‘A nuttata

Quando un bambino si ammala, somiglia ad un adulto. Perde la voglia di giocare, di ridere, di prenderti in giro con il suo sguardo pieno di innocente malizia. Ti dice sì, o ti risponde no, con la massima serietà e compostezza; come se crescere fosse, in buona sostanza, ammalarsi.

Ho passato tutto il pomeriggio disteso nel mio letto. Ogni tanto chiudevo gli occhi – forse, ho anche dormito un po’. Quando ero sveglio, o quando mi pareva di esserlo, guardavo fuori dalla finestra: stagliato su cielo bianco (proprio #FFFFFF, non un grigio londinese), c’era l’unico albero di Padova che quest’anno ha perso le sue foglie – ne sono rimaste una, due, tre…. dodici, appese ai rami come fantasmi, come denti sul sorriso di un vecchio. Forse c’era vento, perché ogni tanto una di loro dondolava, e poi, senza nessun rumore, undici: uno straccetto marrone si è staccato e navigando su quel fluido freddo che è l’aria trasparente, con mestizia è caduto giù, come le foglie dell’albero dei Monty Python.

L’influenza ha una bellissima struttura narrativa: un prologo in sordina – quei brividi dentro ai quali non vuoi dare ascolto – l’acuirsi del malessere, che diventa vero e proprio dolore – il dramma; la notte, durante la quale il tempo non passa mai; e infine la mattina, che porta il sole e la sensazione bellissima di avercela, in qualche modo, fatta. Ha da passà ‘a nuttata, diceva Eduardo, in Napoli Milionaria, quando la piccola Amalia aspetta di essere salvata dall’introvabile medicina – e, come nella commedia di Eduardo, il senso di questa frase travalica la contingenza dell’episodio.

Quando sono ammalato, quando ho la febbre, la cosa più strana è la forma che assumono i miei pensieri non appena chiudo gli occhi: come se la mia testa volesse reclamizzare le idee che Hofstadter ha esposto nel suo libro “Concetti fluidi e analogie creative”, ecco che percepisco tre o quattro processi mentali che girano dentro di me (non solo nella testa: vagano tra lo stomaco e i polmoni), in modo del tutto indipendente l’uno dall’altro; e tutto il mio sforzo di malatino, immobile e dolorante, disteso nel letto, consiste nel cercare di fornire un modello, una sorta di unità organizzativa, a questa anarchia mentale. C’è il desiderio di dare una descrizione sistematica di quello che mi sta succedendo dentro; e c’è anche la percezione netta, e non molto piacevole, che questo fluttuare rumoroso e disordinato dei pensieri sia, in realtà, una caratteristica sempre presente, ma che di solito (mi viene da dire per fortuna) viene tenuta nascosta, ridotta al silenzio, come certi cani rognosi che si chiudono in uno stanzino quando ci sono ospiti. La differenza è che, con la febbre, anche questo livello superiore di pensiero, questo metapensiero sopra i pensieri, questo processore vs. programmi, è condizionato, è corrotto dai due miseri gradi centigradi in più che chiamiamo influenza; il coordinatore, in altre parole, non è messo tanto meglio dei coordinati. Ieri, il modello che tentavo, inutilmente, di applicare ai miei pensieri, somigliava, in modo inquietante, ad una delle soluzioni software che sto progettando per un mio cliente: un orchestratore di processi di business su più livelli. Ogni tanto tentavo di oppormi a questa follia; riaprivo gli occhi, guardavo l’albero con le sue dieci foglie moribonde, e il cielo bianco che andava scurendosi, senza mai cambiar colore; ma richiudevo gli occhi e di nuovo i pensieri ognuno per conto suo…

Se un adulto si ammala, sembra sia morto: sarà così anche dopo? Una volta che sarò defunto, i pensieri riprenderanno a mulinare ognuno per conto proprio? E io (be’, ma quale io, in simili circostanze?) cercherò inutilmente di organizzarli? L’idea che il mondo sia davvero quello che vediamo, che percepiamo attraverso i nostri sensi, e che riorganizziamo secondo le caratteristiche del nostro cervello, è molto presuntuosa. Che concezione avremmo, del mondo, se la nostra condizione abituale fosse proprio questa? Che teorie sul pensiero, sul tempo, sullo spazio, avremmo tirato fuori? L’io, il super-io, l’inconscio. Persino l’anima: una mente con la febbre, che razza di religioni avrebbe partorito? Quale Dio può immaginare un’accozzaglia di pensieri tutti indipendenti tra di loro? Impossibile negarlo, tutto il mondo cambia, quando il termometro segna 39: non solo il nostro corpo, o la nostra mente. Il tempo si dilata. Oppure spariscono intere mezze ore, inghiottite in un buio molliccio e doloroso. Erano le 15.05: come possono essere le 15 e 33, se non è passato nemmeno un secondo? Niente da fare. Mondo intermittente. Chiudo gli occhi. Cerco di tenere a bada un pensiero che sembra girare attorno a qualcosa, ma appena lo blocco ne viene fuori un altro. Mi rassegno. Riapro gli occhi sull’albero ormai calvo. Poi mi giro e passa un’altra ora, senza che succeda nulla. Così per un giorno intero. Ha da passà a nuttata.

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4 thoughts on “‘A nuttata

  1. Se ammalarti ti ispira questo genere di post, c’è quasi da augurarsi che ‘a nutatta non passi, sai?
    Ironia a parte, spero tu stia meglio, però ti invidio la struttura narrativa, dal prologo in sordina dei brividi, sino all’epilogo del girarsi e rigirarsi delle ore immobili, del mondo ad intermittenza.
    Però sono portata a credere che non sia solo merito della febbre alta, sei proprio tu che sai ordinare e ripulire bene i pensieri, da renderli poi così lucidi e vivi.
    Swine flu a parte.

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  2. Bello il ritmo e il “plot”, come già sottolinea Elle.

    Poi, vabbe’, a me mi ci porti a nozze… sai che mi sono laureato in filosofia indirizzo logico-epistemologico, la filosofia della mente era l’argomento principe della mia tesi…

    Qualche spunto quindi: Hume, scozzesaccio del ‘700, sosteneva che noi siamo un fascio di percezioni a cui diamo continuità attraverso la creaizone dell’io, piittosto fittizia.
    Rimaniamo comunque, in nuce, un fascio di percezioni.
    La febbre forse cancella questa centrale organizzativa che è l’io.
    Dennett, amicone di Hofstadter, non crede nella realtà della coscienza (come “quella sensazione qualitativa che si ha di se stessi”), attribuendole un ruolo di “aiuto autocostruito” ai propri pensieri, a propri “meme”, che risultano più facilmente gestiti con questa sensazione unificante, ma che è pura illusione.
    La febbre potrebbe abbassare le difese, cioé, gli aiuti…

    Io che sono con Searle, non mi trovo d’accordo con queste visioni, e penso più alle teorie di Allan Hobson (“La macchian dei sogni”), uno junghiano, che aborre la teoria freudiana dei sogni come esplicazione dell’inconscio, e che teorizza che nella fase R.E.M. il cervello si ricalibri, giri “a vuoto”, senza ordine”, per far sì che tutta la macchina rimanga oliata, diciamo, e io penso che la febbre faccia così.
    Non è che non ci sia “io”, o “coscienza”, ma diciamo che danno l’avvio alla messa a punto del motore, danno gas la prima volta, poi la macchina va da sé, perché ne ha bisogno.

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    1. La cosa bella della filosofia, rispetto alla scienza, è che ogni teoria che viene espressa potrebbe essere vera! 😉

      Personalmente, sui sogni mi considero Nabokoviano: quando torno a casa (ora sono fuori per lavoro: ed è sabato…), copio un pezzo da “Ada, o ardore” dove è esposto anche il mio modo di considerare i processi onirici – modo che, tra quelli che hai esposto, potrebbe essere una via di mezzo tra Dennett e Searle.

      Ah, già che ci sono: in parallelo al libro di Searle, sto leggendo “La via di mezzo della conoscenza”, di Varela & Co., e devo dire che ci sono molte cose interessanti…

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