Grafemi

Segni, parole, significato.

L’arte inganna

Le foglie, a Padova, non sono mai state così gialle: lo notavo oggi, andando a fare benzina. Non so da cosa possa dipendere; forse, tiro ad indovinare, dal modo con il quale si è arrivati a questo 21 novembre 2009, cioè dalla particolare sequenza di piogge, siccità, sole, nebbia (tanta nebbia) che ha caratterizzato gli ultimi mesi. Di sicuro ha piovuto poco; o così, almeno, mi pare di ricordare. Di sicuro, nei 21 novembre degli altri anni, le foglie erano già cadute, e stavano marcendo sui bordi dei marciapiedi; oppure, ancora appese ai rami, presentavano una gamma molto più convenzionale, e autunnale, di marroni.

Non ho mai visto quadri in cui le foglie siano state rappresentate con l’esatta tonalità del giallo squillante che ho ammirato oggi, lungo la strada verso il distributore. Neppure nelle opere degli impressionisti, così attenti a cogliere i colori cangianti della natura. E se qualche pittore decidesse di mettersi con il suo cavalletto lungo i marciapiedi della mia città, non oserebbe riprodurre la realtà per quello che è: il risultato non sarebbe verosimile.

Eh sì, bel paradosso: ci sono casi in cui la realtà non è verosimile; succede con certe storie di cronaca nera, con i tramonti, con le nuvole, con gli amori. Con le foglie. A raccontarli per quello che sono, a disegnarli, a suonarli usando solo dettagli veri, si otterrebbe qualcosa di incredibile. Perché, per definizione l’arte inganna: con artifici (ah, quante cose svela l’etimologia…) di varia natura – le parole, i colori, le forme, le note – essa induce il suo fruitore ad espandere i limiti della propria credulità. E’ per questo che Platone riteneva che l’arte, a differenza della filosofia, fosse estremamente pericolosa per una società civile: perché induceva le persone al pianto o al riso per fatti che non erano mai accaduti, trasformando così gli ascoltatori in bambini ingenui, potenzialmente disposti a credere anche a ciò che non è buono e giusto.

L’inganno dell’arte arriva a livelli sublimi. Dalle persone di fede protestante, Bach è stato considerato, per almeno due secoli, il quinto apostolo: la sua famosissima “Passione secondo Matteo” (che ogni adulto occidentale dovrebbe ascoltare almeno una volta, come prerequisito per poter votare alle Elezioni Europee) veniva considerata come un vangelo; e tra i vangeli, come quello più suggestivo. Tutti erano convinti che Bach avesse tradotto in musica la sua personale, profondissima esperienza religiosa, e che l’elevatezza irraggiungibile (lo è anche per un ateo come me: il sentimento religioso non presuppone l’esistenza di Dio) del risultato ottenuto dipendesse, in modo diretto, dalla grandezza e dalla purezza di quell’ispirazione divina. E’ invece ormai condiviso il fatto che Bach scrisse la musica della Passione prima di decidere la destinazione che intendeva dargli (Bach era un musicista professionista, che componeva esclusivamente su commissione); i sentimenti, insomma, si suscitano con la tecnica: e non con il sentimento, come credono tutti gli ingenui del mondo.

In ambiti molto meno nobili, è risaputo che quando i comici si divertono, difficilmente gli spettatori ridono. E che non serve morire sul palco – morire davvero – per convincere il pubblico a versare qualche lacrima sincera. Mentre si girava il film “Il maratoneta”, Laurence Olivier, vedendo il suo collega Dustin Hoffman che correva per due chilometri per girare una scena in cui aveva il fiatone, gli chiese: “Ma non sarebbe sufficiente recitare?”. Gli attori impiegano anni per arrivare a gestire ogni aspetto del proprio corpo, del proprio viso, della propria voce, con un solo obiettivo: cioè recitare talmente bene, da sembrare veri. Ad Hollywood gira anche la battuta che Dustin Hoffman, prima di girare “Kramer contro Kramer”, storia dolorosa di una separazione, divorziò da sua moglie per applicare il famoso metodo dell’Actor’s Studio, che prevedeva una totale identificazione dell’attore con il personaggio: in realtà, Dustin Hoffman divorziò da sua moglie durante le riprese.

Il maratoneta

Scendendo ancora un po’ più giù, ci sono voci di cantanti che ci fanno emozionare fino al punto da indurci la famosa orripilazione, aka pelle d’oca (fenomeno trasmesso dai nostri pensieri ai muscoli dei peli attraverso il sistema simpatico: il che apre scenari incredibilmente stimolanti sul rapporto tra mente e corpo), e ci pare che questo effetto sia dovuto al gran cuore del cantante, capace di provare sentimenti con un’intensità tale da farli tracimare, e attraverso la proverbiale ugola, farli arrivare a noi intatti. Il caso di quella specie di idiot savant che è Amy Winehouse dimostra che le cose, probabilmente, non vanno affatto in questo modo: con i produttori si lavora per giorni sulla particolare raucedine da usare in un passaggio, fino a che questo diventa sinceramente toccante.

L’arte inganna; se non lo fa, allora perde tutta la sua potenza. Una fotografia diventa arte quando, rappresentando il giardino sotto casa, o il viso di una persona, il risultato sembra tutt’altro. Nei cartoni animati della Pixar, il realismo si ottiene anche riproducendo la rifrazione della lente della cinepresa – lente che non esiste da nessuna parte, se non nella nostra testa.

Per essere credibile, insomma, l’arte deve assomigliare all’arte. E il giallo inverosimile di questa mattina, credetemi, non si era mai visto in nessun quadro.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

14 commenti su “L’arte inganna

  1. Claudio dei Norma
    21/11/2009

    Suoni qualche strumento, Paolo?
    Se lo hai detto, non me ne ricordo e ti chiedo scusa.
    Pensi che un professionista della musica, con dei produttori coi controcoglioni e i migliori tecnici sulla piazza, riesca a toccarti dentro solo perché è un maestro della tecnica e sa come si fa ed è aiutato a far sì che le sue composizioni abbiano quel risultato? Mmmmh…
    Hai citato Bach. Io sono un musicista cane, né più né meno. Nel nostro mondo di simpatiche pippe, ognuno di noi sa come far funzionare un “apertura” spingendo sui minori e rallentando il tempo del pezzo, in particolare dimezzandolo rispetto a quello usato fino a quel momento. Usare gli archi durante il missaggio per avvalorare il ritornello o caricare una voce fiacca doppiandola coi fiati, uh, ve n’è di trucchi. Tecniche.
    La Passione Secondo Matteo è piena di paraculate ma se il signor Johann Sebastian non avesse avuto la sua particolare sensibilità, avremmo avuto un’opera splendida e freddina.
    Tecnica per tecnica, passando al cinema rimanendo in ambito Bachiano, Tarkowskij sfrutta Erbarme dich, mein Gott su Sacrificio. Un regista dalle capacità ineguagliabili, ma di una creatività superiore. Tarkowskij e Bach. Guarda la scena, ci sono anche i disegni di Leonardo. Non vorrai mica dire che apprezzi anche lui per la sua abilità? Arvo Part, di contro, mi tocca quanto Pupo. Almeno il pessimo Ghinazzi mi fa ridere.
    Jeff Buckley era Jeff Buckley perché senza tecniche eccelse e capacità compositive fuori dal normale, scriveva quei pezzi, e che pezzi. Pa’, lo conosci il suo disco Grace? Dagli un ascolto.
    Vogliamo parlare dei Portishead? Non sono mica dei geni, vero è che ci sanno fare ma togli la Gibbons all’insieme (e lei ha fondamentalmente una voce particolare, non è una cantante della madonna) e il risultato sarà, boh, un gruppo di caldarrostari che improvvisano in sala prove.
    Non tiro in ballo scrittori ma ti assicuro che a me ne piacciono tanti che non sono mostri, e alcuni non hanno nemmeno dato il culo alla scrittura creativa (dio…) e al mercato. Per quanto mi devastano.
    Vabbé, mò basta, guarda che sproloquio, mannaggia il papa.
    Scusa Paolo, tanto lo so che mi perdoni, ci tenevo a darti il punto di vista di un illuso. E spero di non essere stato pesante (oltre che logorroico e incasinato) ma con te mi piace parlare.
    A presto per la replica.
    Scusa…

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    • Paolo Zardi
      21/11/2009

      Scusa de che? Mi hai lasciato giù tanti di quegli spunti che mi pare un regalo! Vado in ordine sparso, e non sono sicuro di riuscire a dire tutto – magari ci torno più avanti.

      “Grace” lo conosco, e lo amo dal giorno in cui è uscito. I pezzi sono eccezionali e, a mio parere, cantati benissimo – però è come dici tu. La tecnica non è tutto. La tecnica non basta. E quello che si agita dentro è importante, certo. Ma io sono convinto – e qui magari sbaglio – che se uno scrittore, un muscista, un cantante tira fuori dallo “spettatore” un sentimento incredibilmente nitido, potente, vivido, be’, significa che questo “artista” (faccio fatica a trovare termini generici) ha gli stessi sentimenti di chi ascolta: non serve avere più di quello – non serve avere più di quello dal punto di vista dei sentimenti. Ovvio che i sentimenti (anche qui uso un termine generico: l’odio, l’amore, lo struggimento) servono. Ma penso sempre al buon Wolfgang Amadeus Mozart. La sua vita privata era di una piattezza desolante. Le sue lettere – vivaci, certo – sembrano scritte da un dodicenne che ha appena scoperto che dal buco della serratura del bagno si riesce a vedere qualcosa. Eppure, prendi cose come il concerto K466, scritto intorno ai trent’anni…

      Nella classifica delle cose più belle di tutti i tempi (in una classifica dove ci sono tramonti, l’orchidea, la via Lattea), il K466 sta nella top ten. Ma vediamo se riesco a centrare la questione: se ci piace è perché parla di cose che noi abbiamo dentro. Quello che voglio dire è che Mozart, Bach, Buckley, non avevano bisogno di avere una sensibilità fuori dal comune: ciò che serviva era una tecnica sovrumana al servizio dei loro umani sentimenti.
      Bach non ha scritto la Passione secondo Matteo pensando alla via crucis di Gesù, all’orto dei Getsemani, al flagello: ha scritto grande musica – una musica, lo ripeto, che riesce a cogliere benisimo sentimenti umani. Certo, è il sentimento, quello che ti arriva dentro: ma la “chiave” di accesso al cuore è sempre una tecnica. Il che, ovviamente, non significa virtuosismo.

      Voglio dire: io posso avere il cuore che trabocca di cose bellissime; se però voglio esprimerle, ad esempio, attraverso la pittura, non ci riuscirò mai.

      Che dici? Si capisce quello che intendevo dire?

      Per quanto riguarda gli strumenti, so suonare qualcosa (pianoforte, soprattutto), ma ad un livello poco sopra la decenza. Compongo qualcosa, che non arriva ad un buon livello non per mancanza di sentimenti, ma per poca tecnica… 😉

      Buona notte, caro Claudio!

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    • Paolo Zardi
      22/11/2009

      Aggiungo solo un’altra cosa. La mia idea è che non solo la tecnica sia fondamentale per trasmettere emozioni; penso anche che l’arte sia in qualche modo “codificata”, cioè passi attraverso un suo vocabolario di segni (mi verrebbe da dire “grafemi”…) sul quale deve per forza esistere un accordo tra artista e fruitore. Chi avrebbe compreso Picasso nel 1600? I personaggi dei libri rimandano molto di più a tutti i personaggi di tutta la letteratura di tutti i tempi, che al nostro vicino di casa… E quando nella nostra vita ci capita una situazione incredibilmente emozionante – amore, tragedie, ecc – ci capita di dire: ehi, mi sembra di essere in un film!

      Buona domenica, caro Claudio!

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  2. Claudio dei Norma
    21/11/2009

    Ho scritto il commento un pò a.c.d.c. ma fai finta di niente, su dai. E dai, su, dai!

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  3. api
    22/11/2009

    mi strappate un bel sorriso, paolo e claudio! e, credetemi, mi ci voleva proprio…ma la cosa, al mondo, che importa?!
    non entro nel merito del vostro conoscere musicale – gran parte dei musicisti da voi nominati non li conosco proprio – lo ammetto: sono una cozza!
    ma quel giallo delle foglie di stagione, come dire, mi gironzola dentro.

    arte, arteficio, inganno.
    sensi, pensiero, immaginazione.
    illusione, concretezza, sonorità.

    come vedi, paolo, il sorriso si pone domande, rimandi.
    per ora osservo un albero che ha piccolissime foglie sempreverdi, immutabili.
    con radici risucchiate dalla terra e i rami in volo.
    sta nell’inter-mezzo…l’eventuale semplice risposta?
    cerco, incerta, una briciola di equilibrio…
    lo ammetto, ingenua o ancora, sempre, illusa.

    perdonami la divagazione.
    un caro saluto, paolo!
    api

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    • Paolo Zardi
      22/11/2009

      Bellissima l’immagine delle foglie con le due “propaggini” – le radici per pescare l’acqua, i rami per arrivare al sole…

      Sensi, pensiero, immaginazione: è la caratteristica degli esseri umani. Esploriamo il mondo, poi lo pensiamo costruendo un catalogo di astrazioni, e quindi, muovendo questi “oggetti” mentali dentro alla nostra testa, ne immaginiamo uno nuovo. L’arte, a mio parere, usa il pensiero per immaginare, ingannando i sensi – pensa agli spazi infiniti che si aprono nel palcoscenico di un teatro…

      Grazie, api, per la divagazione, che non ha divagato ma ha, invece, scavato!

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  4. Claudio dei Norma
    22/11/2009

    Grand’uomo, as usual.
    Buona domenica a te e a tutta la tribbbù.

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    • Rocky
      22/05/2017

      Notícia muito boa essa. Eu torço pelo Vatanen.Poxa Ico, estava relutando com essa história de Twitter e não teve Rubinho ou Nelsinho que me fizesse entrar até então, mas foi o senhor aderir que… Tá feito o estrago, estou nessa também e já te seguindo. (eri)alheudosmAbraço!

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  5. Claudio dei Norma
    22/11/2009

    E un abbraccio a api!

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  6. Elle
    22/11/2009

    E’ un dolcissimo inganno quello dell’arte, un inganno che guai non ci fosse, senza di esso l’arte risulterebbe terribilmente impoverita, senza messaggio, senza senso direi.
    Inganno che poi è un po’ illusione e un po’ verità, ché se da un lato crea effetti ottici o sonori, dall’altro è anche espressione della verità dell’artista e del suo modo di rappresentarla quella realtà.
    L’arte trova una sua compiutezza nell’inganno, nel sorprenderci e catturarci e tanto più ci troverà aperti e disponibili a crederle, tanto maggiore sarà la nostra immedesimazione, l’emozione e l’insegnamento che ne trarremo.
    Un abbraccio esteso anche a Claudio e api, ché è un piacere leggervi anche qui.

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    • Paolo Zardi
      24/11/2009

      In qualche modo è paradossale che l’arte arrivi alla verità attraverso la menzogna, no? Quando leggiamo un romanzo, del tutto inventato, e alla fine ci sentiamo più consapevoli, forse migliori, cosa è accaduto? Siamo stati spinti a credere a qualcosa che non esisteva; e se chi ha scritto il libro era capace, cioè ha messo in pratica tutti i possibili trucchi per darci un senso di realtà, noi siamo stati disposti a crederci fino in fondo (fino a piangere per la morte di un personaggio)…

      Qui influenza, notte!

      Mi piace

  7. Peppermind
    24/11/2009

    Leggevo proprio ieri (“Apollo e la sua ombra”, Giorgio Fonio), di come nel 500 la “ragione” dell’arte cambia: se prima era un metodo per mostrare al fruitore come l’artista “sentiva la realtà”, poi diventa un metodo per “convincere che quella è la realtà”, né più né meno, con tutti i crismi della persuasione, della retorica, e via dicendo.

    Questo conferma in parte quel che scrivi…

    A me poi viene in mente Davidson (filosofo del linguaggio) che postula che sia la parola a venire prima del pensiero… cioé la riflessione mentale nasce perché c’è PRIMA il bisogno di comunicare (la parola), e quindi poi organizzare i contenuti da comunicare (pensiero).

    Questo invece va contro, in parte, a quel che scrivi 😛

    I filosofi non servono a una mazza U__U
    I filosofi servono, sono tipo gli psicoterapeuti del pensiero >.>

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    • Paolo Zardi
      24/11/2009

      Sempre stimolante, Pepper! 😉

      Il riferimento ad “Apollo e la sua ombra” è molto interessante… vedo se riesco a trovarlo in tempi brevi (intanto sto leggendo La mente, di Searle..).

      Su Davidson, che ammetto di non conoscere, diciamo che preferisco l’idea di Pincher, secondo il quale non è vero che il pensiero è fatto di parole, ma che la parole sono il modo pratico con il quale il pensiero si fa sentire. Ne “L’istinto del linguaggio” porta l’esempio di un ragazzo (se non sbaglio messicano), sordomuto fin dalla nascita, che non impara nemmeno il linguaggio dei segni. Intorno ai vent’anni, viene preso in carico da una logopedista (o qualcosa del genere) che gli insegna il linguaggio dei segni: lui, una volta imparato a comunicare, ha detto di aver sempre pensato, fin da quando era bambino. Ma in che modo, se non aveva le parole? In mentalese?

      Ps bellissima la defizione dei filosofi come psicoterapeuti del pensiero!

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  8. Vitaliano
    28/11/2009

    “Quello che voglio dire è che Mozart, Bach, Buckley, non avevano bisogno di avere una sensibilità fuori dal comune: ciò che serviva era una tecnica sovrumana al servizio dei loro umani sentimenti.”

    L’ipotesi, a mio avviso, vale per gli esecutori delle opere, non, per gli autori delle opere.

    Ciao.

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Questa voce è stata pubblicata il 21/11/2009 da in Arte, Letteratura con tag , , , , , , , , .

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