Grafemi

Segni, parole, significato.

Visibile ed invisibile

La comunicazione è un processo che prevede almeno due punti fermi: una sorgente e un destinatario. E se l’arte è (anche, o soprattutto: dipende dai punti di vista) comunicazione, un pittore che dipinge un quadro sta realizzando solo la prima metà della sua opera: opera che sarà conclusa solo nel momento in cui qualcuno aprirà i propri occhi di fronte alla tela, e aggiungerà, a ciò che sta vedendo, tutto il proprio mondo. Esiste, quindi, una relazione stretta, tra chi crea e chi guarda, una sorta di contratto i cui termini continuano a variare nel corso del tempo.

La narrazione occidentale degli ultimi tre o quattro secoli – dalla nascita del romanzo in poi – possiede una particolare caratteristica, che è il realismo, o la verosimiglianza. Chi scrive, pur essendo libero di inventare qualsiasi storia, o di descrivere un mondo inesistente e diverso dal nostro, deve comunque fornire, a chi legge, tutti gli elementi necessari per garantire una coerenza assoluta alla storia nel suo insieme: se in un racconto di fantascienza qualcuno vola, è necessario che ciò accada per motivi fisicamente plausibili, e non, ad esempio, per magia. E i cosiddetti “romanzi magici” sono eccezioni che confermano la regola, perché raramente rientrano nella tradizione occidentale fondata dal Don Chisciotte, fatta evolvere da Dafoe e Tolstoj, e portata alle sue estreme conseguenze da Kafka, Nabokov, Roth e infine Wallace.

Il lettore, dunque, impone allo scrittore di romanzi la condizione del realismo: in cambio, accetta di rilassare i vincoli della propria credulità per tutta la durata della narrazione. Se vuoi che io creda fino in fondo ai fantasmi che hai creato, sembra di sentir dire, garantiscimi che ciò che sto leggendo è successo in un qualche mondo – ovunque questo si trovi.

Questo vincolo è talmente consolidato che anche chi decide di realizzare una serie di fumetti nella quale un uomo è in grado di camminare rimanendo appeso al soffitto di una stanza, o può incenerire un avversario con una fiammata prodotta dalle mani, o riesce a vedere attraverso lo spesso muro di una casa, deve inventare – oltre a tutti questi particolari fantasiosi – anche un buon motivo per cui le leggi della fisica che siamo abituati a sperimentare vengono sovvertite. Nel Medioevo, o nella cultura araba, o nella civiltà latina, si sarebbero fatti intervenire Dio, Allah, Minerva, un asino d’oro, un mago con la barba; ai nostri tempi, dove lo scetticismo ha travolto ogni ingenuità, a chi deve inventare una storia impossibile rimane solo la cieca, ingenua fede nella scienza (o in una sua più o meno fedele approssimazione alla Focus) che il lettore medio non smette di professare.

In quasi tutte le storie impossibili concepite negli anni sessanta, si è ricorso spesso a non meglio precisate radiazioni per spiegare la nascita dei super-poteri: Peter Parker diventa l’Uomo Ragno dopo essere stato punto da un aracnide che si era fatto una passeggiatina in una sala dedicata ad esperimenti con l’Uranio; Matt Murdock si trasforma in Dare Devil, il diavolo cieco e mascherato che vendica i torti subiti dai giusti, dopo essere stato investito, in pieno centro, da un furgoncino che trasportava fusti di materiale radioattivo (!); e i Fantastici Quattro infine, tornati da una missione spaziale durante la quale il Sole aveva fatto le bizze, si ritrovano trasformati in simpatici fenomeni da baraccone.

La maggior parte dei bambini degli anni settanta ha amato l’Uomo Ragno, Hulk, Dare Devil, Capitan America; i Fantastici Mostri, invece, sono entrati nel cuore dei piccoli lettori con molta più fatica. D’altra parte, con chi ci si potrebbe identificare? Con Ben, detto “la cosa” (uno dei soprannomi più crudeli di tutta la storia dei fumetti), il gigante di pietra, costretto a girare vestito solo con un paio di ridicole mutandine blu? Con Johnny, il capo della spedizione, il serioso uomo chewingum? O con Bruce, la torcia umana piena di sé? Sue, la donna invisibile, moglie di Johnny e sorella di Bruce, era fuori gioco a priori: aveva un sesso che non combaciava con quello che, in miniatura, i lettori di fumetti tipicamente possedevano.

E sarebbe bello studiare, da un punto di vista psicologico, o sociale, o antropologico, il motivo per il quale una delle pochissime eroine “femmine” presenti nei fumetti americani, tra tutti i poteri che i suoi creatori potevano darle, abbia ricevuto quello di sparire a suo piacimento, cioè una facoltà non propriamente eroica: nel corso dei combattimenti con i feroci avversari, Sue scompare, sottraendosi di fatto al suo nemico; di lei, rimane solo un contorno tratteggiato, che permette al lettore di sapere dove si trova, ma non ai suoi nemici di individuarla. Davvero non si poteva inventare di meglio, per una superdonna?

Scegliendo invece un approccio scientifico, si deve osservare che la sua sparizione non è totale: non assomiglia, ad esempio, alla smaterializzazione di Mandrake, che ora è qui, poi compare una nuvola di fumo, e lui non c’è più – no, la donna invisibile si limita a diventare trasparente, ma continua ad esistere ancora: può persino parlare, ed essere udita. La luce la attraversa senza essere né ostacolata né riflessa dal suo corpo, ma perdura la pienezza del suo corpo. Ma una cosa simile, sarebbe davvero possibile? Cioè: chi ha inventato la donna invisibile, ha rispettato il contratto del realismo con i suoi lettori?

Einstein, in qualche momento della sua lunga vita di scienziato e pensatore, disse che tutto è relativo. Anche se questa affermazione, in realtà, non era affatto generale, ma si riferiva al fatto che il tempo e lo spazio non sono uguali in tutti i sistemi di riferimento (un metro, insomma, non è sempre un metro), la sua portata filosofica, più o meno consapevole, ha travolto qualsiasi campo del sapere – introducendo una rivoluzione paragonabile a quella introdotta da Darwin con la sua teoria dell’evoluzione. Dopo Einstein, è diventato chiaro che l’osservatore fa parte del sistema che si sta osservando, e che è impossibile prescindere dalle sue caratteristiche.

Il mondo che ci circonda ha suoni (un lettore mp3 acceso, una mamma che sta sparecchiando in cucina, la bambina che respira regolarmente nel suo lettino), odori (quelli del nostro corpo, più o meno camuffati, quello del posacenere accanto al computer che non abbiamo ancora svuotato), colori (il video, i pantaloni, il rosa delle nostre mani percorse dall’azzurro delle vene), sapori (un ruttino da McDonald che ogni tanto ci ricorda il pranzo coni colleghi, il gusto inutile di un’unghia che stiamo tormentando da mezz’ora), e una consistenza che ci avvolge (la sedia che ci sostiene, l’aria sopra di noi, la scabrosità del filato della nostra camicia di lino). E ci verrebbe da dire che tutto questo – suoni, odori, colori, sapori, consistenza – è qualcosa che esiste. Cioè che esiste davvero – non per noi, non in questo momento, ma sempre, nell’Universo.

Ma il serpente è sordo, e molti animali non distinguono i colori, oppure sono ciechi, come certi pesci degli abissi; e i delfini hanno un senso che permette di sapere come è orientato il grande magnete nascosto dentro alla Terra: un senso che noi non riusciamo neppure ad immaginare, se non come qualcosa che fa bip bip, o qualcos’altro che ci spinge più da una parte che da un’altra – una sorta di ditone che preme su un lato del nostro corpo. Se fossimo nati senza occhi, se non avessi sviluppato la capacità di trasformare la luce in qualcosa che ha senso per noi, saremmo arrivati a conclusioni sul mondo modo diverse da quelle alle quali siamo arrivati, e alle quali abbiamo dato, un po’ pomposamente, il nome di Scienza.

Ma in qualsiasi teoria scientifica, si dovrebbe aggiungere una specie di postilla, una piccola professione di onesta umiltà, con la quale si dice che molti dei fenomeni fisici studiati hanno senso solo quando accadono dentro a quella particolare scala di valori che i nostri sensi riescono a percepire. Quando affermiamo, ad esempio, che il vetro è trasparente, dovremmo sempre aggiungere che stiamo parlando da un punto di vista tipicamente umano, o comunque animale – una pianta costretta a vivere dietro ad una finestra, ad esempio, non la penserebbe allo stesso modo.

La luce. Per descriverla con i nostri strumenti, per ricondurla a formule matematiche in grado di spiegarne i comportamenti (o di prevederli a priori), si possono usare due teorie diverse, legate tra loro: la teoria corpuscolare, che la immagina come un flusso di oggetti chiamati fotoni, e quella elettromagnetica, per la quale la luce è radiazione elettromagnetica. I fotoni trasportano un’energia che è proporzionale alla frequenza dell’onda elettromagnetica: ecco il legame tra le due teorie.

Quando la luce tenta di attraversare un materiale, i fotoni colpiscono gli elettroni degli atomi che lo costituiscono. Se in uno di questi urti un fotone riesce a fornire ad un elettrone un’energia sufficiente affinché questo passi ad uno stato di energia superiore (sono come le scale, questi stati energetici: o sei in un gradino, o sei su quello sopra, perché in mezzo non ci si può proprio stare) allora la luce non passa: i materiali opachi, quindi, sono costituiti da atomi i cui elettroni possono assorbire l’energia fotonica.

Se invece l’energia di un fotone (cioè la frequenza della radiazione: sono due concetti intercambiabili) non è sufficiente a far “saltare” l’elettrone, allora il fotone passa indisturbato attraverso il materiale: come accade con il vetro, che è silicio, cioè sabbia, che il calore ha trasformato in qualcosa di diverso. Il fotone ci passa proprio in mezzo, indisturbato. Come è possibile che una cosa così dura come il vetro, non riesca a bloccare un fotone? Perché non dobbiamo dimenticare che i sensi possono tradirci. La realtà è che tutto quello che noi consideriamo pieno, è praticamente vuoto. Lo spazio che c’è tra un atomo e quello che gli è più vicino è, in proporzione, quello che esiste tra il Sole e Nettuno, il pianeta più lontano del Sistema Solare. Chi direbbe che il Sistema Solare è qualcosa di pieno? Il modo migliore per rappresentare un atomo e i suoi elettroni è uno stadio con una pallina di golf nel centro: di spazio, in mezzo, ce n’è davvero parecchio. La sensazione di pienezza è il modo con il quale i nostri sensi percepiscono i legami tra i singoli atomi. Dal punto di vista di un fotone, però, il vetro semplicemente non esiste.

Il discorso, in realtà, è ancora più complicato. La luce che noi riusciamo a vedere è un sottoinsieme della radiazione che gli oggetti sono in grado di emettere: la luce visibile ha una frequenza compresa tra 4 x 10 alla quattordicesima e 8 x 10 alla quattordicesima Hertz. Il vetro lascia passare i fotoni corrispondenti a queste frequenze; ma quando questi fotoni colpiscono, ad esempio, i sedili della nostra macchina, e rimbalzano verso il finestrino, hanno perduto gran parte della loro energia, calando di frequenza fino ad uscire dall’intervallo del visibile. Questa luce riflessa, che è quella che chiamiamo infrarossa, non tenta più di colpire gli elettroni degli atomi del vetro, ma punta a strutture più grandi e più complicate, che non la lasciano passare, e anzi la riflettono. Ecco spiegato l’effetto serra: il vetro, e l’aria, sono trasparenti rispetto alla luce visibile che entra, ma non ai raggi infrarossi in uscita, quelli che i sedili dell’auto, o la Terra, riflettono. L’energia entra, ma non esce più. E’ quello che succede, in modo evidente (perché le frequenze in gioco sono tutte nella scala del visibile), sotto acqua: quando ci si immerge a qualche metro di profondità, e si guarda in alto, si vedrà una meravigliosa volta a specchio sopra di noi. E se il nostro occhio riuscisse a vedere i raggi ultravioletti, se riuscisse a percepirli, il diamante si mostrerebbe per quello che è: un pezzo di carbone nero particolarmente duro e liscio, e nient’altro. Quindi non esiste nulla di trasparente o opaco in senso assoluto: ciò che chiamiamo “visibile” non esiste per i neutrini (che passano indisturbati attraverso il pianeta Terra come se fosse una nuvola), e ciò che chiamiamo “invisibile”, può essere un muro impenetrabile per un sottilissimo raggio ultravioletto. Gli ultrasuoni che fanno rizzare le orecchie ad un cane esistono anche se noi non li sentiamo. La faccia scura della Luna viene illuminata tutti i giorni.

Ma allora, la donna invisibile rispetta il vincolo della narrazione occidentale? La sua trasparenza ha basi scientifiche, o è magia? Ora, dovremmo avere tutti i mezzi per scoprirlo: così come gli atomi di silicio, opportunamente cucinati, modificano il modo con il quale stanno gli uni vicini agli altri; così come il nero carbonio, pressato per qualche milione di anni, assume una configurazione particolarmente brillante, allo stesso modo è possibile, anche se solo da un punto di vista teorico, che la moltitudine di molecole che formano il corpo umano assumano, tutte insieme, l’attributo dell’invisibilità – cioè che abbiano, queste nostre molecole, elettroni che l’energia della luce visibile non riesce a scalzare. Certo, non è qualcosa di particolarmente semplice da realizzare – non a stomaco pieno, immagino – ma il tipo di credulità che i creatori della donna invisibile ci chiedono è tutto sommato accettabile.


(Questo post era stato scritto per il numero 4 della la rivista on line “Via Delle Belle Donne“. Consiglio anche di leggere l’ultimo post del blog Via delle Belle Donne dove viene annunciata la chiusura a tempo indeterminato della rivista)

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Nel 2016 ha pubblicato "La nuova bellezza", romanzo breve per Feltrinelli Zoom; nel 2017, il romanzo "La Passione secondo Matteo", per Neo Edizioni.

6 commenti su “Visibile ed invisibile

  1. Giacomo
    15/12/2009

    Mi scuso in anticipo per la precisazione: il capo della spedizione (e del gruppo) era Reed Richards; Johnny (Storm) era la Torcia Umana, fratello di Sue (Susan) Storm (la donna invisibile, moglie di Reed). (Ero, in effetti, molto più affezionato a loro che a tutti gli altri, Uomo ragno a parte.)

    Se non sbaglio, in ambito fantascientifico, un’altra “spiegazione” dell’invisibilità consiste nella capacità di “piegare” la luce attorno al corpo, di modo che il fotone/raggio di luce riprenda, oltre il corpo, la medesima traiettoria che seguiva prima di incontrarlo.

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    • Paolo Zardi
      15/12/2009

      Perché scusarsi per una precisazione? E’ molto più che benvenuta. E in effetti, ho ricostruito il mio errore a posteriori: per me, tutti i capi si chiamavano John. E se dovessi dire da dove è nata questa convinzione, ti direi che probabilmente c’entra Spazio 1999 (ammetto: visto lo svarione sui Fantastici Quattro, prima di scriverlo ho controllato su Google): il comandante si chiamava John Koenig (interpretato dal bravissimo Martin Landau).

      Quella del piegamento della luce non la sapevo – so che c’erano dei progetti per fare una tuta militare basata su un principio simile (la parte davanti riproduceva quello che alcune telecamere riprendevano dietro), ma si tratta comunque di altra cosa.

      ps Ma davvero amavi i Fantastici Quattro? Mi piacevano i cartoni animati su Supergulp, ma i fumetti mancavano di… di qualcosa, che invece avevano non solo l’Uomo Ragno, ma anche Devil (meno conosciuto di quanto avrebbe meritato), Capitan America, Thor e persino gli X-Men di Nick Fury…

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  2. Giacomo
    16/12/2009

    Se non ricordo male l’idea del “piegamento” della luce l’ho trovata in vecchio romanzo del ciclo di Marte di E.R. Burroughs.

    I Fantastici Quattro li amavo perché formavano una famiglia allargata (col fratello minore della moglie e il migliore amico in casa), con tutte le relative tensioni: Johnny che si sentiva in competizione con Reed agli occhi della sorella e inferiore in quanto più giovane, portato per questo ad avvicinarsi a Ben, anche lui escluso – ma molto di più – per il suo aspetto e per il fatto di non essere di famiglia; i due però erano in perenne litigio in quanto elementi turbolenti ecc.
    Insomma: era una situazione affascinante perché molto realistica (e instabile, potenzialmente drammatica) ma proiettata su un fondale fantastico (che paradossalmente diventava confortante, perché più prevedibile e meno drammatico, con le sue limpide gerarchie dei supercattivi ecc.).
    (Ricordo un articolo, comparso su Nazione Indiana, in cui si individua il punto debole dei Fantastici Quattro proprio nel loro essere famiglia; ma, per l’appunto, secondo me è esattamene il contrario. Concordo però sul fatto che il dottor Destino, con la sua storia terribile alle spalle, sia immenso.)

    (Tra l’altro i Fantastici Quattro sono tra i supereroi peggio trattati quanto a riduzioni cinematografiche: i due film sono orridi.)

    Bellissimo (se piace lo stile) e malinconico-struggente l’omaggio tributato da Leo Ortolani ai Fantastici Quattro, con la loro “ultima storia”:
    http://www.imd.it/rat-man/Fq.htm

    (Della precisazione chiedevo scusa perché considero fuori luogo correggere errori che non hanno nulla a che vedere con la sostanza di un testo: per es. i nomi del quartetto nell’ambito del tuo scritto.)

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    • Paolo Zardi
      17/12/2009

      E’ vero, il fatto che fossero una famiglia li rendeva poco eroici – e da questo punto di vista, credo che abbia pesato il fatto che i FabFour erano gli unici supereroi a non nascondere la loro vera identità. Probabilmente, erano troppo solari per essere visti come eroi: l’eroe, da sempre, è tale solo se non vorrebbe esserlo.

      Concordo sul pessimo livello della riduzione (parola molto significativa!) cinematografica: ho visto solo il primo, e mi è bastato.

      Bellissimo il link che hai postato – nei prossimi giorni, ci entro con maggiore attenzione.

      E per la precisazione, sono sempre convinto che i post siano punti di partenza, non di arrivo: ho apprezzato molto il poter parlare di supereroi con qualcuno così competente! 😉

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  3. IoballoDaSola
    17/12/2009

    Ciao pablo! Come stai? Premetto subito una cosa! Non ho letto il pezzo…la stanchezza e l’ora non mi permettono più di farlo con il dovuto piacere! Però dovevo assolutamente dirti una cosa! Questa sera, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sono colegata a blogs.it! Sarà la nostalgia, un po’ per berlusconi, ma mi andava di leggervi un po’! Sono passata da te e, con grande stupore, ho visto che non postavi più con la stessa frequenza di una volta….sono passato da Borto e ho trovato solo segni di trasloco …e improvviamente mi sono sentita molto sola…! Non so spiegarti…e come quando torni nella casa dove sei cresciuta e non trovi più la tua stanza come l’avevi lasciata….

    Ma trovi soddisfazioni su WordPress…cara vecchia blogs.it non andava più?

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    • Paolo Zardi
      17/12/2009

      Diciamo che su blogs.it, non posto praticamente più! Non so come siano andate esattamente le cose: un po’ alla volta l’aria è diventatata irrespirabile, i rapporti si sono fatti sempre più tesi (anche tra persone che generalmente andavano d’accordo), la gente era sempre più assente… insomma, alla fine è diventato un mortuorio, dove, però, non si riusciva neanche a stare tranquilli. E’ il problema di dover condividere uno spazio comune con diverse persone, per molto tempo: dopo un po’, ci si diventa insopportabili l’uno con l’altro. Ma forse non c’è solo questo… alla fine, stavo davvero male – avevo l’impressione di essere in un asilo, popolato da psicopatici. Non escludo di avere delle responsabilità, in questo, ma appena ho trovato la forza di venirne fuori (blogs.it dà dipendenza), è stato un sollievo paragonabile a quello di togliersi un paio di scarpe bellissime che ti stavano strette. Qui, su wordpress, il livello generale è alto (come puoi vedere dai commenti) – ma soprattutto non si mescola mai pubblico e privato. Blogs.it, per le sue dimensioni ridotte, e per la presenza di alcuni blogger intraprendenti, era sostanzialmente una community; e, come ormai è noto a qualsiasi sociologo del web, le community sono sempre (sottolineo: sempre) ad implodere su se stesse.

      Ora blogs.it è desolata, e desolante. E’ rimasta Luisa, che, però, meriterebbe molto più di quello che riceve; c’è Mik; Gigio ho smesso di leggerlo da mesi – ormai era da voltastomaco; sbircio Triaury, seguo Firdis (anche lei, però, è stufa), ma se penso a come era tre anni fa…. ecco, sento la stessa sensazione che provi tu quando torni alla casa che non è più la stessa.
      E anzi, con una sorta di similitudine, ho lo stesso amaro in bocca di questa canzone un po’ leziosa, ma comunque bella, di Battisti, che certo, parla di tutt’altro – ma l’amarezza, il disincanto, lo struggimento per come era una volta, ecco, sono proprio quelle.

      Non ferirmi no, non farlo mai più.
      I baci tranquillizzanti mi buttano giù.
      Tu vuoi mostrare a tutti l’amore che c’è fra noi,
      una medaglia al valore che da sola ti dai.
      Adesso che hai una casa un uomo e una reputazione,
      padrona, padrona anche del tuo padrone.
      vorresti che ti seguissi nel goder con distinzione
      di tutti i frutti della vita quasi quasi compresi quelli colti da altre dita
      No non sei più tu
      E la memoria impertinente mi riporta là
      a una ragazza fra la gente smagliante di libertà.
      Le parolacce le risate le corse e poi tu mia
      se fossi un altro uomo direi: poesia.
      E quando con un salto tu sei piombata tra le braccia mie
      ti sei spogliata senza trovare né scuse né bugie
      e quando per scherzare dissi “Quanto vuoi?”
      Tu rispondesti seria “L’amor che puoi!”.
      La disinvoltura che adesso tu hai
      ha come radici gli spiccioli miei.
      Le mura di un castello hai alzato intorno a noi
      e olio bollente sugli altri getti ormai
      scegliendo i nostri amici un computer diventi per l’occasione
      e chi hai scartato per te è un barbone
      mi offri la fedeltà su un piatto decorato di mille attenzioni
      come dire “hai comprato e ora godi le tue prigioni”
      Vola la mia mente a qualche anno fa
      a una esplosione dirompente di vitalità
      a quando per punir quel moralista dell’ultimo piano
      tu improvvisamente gli mostrasti il seno!
      E quando ancor piangendo per l’emozione tu
      cantando Fratelli d’Italia gridasti “io non ti lascio più!”
      e la violenza con la quale mi abbracciasti un giorno,
      un giorno quando non conoscevo questo rosa inferno.

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Questa voce è stata pubblicata il 15/12/2009 da in Scrittura con tag , .

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