La domanda

Mio padre sostiene di soffrire di tutte le malattie, esclusa l’ipocondria. Per questo motivo, con una frequenza quasi mensile, si reca, o viene recato da un’ambulanza, al Pronto Soccorso, allo scopo di dare un nome ai malanni sicuramente mortali che lo colpiscono. L’esito tipico di queste visite è che probabilmente mio padre si è beccato, da qualche parte, 72 anni.

Venerdì scorso è successo di nuovo: una sciocchezza da poco conto si è trasformata, nel giro di poche ore, da malessere a vago presagio e quindi a prova eloquente di qualcosa di veramente grave. I miei genitori, quindi, intorno alle quattro e mezza del pomeriggio si sono recati (è questo il verbo che usano per andarci) al Pronto Soccorso; dopo aver ricevuto “codice bianco” dall’infermiere addetto alla ricezione dei pazienti – in pratica, girone delle unghie incarnite, dei giramenti di testa e delle verruche – hanno aspettato sette ore per tornare a casa sani come erano entrati, ma un po’ più stanchi.

Alle nove di sera ho deciso di raggiungerli, per dare un po’ di supporto. La sala d’attesa era stracolma: c’era un ragazzo di colore su una sedia a rotelle, con una mascherina davanti al viso, e la testa appoggiata, quasi inerte, alla mano; due signore napoletane, una delle quali aveva una caviglia grossa come un melone, che parevano in gita, e che non hanno smesso di ridere per tutto il tempo; un ragazzino vestito da motociclista, ma senza scarpe e con un braccio sostenuto da una fasciatura; due o tre signore di mezza età (mezza solo se diamo credito al nostro Presidente del Consiglio, per il quale la durata media della vita è destinata ad assestarsi intorno ai 120 anni: i miei figli, quando avranno cinquant’anni, vivranno in un paese governato dalle stesse persone che ammorbano l’aria in questo inizio di secolo); e poi un sottobosco di personaggi vaghi, che uscivano, entravano, sparivano, ricomparivano – come comparse di una commedia piuttosto popolata.

A ben guardare, il Pronto Soccorso presenta, da un punto di vista narrativo, le stesse caratteristiche di una sit-com, dove i protagonisti compaiono in scena all’improvviso attraverso una porta, recitano la loro parte, e poi se ne vanno verso il nulla misterioso dal quale sono arrivati – chi ha mai visto il giardinetto davanti a casa Cunningham? Forse succede così solo in Italia. Il signore con una panza enorme che arriva spinto su una sedia a rotelle, che saluta chiamando per nome ogni infermiere, che chiede un cestino di carta dentro al quale rovesciare il contenuto del proprio stomaco, che poi si alza, e va a distendersi su un letto che trova poco più in là, e si mette a dormire, ecco, lui non sembra uno di quei tizi intubati e sanguinanti che entrano nei corridoi di E.R., o uno delle sfortunate creature alle quali la lotteria delle malattie assurde ha assegnato il primo premio e che quindi finiscono nelle mani del Dr. House, ma, piuttosto, un caratterista dei Cesaroni.

Poi, certo, capita anche che ci si commuova – fa parte della commedia, il versare qualche lacrima qua e là. Una signora di ottant’anni, che accusa un mal di pancia che si placa con il passare dei minuti, e con la quale si inizia una tipica conversazione di circostanza, improvvisamente alza il velo su un dramma privato: “Sette mesi fa”, ci dice mentre gli occhi si riempiono di lacrime, e la pelle del viso diventa rossa, e le labbra iniziano a tremare, “sette mesi fa ho portato qua mio marito, in questo pronto soccorso, ed è morto! E ora, ora morirò anch’io!”.

Al di là della possibile, inquietante simmetria tra quella storia, e quella dei miei nel caso inopinato in cui il loro non fosse un semplice attacco di ipocondria, in quei dieci metri quadrati di neon, pavimenti lavabili, quadri con le istruzioni per non beccarsi l’influenza suina, c’è la rappresentazione di un dolore profondissimo. Che però, ahimè, ci tocca da molto lontano: cosa abbiamo da condividere con questa signora in vestaglia e lo sguardo terrorizzato, cosa spartiamo con suo marito che abbiamo avuto la sfortuna di conoscere solo da morto, se non la medesima natura umana, e, su una scala temporale un po’ più lunga, l’esito finale delle nostre vite? La signora continua: “Due anni fa, io e mio marito – siccome non abbiamo figli, non abbiamo nessuno – abbiamo venduto la nostra casa e siamo andati a vivere in un pensionato, così non avremmo dovuto preoccuparci di niente. Mio marito era invalido, in carrozzella, io lo spingevo, ma eravamo tranquilli. Poi sette mesi fa…” e di nuovo inizia a piangere, con molta dignità. Poi si ricompone; tira fuori un fazzoletto dalla manica sinistra, e si asciuga gli occhi; arriva ad estrarre uno specchietto dalla borsa, e riflettendoci dentro il suo viso ottantenne si sistema i capelli biondi con un pettine di tartaruga. Sa bene che in un Pronto Soccorso, nessuno è particolarmente disposto a concedere un po’ di solidarietà alle sofferenze altrui – il dolore è l’unica cosa della quale possiamo dire “è mio”, senza rischiare che qualcuno ci voglia smentire.

Ci sono anche le belle notizie, al Pronto Soccorso. Una vecchietta con cappotto alla naftalina, alta come un bambino di sette anni, secca come un osso regalato ad un cane per il suo compleanno, viene avvicinata da un’infermiera che la rassicura: “Suo marito ha una broncopolmonite, il cuore ha avuto uno scompenso per i problemi ai polmoni, ma non ci sono lesioni, ora lo portiamo agli infettivi”. Buffo, penso, come la broncopolmonite per la quale mio nonno è morto nel 1941 possa diventare una bella notizia. Poco dopo, passa, nel corridoio, come un personaggio decisamente marginale di questa commedia, il marito malato sopra ad un lettino pieno di flebo: gli occhi chiusi, la bocca spalancata come una caverna colma di dolore, la pelle grigia. La moglie lo segue correndo, tenendo tra le mani il cappotto di lui, il bastone di lui, le scarpe di lui; la sua corsa sgangherata fa un sinistro rumore di legni.

Poi, siparietto comico. Un’infermiera chiama al microfono il paziente successivo: “Bugus Micaela”. Non si presenta nessuno.

Poco dopo, il ragazzo di colore con la mascherina sul viso, che somiglia un po’ a Willy Smith, si sposta con la sua sedia a rotelle fino al bancone degli infermieri e chiede quand’è il suo turno.

“Come ti chiami?”, gli chiedono (ai ragazzi di colore danno sempre del tu).

“Bugus”.

“Bugus?”

“Sì”.

“Micaela?”

“Sì”.

“Allora tocca a te, Micaela”.

Lui si alza dalla sua sedia e entra nell’ambulatorio.

Un altro tizio, un omone grande e grosso che tiene tra le mani il cappotto di qualche suo parente, continua ad avvicinarsi a mio padre, tentando di iniziare, senza grande successo, una conversazione. Eppure c’è qualcosa che gli preme di dire, perché torna all’assalto più volte. Alla fine, con un tranello, riesce a conquistare l’attenzione di mio padre che si era alzato dalla sedia per sgranchirsi le gambe; fa passare il suo braccio enorme attorno alle sue spalle secche e gli racconta, con un sorriso ebete e virile (le due cose non solo non si contraddicono, ma finisco spesso per darsi forza l’un l’altra), di quando gli hanno controllato la prostata. Non poteva proprio farne a meno di dirlo, a quanto pare.

Verso le dieci, cinque ore e mezza dopo l’ingresso dei miei al Pronto Soccorso, le cene che si sono consumate nelle campagne venete iniziano a produrre i loro tragici effetti: dalla nostra postazione vediamo passare, lungo il corridoio, una sequenza di barelle sopra le quali stanno distesi uomini e donne tra i cinquanta e gli ottant’anni, con visi viola, grigi, verdi, paonazzi, terrei, lividi. Entrano tutti con il Codice Rosso – è in gioco il cuore, ragazzi, non si scherza. Alcuni hanno lo sguardo arrabbiato, come se fossero stati morsicati da un cane; altri mostrano occhi smarriti, increduli. Un signore con i capelli molto bianchi e un aspetto particolarmente distinto, sorride imbarazzato mentre dice: “Ha iniziato a tremare, così, senza motivo”. Parlava del suo corpo, che l’aveva appena tradito, e che già non sentiva più suo. Quasi tutti tengono il busto un po’ sollevato, puntandosi sui gomiti, perché, come sapeva bene Kafka quando scrisse l’incipit de “Il Processo”, in nessun momento si è tanto vulnerabili come quando si sta distesi, in pigiama, su un letto e tutti gli altri sono in piedi, e vestiti. I pazienti assomigliano a quelle signore con una borsa della spesa per mano che inciampano su qualche asperità del terreno, o semplicemente sui loro anni, e una volta a terra si preoccupano soprattutto di nascondere i ridicoli gambaletti che sbucano da sotto la gonna, e cercano, quasi disperatamente, di tornare in posizione eretta il più velocemente possibile, oscillando sul loro culone; e poi, una volta in piedi, si sistemano gli occhiali storti, si ravvivano i capelli ormai spettinati, e intanto con un piede bagnato dal sangue che scende a rivoli dal ginocchio sbucciato, studiano il marciapiede che, malvagio, li ha appena ingannati. Vede? dicono al passante che le ha soccorse – vede che razza di trappole mettono per le brave persone? Lo stesso sguardo, la stessa incapacità di capire. Se gli infermieri avessero fatto irruzione nelle case dei pazienti, senza preavviso, l’effetto sarebbe stato lo stesso: a cosa pensavano, queste persone che ora camminano su un filo sospeso sul vuoto, quando si sono svegliate, questa mattina? L’ultimo giorno inizia come il primo. Non tutti hanno la fortuna di essere avvisati per tempo, che la vita è agli sgoccioli. Tic tac. Tic tac. Tic. Ops. Il suono della morte è un silenzio che non ti saresti aspettato.

Verso le undici, mio padre si alza ed inizia a camminare, stufo per la lunga attesa. Mi invita ad andare a casa – credo che sotto sotto si vergogni di aver scomodato così tante persone per quella che si rivela, con il passare delle ore, una vera sciocchezza. Ci mettiamo a parlare, mentre vediamo passare altre barelle – ogni volta che sta per arrivare il turno di mio padre, un’ambulanza porta uno di quegli essere umani distesi (arriva anche un ragazzo con la tuta dell’Ikea, e un piede fracassato: da qui si vede il mondo intero, come fossimo dietro ad una lente); e loro hanno, giustamente, la precedenza su tutto.

“La signora di prima…”, mi dice.

“Quella con il marito morto?”

“Sì, lei. Aveva paura di morire. Ma perché? Che vita le è rimasta? Non ha nessuno. Sta male. Non sarebbe meglio per lei finirla qui, adesso?”

“Cromosomi. Se i suoi antenati non si fossero attaccati con le unghie alla vita, lei non sarebbe mai nata.”

“Eppure la morte è un non evento. Quando succede, non ci sei più. Mesi fa sono venuto al Pronto Soccorso con quaranta di febbre, in pieno delirio. Se fossi morto, non me ne sarei nemmeno accorto: cosa fa tanta paura? Il dolore, ecco cos’è. E’ tutto quello che ti succede mentre sei ancora in vita. Oggi ho sofferto – non ridere: ho sofferto veramente. Anche se la cosa non è seria, sono stato male. Come sono gli ultimi mesi di vita di un malato terminale? Quali tormenti?”

Mentre lo diceva, mio padre guardava un po’ il pavimento del corridoio, un po’ la saletta con gli altri pazienti pieni di pazienza, un po’ me; me, che guardavo la donna aggrappata alla vita, lo sfilare mesto delle barelle, e mio padre.

Qualche minuto dopo, mentre ci passava davanti un’altra donna – il viso terrorizzato, le pupille dilatate come una preda inseguita da una bestia che spalanca i suoi denti pronti ad azzannarla, le mani appoggiate al petto, e il marito dietro con la sua borsetta e il suo foulard in mano (una coppia sorpresa in qualche ristorantino dalle bizze di un’arteria) – mi ha assalito il ricordo di una sera d’agosto di due anni fa, quando io e mio padre chiacchieravamo del più e del meno, aspettando che la cena fosse pronta. Eravamo seduti in una terrazza, sotto una meravigliosa stellata, con l’odore di mare nell’aria, e parlavamo di eutanasia, così, in generale, sgranocchiando due grissini, e spulciando un tocco di formaggio – a casa mia, non servono eventi speciali per parlare di morte: è un po’ come il tempo per altre famiglie, un buon argomento di conversazione. Lui, ad un certo punto abbassa la voce e mi dice: “Sai, vero, che conto su di te…”

“Per cosa?”

“I tuoi fratelli sono credenti, cristiani, addirittura cattolici. Tu, per fortuna, no. Me lo prometti? Mi prometti che posso contare su di te, quando ci sarà bisogno?”

Io nicchiavo.

“Me lo prometti?”

“Eh?” – e con la forchetta ho spostato un pezzettino di grana sul piatto, cercando la risposta.

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9 thoughts on “La domanda

  1. Gran racconto.
    Agrodolce, sofferenza e divertimento, come nei migliori film americani di un certo tempo, di una certa classe.

    Ho lavorato in un ospedale per un anno, e hai colto bene l’aspetto sit-com, ma pecoreccia.

    Come quell’effetto “vita dallo spioncino”.

    Bello, veramente.

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    1. Grazie! 😉
      Il pronto soccorso, l’ospedale, l’ufficio, il bar, il paese, sono tutti micromondi dove la gente si presenta in tutta la sua varietà di “tipi”. La differenza che ha il pronto soccorso, o l’ospedale, è il senso di inadeguatezza, o di sbilanciamento, che ciascuno prova. E da un punto di vista “privato”, personale, c’è anche il drammatico prendere atto che il corpo che ci contiene è una macchina fatta di un materiale che se te la presentassero a cena, saresti indeciso de vomitare o mangiartela (al riguardo, ci sono spunti interessanti in un bellissimo libro dal titolo “Alla ricerca del predatore alfa-Il mangiatore di uomini nelle giungle della storia e della mente” di David Quammen)

      A presto!

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  2. Un padre e’ felice del fatto che almeno uno dei suoi figli NON e’ cattolico cristiano o credente. E’ un fatto insolito, nella consuetudine italiana.

    Molto interessante questo personaggio!

    Molto intrigante la descrizione pabloziana della sala triage di un Pronto Soccorso, porto di mare di tante disperse umanita’ che si incrociano casulamente… anticamera della lotteria che distribuisce speranze o disperazioni secondo la gravita’ dei malanni riscontrati.

    La gerarchia dei Codici a Colore stabilisce una sorta di motivazione ottimistica all’attesa: i codici bianchi si autoconvincono che “meno male che io posso permettermi di aspettare” (o almeno questo e’ il buon proposito di questa organizzazione logistica, qualche volta sovvertita dall’impaziente isterico di turno).

    E’ vero, molti operatori danno del TU al paziente di colore: una sorta di implicita convinzione di superiorita’ non confessata ma esteriorizzata nei fatti. L’ho notato anch’io, in molte occasioni in cui mi sono trovato in quei luoghi.

    Nella mia esperienza personale recente potrei raccontare di come, col mio codice color “scuro” arrivo e passo davanti a tutti, davanti ai numerosi malati in attesa di essere guardati. Busso, e dopo qualche secondo si apre la porta scorrevole, spingo dentro la barella e a bassa voce riferisco all’infermiere la situazione. L’intonazione della voce e’ molto diversa (piu’ sommessa e tranquilla, anche sui casi gravi) da quella che nei telefilm E.R. irrompe all’improvviso declamando con enfasi “Maschio, bianco, 56 anni, cardiopatico, infarto, pressione 90 su 60, tachicardico, polso flebile filiforme solo carotideo e non radiale, saturazione a 94, somministrato O-due, due carvasin presi dal paziente prima del nostro arrivo!!!” ecc. ecc………
    Qualche volta anche la barella deve attendere fuori dalla porta scorrevole, causa affollamento del Pronto, e allora si sta qualche minuto “li fuori”, in quell’anticamera dove il mondo dei sani si affaccia al mondo dei malati e dei sanitari… quella sala triage dove tutti aspettano di entrare o ricevere notizie per un loro parente gia’ entrato.

    E’ la sofferenza, e’ il dolore, la preoccupazione principale, piu’ che la morte… in quanto una morte spetta di diritto a tutti (una e una sola, anche per i miliardari), …il problema e’ COME e QUANDO.
    Noi su queste cose importanti vorremmo sapere tutto e subito, …invece no: non e’ cosi’ che funziona.
    La RISPOSTA , ahime’, non c’e’….

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    1. Grazie, Michele, di essere passato: mi fai sentire un po’ più a casa mia. 😉

      Sul codice bianco, ho il sospetto che nella maggior parte dei casi venga percepito come se il proprio dolore fosse preso sotto gamba – a nessuno piace sentirsi dire che il male che sente non è urgente, e può essere risolto anche tra qualche ora. Il codice rosso, invece, garantisce la soluzione immediata del caso – e credo che molto spesso, come nel caso di dolori al braccio o al petto, ci sia soprattutto tanta paura.

      A presto, caro Mik!

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  3. bello, triste come questa sera, tutte le sere priam della partenza sono tristi, perche’?

    tuo padre e’ proprio in gamba. siete una bella coppia ad immaginarvi parlare.

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