Orfana di mia figlia – Morena Fanti

Uno degli aspetti che caratterizza la civiltà occidentale dal 1950 in poi è la sostanziale rimozione della morte come esperienza reale, e la sublimazione attraverso la rappresentazione dei suoi aspetti più spettacolari. La morte è diventata qualcosa di simile agli orchi delle favole: esiste, certo, ma solo nel mondo della fantasia, e viene usata consapevolmente come elemento per conferire drammaticità ad una storia. Nella vita di tutti i giorni, invece, si ha la sensazione che, mediamente, non si muoia mai; e che, in ogni caso, sono sempre gli altri, a morire, in altri posti, e in situazioni che non ci sfiorano neppure, e generalmente per un buon motivo.

Così, quando la morte entra in casa nostra, all’improvviso, e porta via una persona che amiamo – una persona innocente che avevamo messa al mondo, accudita, vaccinata, istruita, protetta, educata, una creatura con la quale avevamo condiviso l’esperienza più profonda della nostra vita – ci troviamo privi di qualsiasi mezzo per affrontare il dolore che ne deriva: per elaborarlo, per accettarlo e per superarlo.

Il libro “Orfana di mia figlia”, scritto da Morena Fanti e pubblicato nella collana “Il senso della vita” della casa editrice “Il pozzo di Giacobbe”, racconta un anno di vita di una madre che improvvisamente perde la propria figlia; la racconta con una prima persona partecipe, presente, sincera, attraverso un diario che, giorno dopo giorno, traccia le tappe di un cammino di salvezza.

Orfana di mia figlia - Morena Fanti
Orfana di mia figlia - Morena Fanti

Nel libro, che si basa su fatti realmente accaduti, la morte arriva attraverso un incidente stradale, uno di quelli di cui leggiamo ogni giorno un trafiletto sul giornale locale della nostra città. La mattina ci si sveglia insieme, ci si saluta, e poi la sera niente è più come prima. Niente sarà come prima. Dopo un mese dall’incidente, l’autrice decide di tenere un diario che l’accompagnerà per un anno esatto; e proprio nell’incipit, nella prima pagina, viene enunciato, seppure in modo ancora velato, il senso di questa scrittura:

5 novembre 2001

I calendari di casa mostrano ancora la pagina di settembre. Sul tavolo del soggiorno si sono ammucchiati i telegrammi, insieme alla polvere della desolazione, e io non so da che parte iniziare a fare ordine.

Cosa ne è stato del mese di ottobre? Mi è scivolato tra le dita, senza che io lo abbia notato.

Ecco la prima presa di coscienza: il dolore ci priva del tempo. Il diario, dunque, è la risposta a questa aggressione; e scrivere diventerà un mezzo per cercare di resistere. La registrazione è meticolosa, attenta ad ogni aspetto; ed è coraggiosa, perché affronta non solo il dolore, ma anche la domanda che inevitabilmente pone un lutto così straziante: come si può accettare di continuare a vivere? In altre parole: è giusto ritrovare la voglia di vivere?

Il cammino è lungo e doloroso, e passa attraverso prove durissime. Il 16 novembre la figlia, Federica, avrebbe dovuto laurearsi (tutti i giorni prima della sua morte sono caratterizzati dai preparativi per la tesi, le stampe, la correzione delle bozze, che vedono madre e figlia unite da un legame complice e sereno); nel tentativo di dare una conclusione a questo sforzo, la madre chiede ed ottiene che sia conferito a Federica un Attestato di Benemerenza Post Mortem. La cerimonia, voluta fino in fondo, si rivela straziante – ed è questo, forse, il momento più duro di tutto il libro:

16 novembre 2001

Questo doveva essere il giorno della sua laurea. E’ stato, invece, il giorno in cui ci siamo recati all’Università per il conferimento dell’Attestato di Benemerenza Post Mortem.

Un’esperienza sconvolgente, ancora peggiore del giorno del funerale. Il funerale è atteso e riconosciuto come un evento triste e drammatico. Ci si prepara, quindi, da prima, a viverlo come tale. Si cerca di affrontarlo come tale. [..]

Il giorno che avrebbe dovuto essere il coronamento di tanti anni di sacrificio e d’impegno, e che avrebbe dovuto vedere tutti noi in festa per la fine del lavoro di Federica e l’inizio della sua nuova vita, ci ha colto, invece, impreparati a questa angoscia e ci ha sbattuto un’altra volta di fronte alla realtà. Federica non è più qui a festeggiare questa ricorrenza. [..]

Quando siamo arrivati in facoltà e ho visto tutti i gruppi di parenti e amici, pronti a festeggiare i neolaureati, mi è venuto un groppo alla gola. Poi hanno chiamato “la mamma di Federica” e le lacrime hanno iniziato a spingere sulle palpebre. Quando siamo entrati e la commissione mi ha invitato ad ascoltare le parole del conferimento ero già tanto sconvolta da tremare. Alla fine, quando ho stretto la mano di tutti i componenti della commissione e la relatrice di Federica mi ha assicurato che avremmo ricevuto a casa l’attestato, singhiozzavo tanto forte da esserne disperata.

Siamo poi usciti dalla sala e il fotografo si è avvicinato per chiedermi se m’interessava avere le foto. Ero tanto sconvolta che non gli ho risposto maleducatamente, anche se avrei voluto, ma ho formulato sottovoce un semplice “No, grazie”.

Come nel libro “L’anno del pensiero magico”, di Joan Didion, anche qui, in “Orfana di mia figlia”, le date assumono un ruolo centrale nell’elaborazione del dolore: ogni giorno ne richiama uno trascorso, con tutto il suo carico di ricordi struggenti. Il proprio compleanno, quello di Federica, il Natale, il primo pranzo a casa del fidanzato, i due mesi dalla morte di Federica, i tre mesi dall’attacco alle Torri Gemelle (l’autrice ricorda la reazione di sua figlia a quella strage), la festa della Mamma (quando constata che nessuno la chiamerà più mamma: ora, è orfana di sua figlia), il giorno in cui gli storni iniziano a fare il nido: ogni data diventa l’occasione per ricordare, quindi elaborare, e infine accettare, che esiste un passato immutabile, pieno di Federica, un futuro che non la conterrà affatto, e un presente che è una sorta di ponte lungo un anno tra la vita che c’è stata e quella che sarà.

Il libro è percorso da tanti temi che emergono, spariscono, poi riaffiorano sempre più consapevolmente, intersecandosi l’uno con l’altro; uno di questi gira attorno ad una domanda: esiste una responsabilità della madre per la morte della figlia?

27 febbraio 2001

Penso spesso a quegli ultimi giorni e il mio ricordo di quella mattina è vivido come se rivedessi un film già visto troppe volte.

Stavo per uscire, quando mi sono ricordata di alcune fotocopie che dovevano essere consegnate in copisteria per aggiungerle alla tesi.

Ho chiamato Federica, che era al piano di sopra, per assicurarle che le avrei portate io, perché dovevo andare dal parrucchiere che si trovava nella stessa via. Lei è scesa e si è seduta sul quarto gradino per darmi le ultime istruzioni. Era molto bella, felice di essere ormai arrivata vicino al traguardo della laurea. [..] Felice di vivere!

Verso mezzogiorno le ho telefonato per dirle della copisteria: il giovedì mattina saremmo dovute andare insieme per controllare tutto prima della stampa definitiva. Due ore dopo mi ha chiamato lei, per un consigio sull’abbigliamento. Abbiamo riso e poi mi ha salutato dicendo:

Ci vediamo stasera”.

Non ho avuto nessun presentimento, nessuna angoscia. Come è possibile?

Ho lasciato andare verso una cosa così orrenda la persona che più avrei dovuto proteggere al mondo. Come ho potuto non sentirlo? Perché non sono stata capace di proteggerla? Come ho potuto permettere che accadesse? Se avessi lasciato a casa l’auto forse non sarebbe successo, ma non ci ho pensato perché Federica non guidava volentieri. [..]

Ho anche pensato che se non avessimo comprato la casa, forse non sarebbe successo.

Un altro tema che viene abbozzato all’inizio, e che poi diventa sempre più nitido ed importante, è quello della consapevolezza che il diario potrebbe diventare uno strumento in grado di aiutare chi dovesse trovarsi in una situazione simile; tema che spesso viene messo in relazione agli scopi della scrittura.

12 marzo 2002

[..]

Per me è molto importante questo progetto e lo porterò avanti fino alla fine. Scriverò fino al cinque novembre, la data che ho stabilito all’inizio. Forse non riuscirò a pubblicarlo e farne un libro vero. Se così fosse, a chi lo farò leggere, allora? Non lo so, non ha importanza. Intanto continuo con la scrittura perché non posso farne a meno.

Scrivere mi aiuta a conoscere meglio quello che provo e, forse, ad esorcizzarlo e a farlo diventare meno angosciante. Scrivere, però, è anche molto faticoso, e mi procura molte lacrime, ma so che quelle ci sarebbero lo stesso. Non è la scrittura che fa piangere.

E poi c’è la salvezza. L’autrice ha chiaro fin dall’inizio che la vita deve andare avanti: tutto è perduto, tranne il rispetto di se stessi. A questo rispetto, la madre si aggrappa con tutte le forze: in novembre decide di andare dal parrucchiere perché non si sente in ordine; in marzo afferma chiaramente che esce allo scoperto quel “rispetto di noi” che dovrebbe essere alla base di ogni nostro comportamento, e che è il mantenimento della nostra forza e della voglia di essere sempre ben presenti a noi stessi. [..] Quando mi guardo allo specchio, voglio prima di tutto ritrovarmi: solo se io crederò di esserci, gli altri potranno vedermi.

Ma il momento più intenso, più straziante, e forse più bello, di un libro che in moltissimi punti commuove fino alle lacrime – lacrime vere, dolorose –, è il giorno in cui, passati sei mesi dalla morte di Federica, l’autrice decide di affrontare un ricordo che è il nocciolo del suo rapporto con Federica. Il 30 settembre, due giorni prima della tragedia, la famiglia vive una domenica come tutte le altre: chiacchierate, tv, cena, tutto in un’atmosfera di buon umore condiviso. Poi:

2 aprile 2002

[..]

Quando siamo andate a dormire, Federica, che mi aveva già augurato la buona notte almeno tre volte, ha salito le scale con me. Quando siamo arrivate al piano di sopra, prima di dividerci per andare nelle rispettive camere, lei mi ha abbracciato e mi ha ringraziato per la buonissima cena e per aver invitato Giovanni [il fidanzato di Federica]. Poi mi ha chiesto: “Mamma, sono ancora la luce dei tuoi occhi?”.

Questo era un vecchio gioco tra noi. Tanti anni fa, all’ennesima sua domanda: “Mamma, mi vuoi bene?”, io risposi dicendo: “Se ti voglio bene? Ma tu sei la luce dei miei occhi!”. [..]

Quella sera [due giorni prima della tragedia], alla sua domanda, l’ho abbracciata e le ho detto: “Certo! E lo sarai per sempre!”.

[..]

L’unico motivo che mi fa resistere in questo inferno è la consapevolezza di aver amato mia figlia, e di aver fatto tutto quello che io credevo fosse necessario per renderla una persona adulta, autonoma, felice e in grado di affrontare la sua vita [.]. Sapere, inoltre, d’averla sempre circondata di quello che per lei era necessario, cioè Amore, di non averlo mai risparmiato o evitato per tutte le piccole scuse che usiamo di solito, mi aiuta ad andare avanti.

[..]

Quanto sono contenta di averlo detto e di avere avuto tante occasioni per fare sentire a mia figlia tutto l’amore di cui era circondata!

Da qui in poi, nonostante il dolore continui a riemergere, nei modi e nelle occasioni più inaspettate, c’è la chiara convinzione che tutto quello che poteva e doveva essere fatto, è stato fatto. Il passato ha trovato il modo di chiudersi, di risolversi, di completarsi, senza lasciare nodi insoluti, domande irrisolte, richieste inattese. Federica è morta, e Federica c’è ancora. La vita è finita, e la vita va avanti. Così il libro, che parte dall’evento più doloroso che si possa immaginare – la morte di un figlio – diventa un profondo, accorato, sincero, potente, inno alla vita.

Lettura
Lettura di "Orfana di mia figlia" - Morena Fanti
Annunci

3 thoughts on “Orfana di mia figlia – Morena Fanti

  1. Grazie Paolo. Non riesco a commentare degnamente questa tua accurata lettura e questo tuo aprire i pensieri e condividerli con noi, quindi commenterò indegnamente.
    Mi perdonerai, spero.

    Tra le mie pagine hai scelto un percorso di giorni e di sentimenti, e per farlo hai unito le tue emozioni e i tuoi pensieri a ciò che io ho scritto. Chi legge questo libro troverà in esso un suo percorso speciale, sarà colpito da frasi ed eventi che ad un altro potrebbero risultare meno incisivi. Me ne accorgo leggendo le varie recensioni che il libro ha avuto. Tu hai colto dei punti nodali, dei punti molto importanti, come quel chiedersi se si potrà ancora essere ‘felici’. Quel chiedersi se è ‘giusto’ ritrovare la voglia di vivere che a molti preoccupa; una delle domande che angosciano di più e alla quale molti non riescono a dare risposta positiva.
    E il momento di quella sera. Uno dei momenti più cari che ho e che ho faticato a scrivere (tutto il libro mi ha fatto faticare ma alcune pagine di più) ma che non potevo fare a meno di scrivere.

    Una bella lettura, la tua. Mi sono commossa molte volte mentre leggevo.
    Grazie.

    Mi piace

  2. E’ bello il libro (bello e utile, utile nel senso più ampio, per chi ha subìto un lutto), bella la recensione, bello il commento che ha lasciato Morena. E anch’io non ho potuto fare a meno di commuovermi. Morena è una delle donne (anzi, posso dire che è in cima alla lista) più coraggiose e positive che conosco personalmente.

    Milvia

    Mi piace

Se vuoi dire la tua...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...