Quando ero un omosessuale

Nel 1999, finita una storia d’amore durata 13 anni, ho sentito la necessità di cambiare vita.

Cambiare vita, significa anche cambiare città. Così, quando mi si è presentata l’occasione, sono andato a vivere a Milano, che, vista da Padova, sembra quasi un posto importante. Ho parlato delle mie intenzioni ai miei colleghi, che erano anche i miei migliori amici, e uno di loro mi disse: “Vengo anch’io”.

Prima di allora, non avevo mai vissuto con persone diverse dai miei famigliari – è il rovescio di avere un’Università vicino a casa – mentre il mio collega veniva da una lunga esperienza di convivenze universitarie. Perciò, dopo aver detto “Vengo anch’io”, aggiunse: “Sai che questo fatto potrebbe cambiare la nostra amicizia? Irreversibilmente? Convivere è diverso da qualsiasi altra cosa…”
“Correremo questo rischio” – gli risposi – “Siamo entrambi piuttosto accomodanti, e troveremo un equilibrio”

Per la casa, ci organizzammo per telefono: chiamai un’agenzia, descrissi le mie necessità, mi diedero un po’ di indirizzi, e alla fine scegliemmo un appartamento dalle parti di Via Padova. Il mio collega andò a vederlo, e firmò.

Poche settimane dopo, partii alla volta di Milano, per andare a vivere in una casa che non avevo mai visto, con una persona che conoscevo da poco più di un anno, in una città nuova. Il cambiamento, in effetti, c’era stato.

L’appartamento era stato di proprietà di un ragioniere – ora morto – che in vita aveva raccolto, in giro per il mondo, i souvenir più pacchiani di ogni posto visitato: la Tour Eiffel con le lucette, una Madonna di conchiglie di non so quale esotica località del centro America, una piramide-accendino, un orso canadese che apriva i tappi delle bottiglie con il buco del culo, decine di bottigliette di acqua di Lourdes, che sbucavano inaspettatamente dai cassetti, come liquidi fantasmi.

La prima notte dormii nel letto del morto, sorvegliato da una madonnina con il berretto azzurro e lo sguardo trasparente, sotto un enorme lampadario: un lampadario di conchiglie, ovviamente.

Pochi giorni dopo, fui contattato dalla proprietaria, una milanese sui cinquantacinque anni, molto per bene e molto educata. Dovevamo vederci per parlare di alcune pratiche da sbrigare. Il mio collega non mi aveva ancora raggiunto – per cui andai io: io che di pratiche e carte non ne capisco assolutamente nulla.
Ci incontrammo nella casa del ragioniere – che ora era casa mia. La signora, con il marito, iniziò a spiegarmi di adempimenti da fare in Comune, dichiarazioni da rendere ai vigili, di disdette di bollette e altri atti di burocrazia fuori da ogni mia possibile comprensione. Mentre parlava, pensai: ma il mio collega, tutte queste cose, le ha già fatte! Perché perdere tempo così?
Quindi dissi, con la mia faccetta sorridente e gentile: “Che ne dice se la settimana prossima sente il mio collega? E’ lui, l’uomo di casa.”
Silenzio. Solo il rumore dell’autobus che sotto casa apriva le porte, le richiudeva, e poi ripartiva. I due che si guardano, mi guardano, deglutiscono, poi: “Nessun problema. Parleremo con il suo… compagno?” dove il punto di domanda era soprattutto sul termine da usare per indicare la persona della quale ero improvvisamente diventato la moglie.

Fu così che nei mesi successivi io fui omosessuale – ma solo per questa signora. La quale, ad onor del vero, fu sempre molto rispettosa e gentile. Ogni tanto mi chiamava e mi chiedeva come andava il mio soggiorno milanese. Poi, la solita domanda: “E ingegnere, mi dica, come sta il suo… compagno?”. Avrei voluto dirle che si sbagliava, che non era così, che non c’era una storia d’amore tra noi due. Ma sarebbe stato ancora più imbarazzante. Accettai questo mio nuovo stato civile, e puntualmente rispondevo: “Il mio compagno sta bene, grazie. Presto ci sposeremo”.

Poi le cose cambiarono. Il mio futuro marito decise di tornare a Padova, lasciandomi: fui io a dover dare la notizia alla signora. Lei si dimostrò molto dispiaciuta. Mi chiese: “C’era qualcosa che non andava?” e io “Milano è una città troppo grande, per lui: ha preferito tornare alla quiete della provincia” lasciando intendere che invece io amavo la vita – anche quella notturna – di Milano.
“E ora?”
“Domani è un altro giorno”, risposi come Rossella O’Hara, spostando i capelli all’indietro, con un gesto anni trenta.
Lei si commosse, e mi augurò tante buone cose.

Poi anch’io me ne andai dalla casa del ragioniere. La chiamai per dirglielo. E le svelai che stavo andando a vivere con la mia ragazza – Dunja, che l’anno dopo sarebbe diventata mia moglie – in un altro appartamento. Lei fu perplessa – forse pensò: “Non ci sono più i gay di una volta”, ma mi fece comunque le congratulazioni. Da allora, non l’ho più sentita. E io, ho smesso di essere un omosessuale.

Tutta questa storia non ha molto senso, no? Oppure uno, nascosto, ce l’ha: le persone, sono un po’ meglio di quello che si è soliti pensare.

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