Grafemi

Segni, parole, significato.

All’armi

E’ noto a tutti che l’effetto che produce un uomo di mezza età quando inizia a raccontare i ricordi del periodo passato “sotto naia” è identico a quello prodotto da una loffa mollata durante un party affollato: dopo alcuni secondi, durante i quali nessuno pare accorgersi del potenziale venefico che si sta accingendo ad assalirli, inizia un lento ed inesorabile fuggi fuggi, che lascia la sorgente della loffa, o dei ricordi, inevitabilmente sola.

Nonostante sia cosciente di questo, faccio mio il motto di Shreck, che i miei figlioli, due angioletti di cinque e tre anni, dicono con l’indice alzato ogni volta che tirano un rutto e io li guardo accigliato: “Meglio fuori che dentro”.

Aveva una faccia proprio del cazzo, il postino che, consegnandomi una letterina azzurra, mi ha detto: mai stato a Taranto? Alla faccia della mia privacy: quel tizio sapeva già tutto del mio futuro. Mentre mi stavo preparando la colazione, preparandomi a preparare il penultimo esame di Ingegneria, lui, come un nunzio delle tragedie greche, pedalava per qualche strada di Padova, con la mia chiamata alle armi nella borsa, e un sorriso ebete stampato sulla bocca. La gente è crudele: non è un caso che Paperissima, trasmissione in cui decine di esseri umani innocenti ricevono calci sui coglioni da cavalli imbizzarriti, cadono dalla bicicletta e finiscono in un fosso, si schiantano contro un palo della luce (e tutto questo sotto l’occhio impietoso di una telecamera), non è affatto un caso che questo programma (che se togli l’audio con le risate registrate ti si accappona la pelle), riesca ad incollare milioni di persone davanti al video – compreso, ne sono certo, il mio postino. Impossibile negare che l’homo sapiens goda delle piccole disgrazie altrui.

Non ero mai stato a Taranto. E, se devo essere sincero, non ci sarei mai andato, di mia iniziativa. Però la letterina diceva che l’8 luglio del 1996 avrei dovuto presentarmi da quelle parti, intorno a mezzogiorno, per consegnare il mio corpo, il mio tempo e il mio cervello, ad uno dei più inutili baracconi di tutti i tempi: l’Aeronautica Militare Italiana. Non so se è esistito un tempo in cui le forze armate funzionavano – dagli sfracelli della Seconda Guerra Mondiale, mi viene da pensare di no – ma di sicuro, negli anni novanta l’utilità del servizio militare era addirittura negativa: non solo non serviva a niente, ma prosciugava soldi a non finire, e in più impediva a tanta brava gente di fare cose molto più utili alla Nazione, tipo laurearsi, iniziare a lavorare, e pagare le tasse (mesi dopo realizzai, però, che il danno più grosso era il rendere manifesto ad una generazione di giovani italiani che l’Italia è un paese corrotto nell’anima). Nessuna delle guerre combattute negli ultimi cento anni avrebbe potuto essere affrontata dagli uomini ai quali eravamo stati affidati, noi maschi tra i diciotto e i ventotto anni, per dodici mesi della nostra vita; se l’Ambasciatore dell’Albania avesse presentato al Governo dell’Italia una dichiarazione di guerra, allora l’unica cosa saggia da fare sarebbe stata consegnare le chiavi di Palazzo Chigi al loro Generale, supplicandolo di risparmiare almeno le donne e i bambini. Non solo la cosa più saggia: anche l’unica possibile, perché nulla di quello che ho visto durante il mio servizio militare avrebbe potuto opporre la benché minima resistenza a qualsiasi forma di attacco.

Il 3 luglio, verso le cinque del pomeriggio, il professore di un esame del quale non ricordo neppure il titolo, mise l’ultimo trenta sul mio libretto, e mi strinse la mano. Congratulazioni, mi disse. E ora? Cosa l’aspetta? Il nulla, gli ho risposto. Studiavo ininterrottamente dal 1976; ma non avevo fatto tempo ad diventare un uomo liberato da quel peso che già quattro giorni avrei dovuto perdere di nuovo la mia libertà, ma questa volta per un motivo molto, molto più stupido: la naia.

A casa, poche ore dopo, realizzai compiutamente di aver finito tutti gli esami; mentre mi preparavo ad uscire, ascoltai una canzone bellissima dei Pink Floyd, e piansi calde lacrime di commozione: mi passò la mia vita davanti agli occhi, come quando si muore, ma fu molto più lungo, e molto meno doloroso. Tutti gli anni precedenti – le aule studio, i caffè, le sere alla casa dello studente, gli scritti e gli orali, le strategie invernali, le strategie primaverili, le mattine di Pasqua a studiare, le vigilie di Natale a studiare, le inevitabili cadute, le gloriose risalite – si accumularono nella mia cameretta, come un Aleph iridescente. Ero sulla cima di una montagna – la mia.

La sera, festeggiammo il mio compleanno con un anticipo di nove giorni, come in quelle tragiche storie di bambini malati ai quali i genitori amorevoli, dopo due calcoli drammatici, offrono la gioia dell’ultimo Natale in pieno settembre. Gli amici mi regalarono una cintura marrone, che scelse Luciana regina di stile, e un libro divulgativo sulla Teoria dei Giochi (argomento sul quale stavo preparando la mia tesi di laurea). C’era un’aria da Ultima Cena; spezzai il pane, e bevvi molto vino, e baciai i miei migliori amici che sarebbero rimasti a casa; ebbi anche la brillante idea di fare una pisciata di due litri sotto un albero di olive, fuori dal ristorante, in un orto che garantì una certa riservatezza per tutto il primo litro, ma che per quello successivo si dimostrò incapace di opporre una valida barriera ai fari di una Mercedes bianca con a bordo da due vecchie babbione ubriache; e sebbene fossi abbastanza certo che, salvo incidenti di percorso, dopo la sepoltura nel sudario delle forze armate ci sarebbe stata la mia resurrezione, mi spaventava il fatto che nel mio caso non sarebbero state sufficienti due notti, ma che avrei dovuto assistere, impotente prigioniero, alle proverbiali, canoniche 365 albe.

La partenza, la sera di domenica 7 luglio 1996, fu il secondo momento più brutto di quel lunghissimo anno che mi aspettava – il primo, sarebbe arrivato, inaspettato, il 12 febbraio successivo, il giorno dopo della Laurea: avrei dovuto essere felice, e invece mi pareva che quel traguardo avesse moltiplicato per cento la durata di ogni singola ora che mancava per arrivare alla fine. Il treno, con vagoni cuccette, partiva alle dieci di sera da Padova. Il cielo era carico di una elettricità che non trovava sfogo. Da casa dei miei alla Stazione c’erano sì e no trecento metri: ci andai a piedi, seguito dai miei, dalla mia morosa, dai miei fratelli, da qualche amico, come in una mesta processione funebre, nella quale la bara ero io. Mi aspettavo che qualcuno gridasse Dead man walking. Possibile che tutto questo stesse succedendo proprio a me? Mi venne l’irresistibile impulso di tornare a casa, mandando lo Stato a cagare, ma resistetti, perché avvertii la mano implacabile del senso del dovere che mi spingeva, con i suoi unghioni, verso il mio destino.

Presi posto nella mia cuccetta – un tugurio male illuminato – con altri cinque infelici. Dai finestrini salutammo le persone che amavamo, e che sparivano mentre la Stazione si spostava, tutta intera, in direzione opposta rispetto Bari, e non c’era nemmeno la tragica consolazione che i drammi della Storia concedono, almeno a posteriori, alle vittime di certe insopportabili ingiustizie: la nostra era una fantozziana gita coatta, organizzata da uno Stato che pasticciava in tutto, tranne che nel mandare cartoline azzurre.

Arrivammo a Bari alle sei di mattina. Emanavamo un odore porcino, e la cosa mi faceva ribrezzo – ma solo qualche giorno dopo, scoprii che, come in tutte le cose, non esiste un limite verso il basso. Bevemmo un caffè. Prendemmo un altro treno. Infine, arrivammo.

Ecco le prime cose che ci disse il maresciallo pelato che si sarebbe occupato della nostra formazione militare.

  1. Non è vero che nel latte che viene servito a colazione mettiamo il bromuro per tenervi calmi.
  2. Se nei prossimi giorni non vi si alza più il cazzo, non siete diventati improvvisamente froci, o impotenti: è solo lo stress di questo nuovo ambiente. Vi passerà.
  3. Non suicidatevi per alcun motivo. Se pensate di farlo, andate in infermeria e parlatene con un dottore, o fate un salto nella chiesetta, e confidatevi con il prete.
  4. I calzini che indossate devono essere rigorosamente blu.
  5. No basette.
  6. Sei (sottovoce). Ma è vero che tra di voi c’è il figlio del proprietario del più grosso sexy shop di Taranto?

Non pensai mai al suicidio. Le mie inutili erezioni continuarono a ripresentarsi la mattina, appena svegliato – così come, probabilmente, si presentavano a tutti i miei compagni di stanza che, come me, prima di alzare le lenzuola aspettavano un ritorno alla molliccia realtà. I calzini erano anni che li mettevo solo blu: ma cosa c’entrava questo dettaglio con la guerra alla quale avremmo dovuto prepararci? Per il punto sei, in effetti tra di noi c’era il figlio del proprietario del più grosso sexy shop di Taranto: in disparte, lui e il maresciallo pelato discussero i dettagli di una transazione che, da quanto intuimmo nei giorni successivi, prevedeva videocassette porno in cambio di licenze quotidiane.

Il primo giorno lo passammo a passeggiare per la caserma, in abiti borghesi – l’unica cosa che mi veniva in mente era il giardino dell’ospedale di Padova dove, anni prima, ero stato operato ad un ginocchio: là, il pomeriggio, i pazienti, rigorosamente in pigiama, camminavano, si trascinavano, venivano spinti, aspettando che venisse sera; qua, giovani spaesati formavano gruppi di persone di dimensioni continuamente variabili, come se si provassero tutte le possibili combinazioni, in attesa dell’inizio ufficiale della nostra prigionia.

Poco dopo, i capelloni furono radunati in un piccolo plotone, e mandati dal barbiere, in fila indiana. Ce n’era uno con un metro di capelli biondi; non lo vedemmo più. Poi, cenammo in un’orribile mensa; nonostante io sia una delle creature con meno pretese, per quanto riguarda il cibo da ingoiare, le pietanze facevano schifo: un toast impanato, un pollo morto, una mela con il vermetto che, da un buchino, mi salutava sorridente. Dopo cena, io e i cinque infelici che avevo conosciuto in treno andammo al bar; prendemmo un’aranciata e ci sedemmo sui gradini che davano sulla piazza d’armi – una specie di parcheggio di un centro commerciale, la domenica mattina. Il cielo era terso, e l’arancione del tramonto si mescolava con il blu profondo della notte che stava avanzando. L’aria profumava di meridione. In fondo, qualcosa di bello c’era pure là.

Nella mia camerata, ero il più vecchio. Il primo giorno i miei compagni di stanza si raccontarono la loro gita di terza media, mentre io, nel mio lettuccio, leggevo un libro per preparare la mia tesi di laurea (il libro che cinque giorni prima della partenza, nella mia vita precedente, mi avevano regalato i miei amici). Ogni tanto alzavo lo sguardo, e mi sentivo il loro papà. Se non era giusto che io fossi là, era ancora meno giusto che quei ragazzi non fossero in giro con le loro morose, a spasso, a mangiarsi un gelato mano nella mano. Appena si spegnevano le luci, mi addormentavo tra un sommesso cick ciack soffocato dalle lenzuola – con il respiro trattenuto, e gli occhi chiusi, nell’oscurità della stanza, quei ragazzini dedicavano il loro schizzo lattescente e silenzioso, l’ultimo baluardo della loro vita di prima, alla fidanzata lasciata a casa. Se davvero mettevano bromuro, nel latte, evidentemente non ne mettevano abbastanza. Oppure la vita tracima oltre qualsiasi ostacolo.

Nei giorni successivi, imparammo a sparare. Prima, per qualche giorno, il maresciallo pelato ci fece un po’ di teoria su un’arma che, dichiarava, era una delle migliori del mondo. Poi, una mattina, iniziarono a partire i pullman verso il poligono di tiro. Io fui uno degli ultimi a partire. Arrivammo in un’area polverosa che si apriva sopra una specie di collina. Attorno, c’erano due o tre baracchini che vendevano acqua a cinquemila lire alla bottiglietta, e panini, pizzette, piadine. Come erano arrivati, fino a là? Chi li aveva chiamati? Perché tutti ebbero l’impressione che l’inutile attesa sotto il sole di luglio fosse finalizzata ad aumentare i clienti di quei professionisti della ristorazione?

Ma la lunga attesa che patimmo aveva anche altre cause, più concrete. Il poligono di tiro era dietro un dosso che, con mia grande meraviglia, si affacciava sul mare aperto che brillava due o trecento metri più sotto. Non c’era nessun bersaglio da colpire: il nostro nemico era una distesa d’acqua azzurra che scintillava sotto il sole. Il problema pratico di quel giorno era che dei tizi – puntini minuscoli nel blu del mare – avevano deciso di parcheggiare i loro due canotti proprio in quei due o tre chilometri nei quali sarebbero arrivati i nostri colpi. Arrivò la Marina, e gli elicotteri; dopo un po’ emersero alcuni sub, e piano piano si spostarono verso lidi più sicuri. Quando fu il mio turno, mi misero un casco in testa, con un paraorecchie e un paio di occhiali trasparenti. Sparai dieci colpi con il calcio del fucile appoggiato alla mia spalla, dieci colpi a raffica con il calcio del fucile appoggiato all’anca, e infine dieci colpi in ginocchio. In tutto, trenta. Qualcuno di quei proiettili sollevò uno sbuffo di sabbia, a un centinaio di metri da me; altri svanirono nel nulla, come non fossero mai stati sparati. La mia esperienza durò meno di un minuto. Ma ora, dopo aver sparato al mare, ero ufficialmente pronto a difendere i sacri confini della Patria.

Il resto del CAR, che in aeronautica dura meno di quattro settimane, fu finalizzato ad un unico obiettivo: il Giuramento. Il Giuramento consiste in questo: le reclute, organizzate in plotoni quadrati di lato 9, marciano di fronte ai loro genitori venuti da ogni parte d’Italia; poi, sotto un sole perpendicolare sulle teste, i giovani soldati cantano l’Inno d’Italia, urlano qualcosa, ed è finita là, tra gli applausi dei parenti, e gli svenimenti delle reclute meno in forma. Nient’altro. Nessuno ha imparato nulla, se non marciare, cantare l’Inno e lanciare l’urlo alla fine della parata. Il Corso di Addestramento Reclute insegna alla gioventù italiana a camminare con lo stesso passo, a cantare una canzone, a gridare all’unisono. Ma io non partecipai a tutto questo: i soldati con più di 24 anni vennero sparpagliati per gli uffici già il secondo giorno, con il compito di dare una mano nello svolgimento dei lavori di concetto – lavori la cui complessità, ed utilità, era forse inferiore persino al marciare sotto il sole in luglio, con un graduato che batte il tempo. Quando venne il giorno del Giuramento, mi offrii per fare le pulizie in caserma – mi spiaceva che uno di quei ventenni dovesse presentare il vero volto delle Forze Armate ai loro genitori sudati per il viaggio. E passai quel giorno così, con una scopa in mano, un libro nell’altra, con le grida lontane, il rumore di un migliaio di scarpe battute sul terreno, tutte insieme. Un graduato, un ragazzo sulla ventina, ad un certo punto si è avvicinato a me e mi ha detto che gli dispiaceva che una persona della mia età dovesse lavare i pavimenti. Ho sorriso: c’era un’età in cui sarebbe stato più giusto farlo?

Nessuno morì: le corvè notturne, che non avevano lo scopo di proteggere quelle stanze da attacchi esterni, ma di impedire che qualcuno si appendesse ad una finestra con un lenzuolo, o si chiudesse in bagno per tagliarsi le vene per lungo, ottennero il loro scopo. O forse, non ci fu abbastanza tempo per nessuno di abituarsi a quella stupida routine; in tutto quel forsennato far niente, scandito da trombe, urla, marce, docce gelide, concerti di scoregge nella notte, mancarono le occasioni perché i più stupidi trovassero il modo di imporre l’umana crudeltà su quelli più deboli; ovunque, in ogni momento, prevaleva lo stupore e la timidezza, il timore e la sensazione che esistesse qualcosa di più grande, dietro a quello che ci succedeva – tribunali militari, plotoni di esecuzione, o semplicemente una caserma in Sardegna che aspettava quelli che preferivano non collaborare.

Il penultimo giorno ci comunicarono le destinazioni; io, che dovevo laurearmi, fui mandato nella mia città. Seguirono altri undici mesi di vuoto pneumatico, durante i quali capii i meccanismi della corruzione nell’amministrazione dello Stato, dell’ozio che pialla la ragione, e la riduce a brandelli, della noia sulle persone per bene, della noia sulle persone per male. Il 23 giugno dell’anno dopo, ero laureato, iscritto all’Ordine degli Ingegneri, un anno più vecchio e, finalmente, libero.

(la foto di copertina è di RedNihao – tutti i diritti sono suoi)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

3 commenti su “All’armi

  1. Giacomo
    28/10/2009

    Consiglio la lettura di Filologia dell’anfibio. Diario militare di Michele Mari, Laterza.

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  2. rolentola
    25/10/2012

    Fantastico! Non ho aggettivi. La lettura dovrebbe essere obbligatoria per quanti si sono “persi” l’esperienza. Non sanno la fortuna che hanno ad essere nati dopo la leva
    obbligatoria.

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  3. Sissi
    30/10/2012

    Mi piace troppo questo tuo nuovo stile. Ben bilanciato fra leggerezza e pesantezze varie della vita ordinaria. Sei tu sempre meglio. Bravo!

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Questa voce è stata pubblicata il 27/10/2009 da in Ricordi, Scrittura con tag .

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