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Segni, parole, significato.

Tutta colpa di Tondelli – Nicola Pezzoli

Anni fa mio padre mi raccontava che un professore universitario, un suo collega, si vantò con lui di essere riuscito a far salire in cattedra un emerito coglione: di metterne uno bravo, aggiunse con una risata, sono capaci tutti.

La sindrome da sproporzione di potere si esprime in mille ambiti diversi, ma nasce sempre dalle medesime strutture: pochissimi detengono un potere che può essere esercitato senza alcun controllo; moltissimi aspirano ad un riconoscimento che assume una rilevanza non solo, o non tanto, economica, quanto sociale o legata al prestigio. Esempi classici di questo contesto sono il cinema, la televisione e l’editoria.

Chi detiene questo potere lo può esercitare in modo sobrio, controllato, onesto e integerrimo; oppure può lasciarsi andare a ogni genere di nefando sopruso. La diceria secondo la quale molte attrici famose hanno fatto carriera infilandosi nei letti giusti è una vox populi che difficilmente può essere smentita. Questa considerazione, tuttavia, non dice due cose altrettanto vere: che molte attrici sconosciute si sono infilate nei letti giusti, senza riuscire ad ottenere nulla in cambio, e che spesso la richiesta è fatta in modo più o meno esplicito dal proprietario di quel letto.

E’ molto probabile che nell’editoria il connubio “potere illimitato detenuto da pochi/aspirazioni illimitate da parte di molti” si concretizzi con modalità profondamente diverse rispetto al cinema: ci sono molto meno soldi, ad esempio, e c’è molta più cultura, forse è meno rilevante l’aspetto carnale, e in più serve sempre un po’ di talento per poter pubblicare qualcosa – cosa non sempre necessaria per emergere nel mondo dello spettacolo. Per farsi una vaga idea di quanto grande sia la sproporzione tra il potere degli editor e delle case editrici, e l’aspirazione, spesso ottusa, farcita di luoghi comuni e miti occidentali, di coloro che vogliono (verbo troppo blando: desiderano, bramano, anelano) pubblicare un libro, sarebbe sufficiente andare sul blog di qualche editor, o sulla pagina di Facebook di una casa editrice: si leggerebbero da un lato adulazioni gratuite e incondizionate, e patetici ammiccamenti, dall’altro un sostanziale compiacimento, mescolato ad un fastidio un po’ supponente e molto patrizio. Se quindi ci venisse data l’occasione di leggere cosa succede veramente nel mondo dei libri, se il racconto che ne parla fosse in prima persona e descrivesse, con nomi e cognomi, le disgrazie realmente vissute da uno dei tantissimi aspiranti scrittori (che, è bene ricordarlo, inviano alle case editrici trecentomila dattiloscritti all’anno), e se poi la storia fosse messa giù con una mano sicura e dotata di talento, e ci fossero suspense, e risate, e riflessioni amare, come sarebbe possibile resistere alla lettura di una simile confessione?

Il libro “Tutta colpa di Tondelli”, di Nicola Pezzoli, parla di tutto questo. Un ragazzotto, poco più che ventenne, agli inizi degli anni novanta desidera pubblicare un romanzo appena scritto; dopo essere stato contattato dalla solita casa editrice a pagamento, per un attimo entra nel grande giro, arrivando persino a parlare, faccia a faccia, con Formenton e la mitica Laura Lepri. Poi, per motivi pseudo-politici (Pezzoli viene giudicato non abbastanza di sinistra: questo è quanto dice l’autore), l’occasione sfuma. Poco dopo, però, viene contattato dalla piccola ma intraprendente Transeuropa, diretta da Massimo Canalini, che lo prenderà sotto la propria ala protettrice. E proprio Massimo Canalini diventa, di fatto, il personaggio principale di questo romanzo: un uomo che, secondo la descrizione feroce e un po’ rancorosa di Pezzoli, non è altro che un megalomane senza talento, uno schiavista senza scrupoli, un editore sostanzialmente ignorante e un po’ furbetto, soprannominato l’Ayatollah per motivi che non è difficile ricavare dal contesto complessivo.

Per chi non conoscesse la Transeuropa, credo sia sufficiente fornire due dati: è stata la prima a pubblicare Tondelli (e la sua raccolta di autori under 25), ed è la casa editrice che ha dato alle stampe il celeberrimo Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. La vaga somiglianza, fisica e in termini di scrittura, tra Tondelli e Pezzoli è, in buona sostanza, il motivo per il quale la Transeuropa gli dimostra un vivissimo interesse – interesse che comporta frequenti viaggi non spesati di Pezzoli ad Ancona, sede della casa editrice, contributi di Pezzoli all’editing (o alla scrittura) di pezzi di altri autori della scuderia (in “Tutta colpa di Tondelli”, non manca i nomi e i cognomi in chiaro: Silvia Ballestra, Silvia Magi, Giuseppe Casa, Romolo Bugaro, Andrea Demarchi, Omar Cerchierini, Giulio Milani – ora stabile collaboratore della casa editrice Transeuropa: è lui che ha scelto di pubblicare l’ultimo di Giulio Mozzi sul caso Englaro), e notti estenuanti con Canalini che, parola per parola, detta al povero aspirante scrittore il suo libro: suo di Pezzoli, non di Canalini.

E sono queste storie quasi fantozziane che rendono il romanzo (perché di romanzo, si tratta) un piccolo capolavoro di ironia e dolore, lucido e spietato nell’analisi dei rapporti di forza tra editor/editori e scrittori, pieno di un umorismo dolente e nero: Canalini ubriaco, o addormentato ma con un occhio aperto, che costringe le sue cavie a leggere testi tedeschi in lingua originale, le vessazioni capricciose che il potente impone, senza alcun ritegno, all’ingenuo Pezzoli, come il mangiare quello che dice lui, il vestirsi come dice lui, il cambiare cognome in Ferrari come dice lui, la meticolosa ricostruzione dei viaggi su e giù per l’Italia – viaggi pieni di speranza e di disperazione, in una proporzione che, con il passare degli anni (l’ostinazione e l’ingenuità dell’aspirante scrittore sono all’altezza del delirio di onnipotenza dell’editore) sarà via via decrescente –; gli incontri con gli altri scrittori, nell’appartamento di Canalini o nel terrificante Hotel Viados, le continue promesse mai mantenute, i silenzi che durano mesi, gli improvvisi ritorni di fiamma… Un calvario dove la vittima continua a porgere la propria gola al carnefice che lo ha scelto, nella vana speranza di riuscire, prima o poi, a vedere in una libreria un libro con il suo nome sopra.

Durante la lettura è impossibile non domandarsi: sarà tutto vero? Il sospetto che si tratti di una vendetta piena di risentimento e voglia di far male c’è, e serpeggia soprattutto nelle prime pagine, dove ci si trova di fronte alla classica storia sperimentata, sulla propria pelle, da tutti quelli che hanno provato almeno una volta a pubblicare qualcosa. Ma credo che esista un criterio per giudicare la sincerità dell’autore (aspetto generalmente irrilevante, in letteratura, ma che qui invece conta, se non altro da un punto di vista legale), e questo consista nel misurare i danni che questo libro è in grado di arrecare non tanto al mondo dell’editoria, che immagino assolutamente impermeabile agli attacchi sconsiderati di uno sconosciuto, quanto a chi l’ha scritto: la mia impressione è che l’autore sia davvero onesto per il semplice fatto che egli morsica senza alcuna remora, ritegno o calcolo, la mano che in teoria dovrebbe dargli da mangiare. Perché Pezzoli non scrive a tempo perso, non è un autore della domenica che tiene il romanzo della sua vita nel cassetto, e al quale continua ad aggiungere un paragrafo alla settimana, no: Pezzoli, secondo il racconto che fa di se stesso, ha sostanzialmente rinunciato a prendere in seria considerazione qualsiasi altro lavoro o strada che non sia quella di una possibile carriera di scrittore (tanto che suo padre gli rivolge spesso l’esortazione: “Trovati un lavoro, scrittore del cazzo!”).

Allora questo feroce atto di accusa, che pur puntando il dito contro persone ben precise, ha sicuramente un portato molto più ampio e generale, rappresenta un atto di estremo coraggio, paragonabile al rizzarsi in piedi del servo sbeffeggiato, deriso e illuso, o al NO del prigioniero che, dopo anni di tormenti, si rifiuta di continuare a collaborare con i suoi aguzzini e accetta di pagare fino in fondo le conseguenze della propria ribellione. Certo, ci sarebbe da chiedersi come mai solo lui, tra tutte gli aspiranti scrittori passati per l’appartamento di Canalini, non è riuscito a fare il grande salto (anche se nel finale, si parla di un rifiuto di Pezzoli ad una proposta della Transeuropa arrivata oltre il tempo limite): era l’unico puro e duro? E’ mancato un po’ di sano cinismo? Non si è abbassato abbastanza? Si è abbassato troppo? Non aveva talento? Ma poco importa: è bello pensare che proprio il doloroso, umiliante, per certi versi drammatico, passaggio attraverso gli aspetti meno nobili del mestiere di scrittore abbia, paradossalmente, permesso a Pezzoli di tirare fuori quella storia che inseguiva da sempre, e che probabilmente è diventata la sua opera migliore: la prima (e spero non l’ultima) ad essere pubblicata.

Tutta colpa di Tondelli

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

7 commenti su “Tutta colpa di Tondelli – Nicola Pezzoli

  1. Peppermind
    10/11/2009

    Interessante, pare proprio… e un po’ suicidiario, ma vabbe’.

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  2. morenafanti
    13/11/2009

    interessante ma anche angosciante.
    forse è romanzato. ma potrebbe anche esserlo al’incontrario. e chissà cos’altro c’è.

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  3. api
    28/11/2009

    non smetto di meravigliarmi ma non riesco più a stupirmi…

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  4. darter
    08/12/2010

    ho appena finito di leggelro ed è fantastico come libro,magari poco letterario,manc ail momento prosaico ,ma ci si scompiscia dalle risate..anche amare,ma si ride davvero

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  5. nico
    12/07/2011

    Tutta colpa di Tondelli non è solo un libro, è un qualcosa di più, che ti prende in toto per restare per sempre impresso nella tua testa. Sai, come quelle canzoni di Bennato, di Bertoli, Lolli, Guccini, De Andrè, eccetera, alle quali pensi ogniqualvolta ti capita una situazione riportata in esse…ecco, il libro di Nick fa lo stesso effetto! Complimenti per la recensione, ciao

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  6. ranocchia
    10/06/2013

    Nicola Pezzoli quando ha incontrato quel truffatore di Canalini non era un ragazzino, ma un uomo di 30 e passa anni, allora, dopo i primi mesi, quando ha capito come giravano le cose, perché non se ne è andato? Canalini è uno che riscrive i testi altrui, è vero, lo ha fatto con Brizzi, con Ballestra, di recente con una ragazzina uscita per Mondadori, ma detto questo, qual è il problema di Pezzoli? Cioè se Canalini riscriveva il libro anche a lui, tutto bene? Tutto male invece perché non l’ha fatto? Altrimenti se Pezzoli pubblicava da Rizzoli con un libro riscritto da un altro era soddisfatto? Nessun moralismo in quel caso? Faceva finta che era tutta farina del suo sacco, come da anni fa Brizzi? Se a Canalini come gli auguro venisse un colpo, parecchi gggiovani (e meno) scrittori italiani non scriverebbero più una riga.

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    • Paolo Zardi
      10/06/2013

      La risposta a queste domande la può dare solo Pezzoli, ma provo a fare due banali considerazioni.
      Innanzitutto, “Tutta colpa di Tondelli” non attacca solo Canalini ma anche, e soprattutto, Pezzoli stesso, che da questa storia ne esce con le ossa rotte. Non ci sono buoni e cattivi, in questo libro, ma furbi e fessi, gente scafata e gente alle prime armi. Nel libro, Pezzoli è un ingenuo che continua a credere che le cose andranno per il verso giusto.
      Seconda cosa: il rapporto tra editori e autori non è simmetrico. Chi scrive, specialmente quando è agli inizi, e ancora di più se ritiene di avere un certo talento, è disposto a tutto, pur di pubblicare; ma soprattutto non è in grado di giudicare cosa è normale e cosa no, cosa è lecito e cosa no: non ha i mezzi per valutare una persona come Canalini, il quale, grazie a un indubbio carisma, e a un’innegabile capacità di costruire libri, può diventare un punto di riferimento per chi ha poca esperienza…. Canalini era in buona fede? Può essere, non lo so; sicuramente, Pezzoli lo era, e alla fine si è schiantato contro un muro – più lui che Canalini.
      A questo punto, però, sarebbe bello conoscere anche il parere di Canalini…

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Questa voce è stata pubblicata il 02/11/2009 da in Editoria, Letteratura, Recensioni con tag , , , .

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