Grafemi

Segni, parole, significato.

Da che parte sto?

Giovedì, mentre aspettavo che il 7 partisse per portarmi al lavoro, me ne stavo seduto con la borsa del pc in braccio, in un seggiolino accanto al finestrino gigante modello In caso di necessità rompere il vetro e pensavo – pensavo non a qualcosa di particolare: diciamo pensiero in surplace, senza contenuti, motore acceso al semaforo, rumore di sottofondo, mera manutenzione, cioè tutto quello che i buddisti cercano di spegnere con la meditazione. Ad esempio: perché a Padova il numero degli autobus è maschile (..aspettavo che il 7 partisse…), e a Milano femminile (tipo: scusi, è passata la 7?)? Da dove, da cosa, si può desumere il sesso di un autobus? (pensiero laterale: dimensioni?)

E mentre pensicchiavo, passando di pensiero in pensiero, senza fermarmi mai, guardavo, con la stessa superficiale profondità dei miei pensieri, una decina di piccioni che, tra le gambe stivalate (mmm…) delle donne che aspettavano un altro autobus, beccavano delle briciole di pane inzuppato nell’acqua piovana – la loro colazione mattutina. E’ risaputo che i piccioni hanno un cervello poco più grande di un chicco di grano; anche senza aprirgli la scatola cranica, come fanno certi studiosi per amore della scienza, lo si può comunque intuire dallo sguardo vacuo, praticamente privo di qualsiasi espressione (e non è un caso che anche nei cartoni animati, come in Bolt o in Uno zoo in fuga, a questi pennuti affidino sempre il ruolo di quelli stupidi). Li guardavo così, con l’occhio disattento di chi fa altro – insomma, non li osservavo, non li scrutavo, non li studiavo: li vedevo, ecco, ma solo perché avevo le pupille rivolte verso quella direzione, e senza alcuna intenzione.

Dopo un po’, però, mi sono reso conto che ad uno di quei pennuti mancavano le dita di una zampa. La cosa, immagino, non deve essere un granché piacevole; e infatti questo colombo saltellava piuttosto vistosamente sul piede sano, ed evitava in tutti i modi di appoggiare a terra quello offeso; e se si dimenticava di farlo, aveva uno scatto di dolore e subito tornava a saltellare su una zampa sola. Quando si chinava per beccare la sua briciola – quando cercava di nutrirsi, per mantenere in vita… per mantenere in vita la sua vita – allora buttava la zampa monca tutta indietro, per bilanciare il busto piegato in avanti. A differenza dei suoi colleghi, non poteva spostarsi senza mettersi, prima, di nuovo dritto – sarebbe caduto – e così, senza volerlo, ha finito per assomigliare ad uno di quei giochini che tanti anni fa erano , probabilmente, al top della tecnologia – cioè a quell’uccello che veniva fissato al bordo di un bicchiere pieno d’acqua, e che dopo continuava ad andare su e giù con la testa, in una specie di moto perpetuo.

Moto perpetuo

E’ stato allora che ho iniziato ad osservare; e a pensare. Quel piccolo, insignificante scarto dalla normalità, ha messo in moto qualcosa. Per un attimo – per un momento fatto di una consistenza, di una profondità completamente diverse – ho sentito che tra me e quell’uccello c’era qualcosa in comune: qualcosa di importante, di serio, di antico, e, sotto sotto, pure un po’ doloroso. I piccioni, quando beccano le briciole, quando si alzano in volo, tutti insieme, per un rumore improvviso, quando evitano una macchina all’ultimo momento, assomigliano ad uno dei giochi telecomandati dei miei figli: impossibile distinguere uno dall’altro. Si procacciano il nutrimento, si mettono in salvo, si riproducono, seguendo regole, o meccanismi, sempre uguali. Programmati dalla selezione naturale, si ricostruiscono in serie da soli, senza mai fermarsi. Per quanto scarsi possano sembrare, sono comunque i vincenti di un processo durato miliardi di anni, che ha fermato tutte le anomalie, e che probabilmente fermerà anche quel piccione zoppo. La sua sopravvivenza è stata messa in gioco da un evento tanto fortuito quanto essenziale: il funzionamento di una zampa è uscita dagli schemi previsti, e gli ha cambiato la vita. Ma in quel tentativo di essere normale (lo zoppo stava insieme agli altri colombi, e continuava a fare le tipiche cose da colombo), c’era una tale dignità, e una tale sofferenza – una sofferenza dignitosa – che dietro, in filigrana, si potevano scorgere, senza grande fatica, anche i segni di una qualche forma di umanità. Un’umanità capace di accendere il più bello, il più incredibilmente potente sentimento di tutti i tempi, cioè quello dell’empatia. L’empatia verso chi soffre. E’ una mia tara, o ce l’abbiamo tutti?

Studi lombrosiani

Qualche settimana fa guardavo con i miei figli curiosi un documentario su due famiglie di ghepardi, una di montagna e l’altra di pianura. Questi felini, i più veloci animali terrestri del mondo, vivono in minuscole comunità matriarcali, costituite da una mamma, abile cacciatrice, e dai suoi cuccioli, che non lasciano il gruppo neanche quando sono diventati grandi, e che finiscono per assomigliare (forse per empatia con noi) ai nostri bamboccioni. Il documentario mostrava le loro imprese, e le loro difficoltà. Ad un certo punto, la madre di pianura attacca un quadrupede più massiccio di una gazzella ma meno grande di uno gnu; nell’attacco, però, qualcosa va storto, perché non riesce ad azzannare la gola della bestia: rimane appesa al suo collo, con le unghie, cercando di convincere la sua preda ad offrirle la giugulare. Mentre andava avanti questa singolare trattativa tra la cacciatrice e la sua vittima, i cuccioli, grandi come la madre, si davano da fare come potevano: uno tentava inutilmente di saltare sulla groppa del gazzellone, un altro cercava di rosicchiare una zampa posteriore, ma riceveva solo calci in faccia. La scena, al di là della ridicolaggine dei bamboccioni, era drammatica per il semplice fatto che c’erano in gioco delle vite: quella della preda soccombente, e quella dei carnivori affamati. Ma perché tifavo per l’erbivoro, che tentava in ogni modo di salvarsi la vita, senza cedere? Perché sentivo le unghie infilate nella pelle, e non l’acquolina in bocca della ghepardessa appesa al collo, e del ghepardino da cento chili che non riusciva a tenere ferma la zampa posteriore del suo pranzo? Ad un certo punto, il colpo di scena: la gazzella, che non si era ancora arresa, fa una mossa improvvisa ed infila un corno lungo mezzo metro nella pancia della mamma. Il dramma si capovolge: si intravedono le zampe lunghe e scomposte del ghepardo agitarsi nel vuoto, e gli scatti potenti della gazzella (tutt’altro che mansueta) che schiaccia a terra, che trascina, che infierisce sul suo aguzzino. I bamboccioni se la sono data a gambe. Dopo qualche secondo, l’erbivoro sfila il suo corno appuntito dal corpo del suo cuoco e se ne va, trotterellando nervoso, e questa volta nessuno ha più il coraggio di seguirlo. La cacciatrice si alza in piedi, con un buco sanguinante largo dieci centimetri tra i polmoni e lo stomaco. Si guarda intorno smarrita, stordita – degli animali stupisce sempre la mancanza di consapevolezza della morte che li sta agguantando: gli occhi delle zebre trascinate sotto acqua dal morso di un coccodrillo guardano ancora verso riva con lo sguardo di una mucca che si avvicina al ciuffo d’erba che le offriamo. Poi il documentario è continuato con una ripresa del corpo rinsecchito della madre, distesa in una posizione tragicamente contorta sotto un albero; un altro ghepardo si avvicina, annusa l’aria, ma non osa arrivare fino al cadavere del suo simile, forse per quella remora che ha salvato i tesori delle piramidi per migliaia di anni. Dunque, il carnivoro aveva perduto, e l’erbivoro si era salvato: dall’alto, un animale era morto, un altro ce l’aveva fatta. Non è che di solito le cose finiscano in modo diverso, tipo con un pranzo per leoni e agnelli a base di seitan; e l’algebra dice, in entrambi i casi, meno uno. Ma perché io, questa volta, ero quasi contento?

La gazzella è un erbivoro mansueto?

Tempo fa, durante la campagna elettorale per le Europee, in un discorso ormai quasi celebre, Berlusconi incitava la sua folla acclamante contro alcuni contestatori, dicendo che “io non sono arrabbiato, prendo atto che loro sono quelli che sono, non è colpa nostra, non è colpa vostra se sono così, dobbiamo renderci conto che sono proprio così: siamo, in una parola, antropologicamente diversi”. Questa frase fece infuriare molte persone; altre, tra le quali mi ci metto anch’io, sorrisero amaramente per l’ingenuità di quelle affermazioni, e per il silenzio imbarazzato della folla plaudente che è calato non appena Berlusconi ha usato una parola che in una trasmissione di Maria De Filippi, o in una pubblicità su Mediaset, raramente si è sentita, cioè antropologicamente. Con il senno di poi, però, sospetto che la sua affermazione sia in qualche modo vera. O almeno: io so che il mio essere di sinistra non è una convinzione politica ma un’attitudine, un modo d’essere, l’essenza stessa del mio carattere – cioè qualcosa che appartiene alla sfera dell’antropologia, più che a quella della sociologia, o delle scienze politiche. Il piccione zoppo, la gazzella aggredita: non ho mai dubbi su quale sia il lato giusto lungo il quale voglio schierarmi. Poi, la Sinistra, concretamente, si attua nei vari D’Alema, Vendola, Bertinotti, Pecoraro Scanio – e Dio solo sa quanto mi faccia male lo spettacolo desolante al quale sono costretto ad assistere; ma sotto, esiste un nocciolo durissimo, antico, profondo, e condiviso, che mi spinge a fermare il mio sguardo sugli erbivori piuttosto che sui carnivori, sul piccione a cui manca una zampa piuttosto che a tutti quelli che di zampe ne hanno due. Sulla donna costretta ad abortire, piuttosto che su quella che si può permettere di non farlo. Su chi deve attraversare il mare in una carretta, piuttosto che su quelli che poi usano mano d’opera a costo zero. Su quelli che chiedono di scegliere quando e come morire, piuttosto che su quelli che dicono che Dio ama il dolore. E così, mentre l’autobus si metteva in moto, e io avevo smesso da qualche minuto di pensicchiare, e mi ero messo proprio a pensare, non ho resistito alla tentazione di cantare, tra me e me, una bella canzone di De Gregori che diceva: ma tu, da che parte stai? Di chi ruba nei supermercati, o di chi li ha costruiti rubando?

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

5 commenti su “Da che parte sto?

  1. api
    26/12/2009

    dimmelo tu cos’è…se non empatia, essere arrivata sino alla fine, nel leggerti partigiana-mente sorridente?
    ci voleva, pà, ci voleva 😉
    api

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  2. Peppermind
    29/12/2009

    Che pezzo sontuoso… mi sono anche un po’ commosso, a tratti.
    E sto dalla tua parte, mi sa.
    Empatia per chi le prende, almeno solitamente.

    p.s. i tram, a Milano, sono maschili… l’1, il 33… mentre gli autobus femminili, forse perché un tempo erano “corriere”, mia nonna diceva “prendi la corriera?”, non l’autobus.
    La metropolitana è strana… femminile se denominata (la rossa, la uno, la verde, la due), ma spesso maschile se solo concettualizzata (prendi il metrò?), ma anche femminile (prendi la métro, notare la differenza di accento con metrò).

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  3. Elle
    29/12/2009

    A me questi tuoi pensieri non sembrano affatto laterali, anzi li trovo molto centrali, oltre che centrati.
    Mi piace molto come osservi lo spazio e la vita che si muove attorno a te, era già capitato con le foglie gialle di un altro post, ma qui hai spaziato alla grande, zoomando e sfocando esattamente dove serviva.
    Abilità non da poco che io considero alta scuola perché di esprimere così tanti concetti partendo da un piccione… io no, non ce l’avrei mai fatta, nemmeno sotto doping.
    E poi mi chiudi con quella chicca di De Gregori!
    Insomma se mi permetti di usare una licenza… ehm… poetica… sono antropologicamentecolpita!

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  4. api
    01/01/2010

    pà…so di essere ‘fuori tema’, ma, davvero,,,da che parte stai?!
    in modo più chiaro…DOVE sei finito?!
    api

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    • Paolo Zardi
      03/01/2010

      Ciao Api, grazie per essertelo chiesto! 😉
      Ero in Slovenia, in vacanza con la famiglia, senza Internet e senza telefono: relax pieno e completo. Sono tornato questa sera, e domani – mi sembra ancora impossibile – torno al lavoro…

      Già che ci sono: buon anno!!!
      Pablito

      Mi piace

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Questa voce è stata pubblicata il 26/12/2009 da in Politica, Scrittura con tag , .

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