Grafemi

Segni, parole, significato.

Savana Padana – Matteo Righetto

La parola epica deriva dal grego antico έπος (si legge epos) che significa semplicemente “parola”, o più in generale “narrazione”: ed è, almeno da un punto di vista temporale, la prima forma espressiva che i popoli di tutto il mondo hanno scelto per raccontare la propria storia. Con l’epica, si sono descritte le origini del mondo, si sono codificate le credenze di un gruppo, è stata definita l’identità di popolo attraverso la rappresentazione drammatica della propria nascita, dei propri tratti distintivi e, soprattutto, del sistema dei propri miti.

Chiunque viva in Veneto sa bene quanto sia difficile scorgere, tra i campi della bassa e le montagne del bellunese, tra le città affacciate al mare e quelle che si sono arrampicate sulle Dolomiti, le tracce di un’epica padana. In Veneto, non ci sono eroi, e non ci sono miti. In Veneto, probabilmente, manca addirittura una forma mentis mitopoietica: manca, in buona sostanza, la capacità di individuare, o forse persino di vivere, gli elementi drammatici – conflitti, scontri, grandi passioni – che sono gli ingredienti necessari per qualsiasi tentativo di costruzione di un’epica. Non è un caso che uno dei modi di dire più diffusi di queste terre, sia “cossa vao combatar”  (cosa serva che combatta), che unisce uno storico fatalismo ad una quieta, stratificata rassegnazione.

Il libro “Savana padana” del padovano Matteo Righetto, uscito per la casa editrice Zona, tenta di definire, di trovare tra le pieghe della società veneta, un’epica padana contemporanea: ma invece che cercare eroi in un passato più o meno distante (come è stato fatto, ad esempio, dalla Lega Padana, alla disperata ricerca di miti per fondare il proprio concetto di popolo padano), il libro punta dritto ai nostri tempi; e poiché gli eroi che il nostro tempo ha scelto sono, senza volerli enumerare tutti, i DJ usciti dal Grande Fratello, l’imprenditore con la sua Piccola-Media-Impresa nel capannone davanti a casa, l’ex compagna di classe che ha partecipato alle selezioni di Miss Italia, “Savana Padana” ha deciso di raccontare, piuttosto, gli antieroi della nostra società: cioè gli unici soggetti che ancora possiedono, nella loro perdizione, quegli elementi drammatici che sono, necessariamente, alla base di qualsiasi mito.

Savana Padana di Matteo Righetto

“Savana padana” è una storia di confini: il confine tra le città venete e i campi di mais che si estendono per chilometri e chilometri; il confine, che come il muro di Berlino attraversa quartieri, strade, case,  tra gli Italiani e i numerosissimi stranieri, più o meno accettati, più o meno integrati; il confine tra la ricchezza economica e la povertà culturale. In queste frizioni, Matteo Righetto cerca la polpa per la propria storia: che è una storia noir e pulp allo stesso tempo, sanguigna e sanguinolenta, a tratti grottesca, fatta di eccessi e di contrasti, politicamente scorretta fino a diventare parodia Costruito con la forza di un plot cinematografico, serrato nel climax di orrori sempre crescenti, ridotto quasi all’osso dal punto di vista della lingua (che ricorre spesso a idiomi dialettali, o all’uso di lingue straniere), “Savana padana” arriva fino all’ultima pagina senza perdere mai ritmo, forza, intensità. E alla fine, l’impressione che rimane è che l’epica  sgangherata, puzzolente, senza speranze, ridicolmente tragica e tragicamente ridicola di questi antieroi sia veramente l’unica epica ancora possibile. Almeno nel Veneto del ventunesimo secolo.

Grafemi: Il tuo libro “Savana Padana”, un pulp noir ambientato nel cuore post-agricolo del Veneto, tenta, forse per la prima volta in Italia, di definire un’epica del Nordest. Questo sforzo rientra in un progetto più ampio al quale tu, assieme a Matteo Strukul, hai dato il nome di SugarPulp. In che modo sono legate le due cose? Cioè, parafrasando una nota domanda ontogenetica sulla gallina  e sull’uovo, è nato prima SugarPulp, o è nato prima “Savana Padana”?

Matteo Righetto: Sugarpulp e Savana Padana sono strettamente legati dall’amore per una certa letteratura di genere americana che ho provato a richiamare, assieme a Strukul,  sul nostro territorio. Effettivamente nascono più o meno contemporaneamente, con l’intenzione da un lato di creare e promuovere un gusto, un movimento, una “cifra” letteraria, dall’altro offrire da subito un’opera concreta, un romanzo noir-pulp che ne diventasse il primo riferimento, la prima pubblicazione ufficiale.

G: Nel manifesto di SugarPulp, pubblicato nel sito www.sugarpulp.it , oltre alla definizione delle caratteristiche fondanti della scrittura alla polpa di barbabietola , si scrive che non si accettano le storie di riflessione, i solipsismi, le contemplazioni dell’ombelico. In altre parole, questo movimento non si limita a fornire una proposta di narrativa, ma indica anche quali sono gli avversari con i quali intende misurarsi. Recentemente, diversi scrittori veneti (senza fare nomi, penso ai cosiddetti realvisceralisti) hanno iniziato a sentirsi parte di una sorta di “movimento” che dovrebbe accomunarli; anche i più riluttanti, sono stati comunque inseriti nel gruppo dalla critica, che ha ravvisato un filo comune nella loro narrativa. Erano questi i nomi che avevate in mente mentre scrivevate il manifesto, e pensavate alle contemplazioni dell’ombelico?

MR: Al di là dei proclami volutamente provocatori, Sugarpulp non nasce per contrapporsi a qualcuno, ma per andare oltre, superare i vecchi schemi letterari, rompere con il passato e con una certa tradizione narrativa secondo noi eccessivamente paludosa, solipsistica, autoreferenziale e, diciamolo, di una noia mortale. Certo, molti dei realvisceralisti sono scrittori affermati e sicuramente molto bravi, niente da dire. Si tratta però di autori che sentiamo molto lontani da ciò che vogliamo proporre noi con la nostra Barbabietola Assassina.

G: Difficilmente “Savana Padana” potrebbe essere definito come un libro politicamente corretto : gli zingari rubano (anche bambini), i cinesi parlano con la elle al posto della erre, puzzano d’aglio e sono feroci, i carabinieri sono meridionali e corrotti, i veneti bevono vino, giocano a carte, bestemmiano e ammazzano. La voce narrante sembra rinunciare a qualsiasi schema etico o morale, e si pone allo stesso livello dei personaggi narrati. E’ vero che la Letteratura, quella seria, non è mai morale, non è mai etica, e soprattutto non è mai politicamente corretta: ma non c’è il rischio che “Savana Padana” diventi, con un ossimoro,  un libro correttamente politicamente scorretto ? Cioè che le scorrettezze rappresentate siano una sorta di campionario standard di tutto quello che la gente “comune” pensa senza poterlo dire?

MR: Mi piace questa osservazione. Effettivamente coglie nel segno. Sono così d’accordo che ho sempre definito Savana Padana come un “fumettone”, una storia rude, violenta e rovinosa, ma anche molto ridanciana, grottesca, a tratti comica. E’ il trionfo dell’esagerazione, dell’iperbole, dove dominano i luoghi comuni e le scorrettezze a 360°. Un vero e proprio fumetto pulp!

G: “Savana Padana” è un libro scritto con il linguaggio cinematografico della sceneggiatura mescolato ai profumi di sangue e zucchero della Bassa, dei campi di mais, delle case coloniche e delle osterie, aderendo quindi in toto al manifesto di SugarPulp. Uno degli elementi più evidenti del libro, è la presenza di interi dialoghi negli idiomi nativi dei personaggi – gli zingari parlano in romani (tradotto dagli stessi zingari, a beneficio dei loro interlocutori, e del lettore), i veneti in un padovano molto colorito: solo i Cinesi si esprimono in un italiano approssimativo. Molti scrittori italiani – penso a Camilleri, ma anche a Gadda – fanno un uso piuttosto importante del dialetto; gli scrittori veneti, invece, nonostante possano contare su una tradizione linguistica che non è affatto trascurabile (penso a Goldoni, e prima al padovano Beolco Ruzante), sembrano piuttosto riluttanti all’uso del veneto – almeno nei romanzi. Che rischi corre, dunque, uno scrittore padovano nel momento in cui decide di far parlare la propria gente in una lingua che non solo in molte parti d’Italia risulta incomprensibile, ma che non presenta precedenti significativi?

MR: Soprattutto il Beolco è stato un caso esemplare per quanto riguarda l’uso del dialetto (pavano) parlato dai suoi personaggi rurali e molto popolari. Il dialetto veneto però, qualche eccezione a parte, è sempre stato snobbato dai nostri scrittori per vari motivi, non ultimo una sorta di vergogna ancestrale per la propria lingua e per una sorta di prostrazione culturale ai meridionalismi linguistici rappresentati soprattutto dal romano e dal napoletano. I rischi che si corrono facendo parlare in veneto alcuni miei personaggi sono essenzialmente quelli di essere snobbato culturalmente e letterariamente. Ma sai quanto me ne frega!

G: Saresti d’accordo nel dire che “Savana Padana” è, prima di tutto, un libro veneto ?  E’ stato difficile trovare un editore disposto a pubblicare un libro così fortemente caratterizzato dal punto di vista geografico?

MR: E’ un libro che rappresenta il “nuovo” Veneto, una regione ricca economicamente, ma povera culturalmente, alle prese con nuove, a volte problematiche forme di immigrazione, con la sua solita chiusura mentale, la sua rudezza, i suoi aspetti rurali. Trovare un editore disposto a pubblicare Savana Padana è stato facilissimo: in pochi mesi mi hanno risposto tre editori interessati alla pubblicazione dell’opera, riconoscendola come un romanzo molto interessante. Ma nessuno di questi editori è veneto. I veneti al contrario hanno glissato snobbandolo e sottovalutandone la portata (ricordo che il libro sta avendo un successo che nessuno si aspettava). E così il libro è stato pubblicato da un editore toscano.

G: Finiamo con un pout pourri  di domande un po’ più personali. La tua produzione letteraria prima di “Savana Padana” è rivolta quasi esclusivamente verso la letteratura per l’infanzia – campo nel quale molti grandi scrittori hanno prodotto cose mirabili. Come riesci ad alternare queste due scritture di segno opposto? Ti è capitato di dedicarti, in uno stesso giorno, ad un capitolo di “Savana Padana” e alla conclusione di una fiaba per bambini? In generale, quando e dove scrivi? Condividi con qualcuno i passi intermedi dei tuoi lavori? Quali sono i prossimi progetti in cantiere?

MR: Non mi è mai capitato di scrivere contemporaneamente due storie agli antipodi come possono esserlo un noir ed una fiaba. Mi ci dedico separatamente e  totalmente. Si tratta d codici letterari diversi che necessitano di suggestioni, atmosfere e ispirazioni ben diverse. Scrivo abitualmente a casa, nel mio studio-biblioteca e capita spesso di parlare di ciò che scrivo soprattutto con mia moglie e con alcuni amici. In ogni caso scrivo nel tempo libero, ma non tutti i giorni: prima di iniziare a scrivere ho bisogno di far maturare le storie mentalmente, anche con parecchi dettagli, prendendo appunti ovunque mi trovi ed in qualsiasi momento della giornata. La stesura è una fase successiva, quando sento di avere bene in testa una storia da raccontare con una sorta di capo e di coda, anche se poi molte cose possono comunque cambiare in itinere.

I miei progetti per il futuro sono diversi, sia per Sugarpulp, sia per la mia attività di scrittore. Sto comunque lavorando ad un paio di storie noir secondo me molto interessanti. Vedremo…

Matteo Righetto - Foto di Marco Bergamashi

Matteo Righetto, artefice del Manifesto Sugarpulp, è docente di lettere e scrittore onnigrafo, nel senso che ama esprimersi attraverso i generi letterari più disparati, dalla fiaba per bambini al noir più estremo. Non sopporta la birra calda, il gelato al gusto puffo e non capisce cosa la gente ci trovi di tanto speciale nella Nutella. Per quanto riguarda i suoi testi, con il racconto “Gaudeamus Igitur” (Cleup) è stato finalista del premio Scritti al Bo’ nel 2001. Nel 2006 è stato tra i finalisti del premio letterario Feltrinelli-Santa Margherita, ha pubblicato con Panda Edizioni tre fiabe illustrate nel 2007 e nello stesso anno ha vinto come autore teatrale il concorso Piccoli Palcoscenici promosso da Arteven.
Nel maggio 2009 ha pubblicato il romanzo pulp “Savana Padana” edito da Editrice Zona.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

3 commenti su “Savana Padana – Matteo Righetto

  1. api
    18/12/2009

    interessante proposta…

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  2. api
    18/12/2009

    sai, se ne ha proprio bisogno…di un’occhiata così, considerato quello che, invece, vogliono far passare!
    pensa che sono arrivati sin qui e hanno costituito una sezione sarda della lega 😦
    oramai la strabenedetta sardità lascia spazio a follie di altro ‘continente’…
    buona giornata anche a te, paolo!

    Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 18/12/2009 da in Letteratura, Recensioni con tag , , , , .

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