Grafemi

Segni, parole, significato.

Venite, adoremus

Quando il Natale iniziava a farsi vicino – diciamo i primi di dicembre, poco prima dell’Immacolata, quando si percepiva quel senso di neve ormai alle porte, e si chiedeva ai genitori se era troppo presto, per scrivere la letterina a Babbo Natale, perché si era adocchiato un orso veramente bellissimo, da Testi o da Frigo & Beretta, i regni dei giocattoli, a Padova – proprio in quei giorni che erano sempre più corti e più bui, la nostra maestra, o La Maestra, come la chiamavamo con un certo rispetto, cominciava ad organizzare la recita, la nostra recita di Natale.La mia maestra aveva fatto il Classico, e studiato pianoforte: aveva buon gusto e cultura. Casa sua – capitava spesso che facessimo un salto a trovarla – era su tre piani e sotto aveva una specie di cantina, dove teneva un pianoforte un po’ scordato (pareva di essere sotto acqua, quando lo si suonava) – ricordi di gioventù. Così il punto di partenza delle nostre recite erano le canzoni di Natale, cantate da questo piccolo coro di voci bianche: lei, ci accompagnava con una pianola elettrica, di quelle che sentivi la ventola dentro che soffiava, e noi eravamo lì, in piedi, nei nostri grembiuli bianchi, con le pantofole che mettevamo quando fuori pioveva e si doveva venire a scuola con gli stivali di gomma neri – eravamo un po’ albanesi, a quei tempi, nello stile: si badava al sodo, e poco alle marche dei vestiti.E quel coro di voci innocenti era una preghiera dolce e armoniosa, la voce degli angeli. Fuori – erano gli anni settanta – la gente si inseguiva con le pistole e le molotov; e in Russia e in America si allestivano arsenali sempre più micidiali, pronti a vaporizzare tutti – compresi noi, i bambini che cantavano “Tu scendi dalle stelle” mentre dietro alle finestre – era molto tempo prima dell’effetto serra – nevicava veramente: tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo. Era una preghiera sincera, pura, che facevamo al mondo, convinti che davvero le cose potessero andare meglio, addirittura bene; che la cattiveria fosse qualcosa che si poteva rimuovere, se solo qualcuno l’avesse chiesto con educazione e dolcezza. Ahi quanto ti costò l’averci amato.

La più bella era “Adeste fideles”, in latino – allora a scuola avevamo un crocefisso sopra la cattedra, e si poteva ancora pregare ogni mattina, prima di iniziare e prima di tornare a casa – e le canzoni potevano ancora nominare Gesù Bambino senza che qualcuno si sentisse offeso per questo. Era Natale, allora, un Natale in cui si parlava ancora molto di presepi e poco di regali – c’erano anche quelli, ma non c’erano solo quelli. I negozi tenevano aperto solo la domenica prima di Natale, non tutto dicembre; i festoni comparivano dopo l’8 dicembre, non il giorno dei morti. E noi, in quella aula, in quell’incubatrice di uomini e donne del futuro, sentivamo parlare di un Dio buono e umile che era sceso nel mondo, in una grotta, con un contorno di magia di stelle comete, pecore riverenti, asinelli e buoi pieni di compassione e solidarietà, e re che chinano il capo di fronte ad una creatura piccola come noi, tanto indifesa quanto noi, tanto innocente quanto noi: quanto noi che cantavamo accompagnati dall’organo della maestra, l’uno accanto all’altro, guardando verso l’alto, mentre la nostra voce usciva da quell’aula, saliva tra la neve che scendeva, cercava orecchie pronte ad ascoltare, cuori capaci di capire, di credere nella bontà degli uomini, nella loro possibilità di essere salvati.

“Venite, adoremus” – venite ad adorare il re degli angeli, uomini del mondo – andate, fedeli lieti e trionfanti, perché è nato. Questo è il vero miracolo della religione cristiana: questa nascita magica di Dio, in un luogo che i bambini possono capire ed immaginare, che gli adulti possono ricordare senza dover diventare per forza grandi. La Chiesa, mi pare di capire, punta più sulla Pasqua – è quella la vera festa, quando Cristo risorge – ma ho il sospetto che c’entri qualcosa il fatto che il Papa abbia ottant’anni, e che per questo sia preoccupato più per la propria morte che per la nascita di Dio. Ma la morte si accetta – lo fanno anche i cani vecchi che abbiamo in casa, che ad un certo punto ci guardano con i loro occhi umidi, il muso appoggiato sulla nostra gamba, e ci dicono “sono pronto, ora posso andare, accompagnami verso l’eterno riposo” – mentre il miracolo, quello vero, è nella prima volta in cui si inizia a respirare: lo sanno tutti i papà e le mamme che hanno visto nascere la propria creatura. Così alla Teologia puoi togliere tutto – i Credo e i libri di San Tommaso, i dogmi e i peccati – ed è come togliere pietra grigia da una montagna, un pezzo alla volta. E sai sotto cosa trovi? Un diamante, piccolo, puro, luminoso, capace di illuminare il mondo: è Gesù che nasce in una stalla. La forza del Cristianesimo – la sua forza capace di cambiare l’umanità – sta tutta qui: Dio è un bambino, ed è lui che ci salverà. E se lo capisce anche un ateo come me, se un ateo come me arriva a commuoversi per questo, ogni anno, allora di sicuro esiste qualcosa di molto più grande di quello che riusciamo a capire.

Buon Natale a tutti gli uomini di buona volontà!

Adeste fideles, laeti triumphantes
Venite, venite in Bethlehem
Natum videte, regem angelorum
Venite adoremus, venite adoremus
Venite adoremus, Dominum.

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

13 commenti su “Venite, adoremus

  1. api
    24/12/2009

    …quella scintilla di vita che ti afferra lo sguardo e non ti lascia mai, finchè non si chiudono gli occhi, dentro dea natura.
    ps: anch’io venivo trascinata nelle recite di Natale, nel coro di voci bianche ma, già d’allora, anche la voce era quella da pecorella nera 😦
    auguri, paolo, a te e ai tuoi cari!
    a presto! api

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    • Paolo Zardi
      26/12/2009

      Quando ho letto questo tuo commento, ho pensato forte alla Sardegna. L’ho immaginata la notte di Natale, circondata da un mare buio e silenzioso. Credo che nascere, crescere, vivere in Sardegna sia un’esperienza per certi versi totalizzante – qualcosa di molto meno neutro di essere nati, ad esempio, a Padova – un posto qualsiasi.

      Della Sardegna ho molti ricordi – sono uno dei tanti turisti che ha passato una o due estati là – e il più bello di tutti è un viaggio notturno con la Luna piena, attraverso valli e montagne completamente disabitate. Fossi stato Gesù, avrei scelto di nascere là! 😉

      Un abbraccio, e, con un po’ di ritardo, auguri anche a te e a tutte le persone alle quali vuoi bene!

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    • stupendizia
      31/05/2016

      Spiacente per il tuo credo. Ci sono passata inabissandomi, per tre anni, in una comunità neocatecumenale in cui non si parlava di altro. Due tumori e la morte in bella vista e la curiosità mi hanno convogliata a Mauro Biglino: ” La Bibbia non parla di Dio” ediz Mondadori . Leggilo, se sei intelligente come scrivi ti si aprirà un’altra visione. Ne riparleremo se avrai la voglia di ribaltarti. Biglino lo trovi anche su youtbe video.

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  2. jackpaolo
    25/12/2009

    siamo come veggenti senza un futuro da predire

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    • Paolo Zardi
      26/12/2009

      Immagine molto forte, caro Jack! E già che ci sono, con un po’ di ritardo: auguri!

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  3. Claudio dei Norma
    27/12/2009

    Paolo, ma un Tanti Auguri ar poro gesucristo, non sarebbe stato meglio…?

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  4. dhr
    23/12/2012

    un pezzo magnifico, Paolo.
    ancora auguroni!

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  5. Grazia Bruschi
    28/12/2012

    In questi giorni mi è capitato spesso di rimpiangere il natale di quando ero bambina, poi mi sono convinta che invecchiando il passato ti sembra sempre migliore, ma ho ritrattato e sono tornata all’idea iniziale: il natale era carico di emozioni che oggi non ci sono proprio. così ho fatto l’albero, messo luci, acceso il camino e ho aggiunto tutto ciò che potesse servire per dare la giusta atmosfera alle mie figlie, quell’atmosfera che sa scaldarti il cuore. un po’ di speranza di vita fa bene e tanto. tanti auguri caro Paolo, a te e ai tuoi cari

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    • Paolo Zardi
      12/01/2013

      Cara Grazia, con un po’ di ritardo, ti ringrazio e ricambio i tuoi auguri!
      A presto,
      Paolo

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  6. stupendizia
    10/06/2016

    Mi piacerebbe sapere perchè’ non si legge: Siamo tutti scrittori che non vogliono verificare gli accadimenti segnalati.Non sono veggente, anzi sono come San Tommaso che deve mettere il dito nella piaga. Penso anch’io al futuro, ma quello ipocrita che ci hanno prospettato da duemila anni …Cosa ti costa leggere Biglino e poi rispondere? E’ così facile la strada ovvia: tutte le religioni del pianeta hanno un pecoraio alla ricerca di nuove pecore e, a loro dire, hanno ragione tutti, indistintamente: se poi la verità sta nel rifugio dei momenti incantati dell’infanzia, anche questo è tutto un dire.

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    • Paolo Zardi
      11/06/2016

      Sono ateo e anticlericalie.
      I ricordi dell’infanzia sono dolci per quello che rappresentano, anche nelle loro mistificazioni. La storia di Gesù, che ha almeno 5000 anni nelle sue varie tradizioni, è intimamente bella; la storia della Chiesa è altro.

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  7. stupendizia
    11/06/2016

    Avevo capito male e chiedo scusa. Cinquemila anni sono pochi: ” O Solone, Solone quanto e’ bambina la vostra storia …” Platone ne Krizia. Per questo mi documento da Biglino che , avendo tradotto per innumerevoli volte per le Opere San Paolo la bibbia che abbiamo in casa, si è finalmente stancato e ci dice come sono andate, secondo la bibbia, veramente le cose.

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Questa voce è stata pubblicata il 24/12/2009 da in Ricordi con tag , , .

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In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra. Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.

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