Le vie dei canti

Ad un certo punto della mia vita, ho sentito il bisogno di partire. C’erano mille motivi per farlo – ambizioni lavorative, situazioni personali che richiedevano una svolta, curiosità – ma anche mille dubbi. Poi, sono arrivati due libri a cambiarmi la vita.

Domenica scorsa ho sistemato la libreria di casa nostra – una piccola impresa che andrebbe raccontata, perché si finisce per ripercorrere la propria vita; e come accade per le canzoni, ogni periodo può essere associato ad un libro, o ad un autore; ci sono addirittura periodi che un libro, con la forza delle sue parole, ha forgiato, nella forma e nella sostanza.

“Due di due”, di Andrea De Carlo, non è un capolavoro, ma è arrivato in un momento in cui io avevo bisogno di sentirmi raccontare esattamente quella storia – ho visto un’adolescenza che mi ero negato da solo, per troppa serietà, e ho sentito il desiderio di coglierla, anche se in ritardo, almeno per un attimo.

“Le vie dei canti” di Bruce Chatwin, invece, può essere considerato un capolavoro – sui generis, tra l’altro, perché non è né un romanzo né un saggio, o forse è tutte e due le cose insieme, e qualcosa in più.
Chatwin ha avuto il merito di formalizzare una sorta di teoria del viaggiatore che, sebbene in certi punti lasci intravedere una traccia di retorica, e certe semplificazioni antropologiche, possiede un’incredibile forza suggestiva: viaggiare, ci racconta, è uno dei bisogni elementari, primari dell’uomo.
Chatwin posiziona la nascita dell’uomo contemporaneo nella savana: una creatura nomade, che per vivere si sposta in continuazione alla ricerca di cibo. Da questo movimento, sempre secondo Chatwin, nasce il linguaggio. Le vie dei canti sono proprio questo: percorsi che attraversano l’Australia, e che gli aborigeni australiani hanno descritto tramite lunghissime poesie, da recitare in cammino come mappe stradali capaci di indicare la direzione da prendere (quando Chatwin ripercorre, in macchina, una di queste vie, il vecchio aborigeno che è con lui è costretto a cantare velocissimo per mantenere l’allineamento tra le parole e il panorama che scorre fuori dai finestrini).

Ricordo con precisione il momento in cui ho deciso di lasciare Padova: ero in treno e stavo andando a Bologna a trovare un amico. Con me, avevo “Due di due”. Fuori, la pianura padana era immersa nel buio – si intravedevano prospettive di campi, e casette come puntini di luce. Verso la nuova vita mi ha spinto la percezione che quel movimento era pieno di una felicità istintiva.
E ricordo con precisione il momento in cui ho capito che la mia scelta di partire mi avrebbe salvato la vita: era un lunedì di Pasquetta, di mattina, mentre in treno raggiungevo lo stesso amico di Bologna, che questa volta mi aspettava in un paesino sopra Belluno. Proprio mentre le montagne iniziavano ad avvicinarsi, abbagliate da un sole nitidissimo, su “Le vie dei canti” leggevo che il linguaggio è stato inventato dai bambini portati sulla schiena della mamma, in mezzo ala savana: con le mani libere, i cuccioli degli uomini indicavano ogni oggetto, e ad ogni oggetto davano un nome, come Adamo nel paradiso terrestre.

Ma partire da Padova per Milano, in realtà, non ha cambiato di molto la mia vita: un semplice spostamento del centro di gravità della mia vita sedentaria. La vera rivoluzione l’ha portata il lavoro.

Quando studiavo ingegneria, immaginavo il mio futuro in qualche centro di elaborazione dati di una banca, o in un ufficio ipertecnologico in un’azienda del nord est. Non avevo messo in conto, invece, che sarei diventato una sorta di super consulente, chiamato in giro per l’Italia a spiegare tecnologie, a risolvere problemi irrisolvibili, a dare supporto nelle decisioni aziendali. E se da un lato, questi spostamenti forzati mi tolgono, periodicamente, dal calore della mia famiglia, dall’altro mi hanno permesso, con una dolce costrizione, di vivere sulla mia pelle il fascino magico di un nomadismo, per quanto addomesticato.

Tutto quello che scrivo nasce durante i miei viaggi. Guardare fuori dal finestrino – della macchina, del treno, di un aereo – mette in moto il pensiero; e scuote il cuore nelle sue fondamenta. Ci sono tramonti, albe, nevicate inaspettate, discese notturne da passi alpini, intrufolamenti quasi furtivi nei centri storici delle città, paesaggi che si rivelano all’improvviso dietro ad una curva, come una vertigine, orizzonti blu di mare, orizzonti lividi di temporali che si annunciano da lontano, straordinarie costruzioni di nuvole (dove il bianco è usato in tutte le sue possibili gradazioni), e ancora tramonti, tramonti su laghi, tramonti su città viste dalle finestre di un albergo in cima ad una collina, e viali semideserti dove coppie appena innamorate si sussurrano i primi esperimenti di dolcezza proprio sotto la terrazzina della mia camera, luci lontane che si frangono sulle gocce che rigano il vetro dello scompartimento. E ci sono moti dell’animo che risuonano con quel mondo che sta fuori, in un modo che va al di là di una comprensione basata sulla ragione: ho il sospetto che il passaggio da homo faber a homo sapiens sia avvenuto quando si è colta, per la prima volta, la naturale poesia del cambiamento.

Ad un certo punto, ho avuto paura che in qualche modo avrei potuto perdere quella magia. E’ per questo che mi è venuto il desiderio di conservare qualcosa di quello che vedevo. Per un inverno, una primavera ed un’estate, mi sono portato dietro una telecamera; e quando ho potuto, ho puntato l’obiettivo fuori dal finestrino.
A volte, ho sfruttato la paziente collaborazione di qualche collega, che ho costretto a guidare la mia Golf Cabrio o la Picasso mentre cercavo di fissare la sensazione esatta che provavo nel vedere covoni di fieno che si allontanavano, oppure il profilo di una madre che apparecchia la cena in una casa che affaccia la luce delle proprie finestre verso i binari del treno, o la fuga delle stradine secondarie che si perdono ai lati delle strade principali. Era il 2005.
Nel 2006, ho messo insieme poco più di tre minuti di immagini, tirandole fuori da ore di riprese.

Un amico li ha messi su youtube. Il video è questo:

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