Parigi. Vivrei qui. Annuso il vento. La Grande Arche mi racchiude come una scatola che nasconde un regalo, e per la prima volta da tanto tempo, quel regalo sono io. Per un attimo, mi sento al sicuro. Poi mi alzo, punto la metropolitana. Direzione Bastiglia.

Picon

(Questo post era già uscito qui: http://pabloz.blogs.it/2008/7/ )

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

11 commenti su “Picon

  1. Claudio dei Norma
    19/10/2009

    A me pe’ ripiamme da ‘sta separazione più de un Picòn me ce vorebbe un martello pneumatico.
    Bella storia, Pa’.

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    • Paolo Zardi
      27/10/2009

      Eh eh… quello che non si dice, in questa storia, è che per me quella separazione fu, con il senno di poi, una vera salvezza. Ricordo che in quel periodo fui avvicinato da altre persone che erano state lasciate, e che tendevano a formare, tra di loro, una specie di club di Cuori Infranti Anonimi. Ciascuno di loro sapeva di essere messo piuttosto male; tuttavia, guardando gli altri, si consolava, come fanno certi malati terminali che, guardando altri malati terminali, pensano: be’, ma quello muore prima di me.
      In questi circoli, nei quali si veniva risucchiati contro la propria volontà, giravano certi libricini che probabilmente erano stampati da qualche editore in combutta con gli aguzzini che lasciavano la povera gente – copie in qualche modo segrete, che venivano distribuite tramite riti di iniziazione a base di tisane e candeline. In uno di questi, il più celebre, c’era la famosa frase: quello che il bruco chiama morte, il mondo chiama farfalla. Era un mantra, che si ripeteva in modo quasi ossessivo.
      Ma, la cosa che penso ora, mentre me ne sto seduto nel divano di casa mia, con i due piccoli che ronfano nei loro letti, e mia moglie che studia, è che in fondo quella frase era proprio vera…
      Ciao, Claudio, e scusa la mia assenza di questi giorni – come si dice dalle mie parti, el lavoro xè drio sofegarme!

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  2. Peppermind
    20/10/2009

    Grande affresco di solitudine e compulsività da abbandono…
    Alcune frasi sono veramente memorabili.

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    • Paolo Zardi
      27/10/2009

      Parigi fu come quei fiumi nei quali immergono le persone che si sono appena convertite, e ne escono illuminate. Là, capii che avrei potuto farcela – e lo capii, forse, proprio la sera del Picon. Ci fu un altro momento particolare: camminavo sulla riva destra della Senna, in un quartiere del quale non ricordo il nome (ce l’ho esattamente sulla punta della lingua, ma non viene fuori…) – un quartiere che per anni era stato un po’ snobbato, ma che negli ultimi quindici o vent’anni ha subito una grande rinascita. Era sera, più o meno questo periodo. Da un portone che si affacciava su un chiostro interno ad un palazzo, uno di quelli grandi, alti, belli, usciva una musica di pianoforte. Sono entrato. Al primo piano del palazzo in perfetto stile Haussman, c’era una scuola di danza. Occupava tutti e tre i lati che mi si paravano davanti: dietro alle grandi vetrate, c’erano, a destra, delle bambine in tutù, in centro delle ragazze, a sinistra delle donne adulte. In ognuna delle stanze, un’insegnante con il bastone che batteva i comandi – che aumentavano di velocità e complessità mano a mano che crescevano gli anni. Era una scena perfetta – come vedere un altro mondo, da fuori. Capii che, se la mia storia non fosse finita, non avrei mai visto quella scena. Partire, in fondo, spesso vuol dire tornare a vivere.
      A presto!
      Paolo
      ps il quartiere si chiamava Le Marais.

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  3. morenafanti
    27/10/2009

    bellissimo.

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  4. Elle
    27/10/2009

    Lo sapevo che mi sarebbe bastata già la prima riga per innamorarmi.
    Mi bastava l’Europa, il 1999, Parigi, una sera, ottobre, zona Bastiglia e dulcis in fundo quell’ora dimenticata che sa di un oblio così crudo e maledetto che è impossibile non amarlo.
    Ma siccome a me non basta mai e fondamentalmente non sono una che si accontenta, sono arrivata a leggere fino in fondo.
    Devastante la profondità con cui racconti l’abbandono vestito da scimmia, mi ci hai fatto passare dentro e attraverso.
    Un pezzo che buca lo schermo… e l’anima.

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    • Paolo Zardi
      27/10/2009

      Ti ringrazio, Madame Elle. Parigi ha uno spessore che toglie il fiato – ed è una di quelle pochissime città in cui il risultato della somma delle singole parti è di gran lunga superiore alla loro somma algebrica. E’ una “città” nel senso più alto del termine – una creatura vivente con una sua personalità ben definita. Potendo, vivrei là.

      Quanto al dolore, sai cosa fa impressione? Che poi finisca. Pareva così grande, così inconsolabile… Poi, una mattina ti svegli con una donna accanto – fuori nevica – senti il profumo di caffè, le domandi che giorno è oggi, ed è passato tutto… come non fosse mai successo. La ragazza che mi ha regalato la “scimmia” ora ha due bimbi, ogni tanto ci si vede a cena tutti insieme, e mentre la guardo mi domando: possibile? Possibile che ci sia stato un giorno in cui mi sarei buttato sotto un treno per lei?

      A presto!

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  5. Elle
    28/10/2009

    Sai caro Paolo cosa mi impressiona di più della tua scrittura?
    Che riesci a poetizzare persino l’algebra, che affianchi con estrema disinvoltura concetti scientifici a ciò che per definizione scientifico non è, il sentimento.
    Tiri fuori l’anima disordinata delle cose (e delle persone) e la rimetti a posto.
    E non hai idea di quanto questo sia sovrumano ai miei occhi…
    Grazie!

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    • Paolo Zardi
      15/11/2009

      Cara Elle, mi accorgo solo ora di non averti mai ringraziato per questo commento… La mia vita sta cambiando: prima, ero sempre in giro, e mi pareva di non avere una vita privata; ora, che lavoro sempre a due chilometri da casa mia, ho perso ogni contatto con il blog. Nell’azienda presso la quale faccio consulenza non viene consentito l’accesso ai social network – tutto sommato giustamente, direi. Ma così non ho più accesso al blog. Sto cercando il modo di adattarmi, in qualche modo – usare la sera per scrivere, leggere, commentare – ma non ho ancora trovato la giusta strada…
      Intanto, con mezzo mese di ritardo, grazie!

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  6. Elle
    16/11/2009

    Ho un po’ il tuo stesso “problema”. Poco tempo da dover gestire al meglio, poche incursioni nei blog che frequento abitualmente e con poco tempo per fermarmi come vorrei.
    La strada giusta è quella che poi ti porta alla mèta e quasi mai passa attraverso scorciatoie.
    Quindi non preoccuparti assolutamente del mezzo mese, ché non sei in ritardo su niente, men che meno sui ringraziamenti.
    Adesso recupero un po’ di lettura arretrata anch’io, che quando posso concedermela, è sempre un piacere.

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Questa voce è stata pubblicata il 19/10/2009 da in Ricordi, Scrittura con tag , , .

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