Grafemi

Segni, parole, significato.

L’amore, l’inesauribile fonte del dolore

Chissà se un giorno si arriverà a scoprire il motivo per il quale l’amore e il dolore sono due sentimenti, così indissolubilmente legati – a scoprirlo da un punto di vista scientifico, medico, o filosofico, intendo… perché è innegabile che amore e dolore (cioè eros e thanatos in senso lato) facciano rima non solo nel mondo delle parole ma anche nelle nostre vite: è una certezza che si acquisisce per esperienza diretta, tramite il metodo galileiano degli esperimenti.
L’amore, l’amore che invade i nostri giorni e le nostre notti, spingendo il margine dei sogni verso la mattina, e il desiderio fremente della luce fino alle ore più scure, che scrive con il fuoco il nome della persona amata sulla carne viva, che toglie il fiato – quella mano che stringe le nostre viscere, e non le molla. L’amore che non si stacca, che non ci lascia stare: ecco un ragazzino di sedici anni con la testa tra le mani, che non dorme più la notte perché una ragazzina di quindici anni l’ha appena lasciato; ecco il settantenne che impara ad usare gli SMS per poter continuare a ripetere ad una donna conosciuta per caso “senza di te la mia vita non ha più senso”; ecco un uomo adulto, rispettabile padre di famiglia, rappresentante di classe di tutti e tre i suoi figli, che si sveglia la mattina pieno di un desiderio fedifrago che continua a tormentarlo per tutto il giorno, senza che lui sia capace di spiegarsene il motivo. Amore, dolore: continuano a sgorgare dal profondo del cuore palpitante, in misura sempre uguale.

E non è un caso che il mondo delle musica leggera abbia intuito, fin dalle sue origini, che l’unico argomento in grado di appassionare tutti allo stesso modo (arrivare al cuore di ogni singola persona fa parte della definizione stessa di pop: qualsiasi musica che si occupi d’altro appartiene ad un altro genere) è proprio questo legame dolce, e allo stesso tempo cruento. E’ per questo che l’amore è diventato la sorgente inesauribile delle canzonette: amore, dolore, amore, dolore, amore, dolore. Molti si sono avvicinati a questa fonte con poco o nessun talento, e hanno trasformato il mistero più profondo della nostra vita in una sequenza di filastrocche, dove l’unica abilità consiste nello spostare parole già sentite in una nuova sequenza. Alcuni, invece, hanno saputo ascoltare con orecchie diverse questo dolce, sinuoso lamento, trasformandolo in arte. In Italia, io, di questi talenti, ne riconosco due: uno è Fabrizio De André, la cui fama, e la cui importanza è via via cresciuta; l’altro è Sergio Endrigo, al quale il destino – o forse non solo quello – hanno assegnato un declino sempre più grigio e silenzioso, tanto che la sua morte è passata praticamente in un assordante silenzio.

Eppure Sergio Endrigo è stato, assieme a De André, il migliore autore italiano di canzoni; e, più di De André, il migliore autore italiano di canzoni d’amore. Nessuno come lui ha saputo cogliere l’essenza di questo sentimento, e il suo profondo, indissolubile legame con il dolore. Perché le sue canzoni non sono rimaste impresse nell’immaginario collettivo? Erano troppo raffinate? Troppo delicate? O lui non possedeva il phisique du role per fare il cantautore? In ogni caso, chiunque si avvicini con un po’ di pazienza alla sua vasta ed eterogenea produzione, e lo farà con delicatezza, ed intelligenza, si troverà di fronte ad una delle opere pop più belle e più articolate che siano mai state scritte. Il suo era un talento poetico assoluto: non possedeva la potenza espressiva di De André, ma rispetto a lui aveva una tavolozza molto più ampia, e con una quantità di mezze tinte quasi illimitata.

Fortunatamente, capita che ogni tanto qualcuno si ricordi di Sergio Endrigo; Franco Battiato, ad esempio, ha cantato tre sue canzoni nei due album di cover Fleurs e Fleurs 2; in quest’ultimo, la canzone che ha scelto, e che ha interpretato nel migliore dei modi possibili, è “Era d’estate”, una canzone del 1963, un piccolo teorema perfetto sulla fine di un amore lungo un anno: la luce della prima estate, ormai lontana, passata insieme, giorno e notte; la malinconia dell’autunno che ha spento i sorrisi; l’addio pieno di lacrime nell’estate successiva. Tramite l’alternarsi delle stagioni, e le vaghe indicazioni temporali (“tanto tempo fa”, “poco tempo fa”), Endrigo intaglia un minuscolo diamante luminoso, del quale la versione pulitissima di Battiato esalta la bellezza.

Era d’estate, e tu eri con me,
Era d’estate, tanto tempo fa:
Ora per ora noi vivevamo
Giorni e notti felici senza domani.

Era d’autunno, e tu eri con me,
Era d’autunno, poco tempo fa
Ora per ora, senza un sorriso,
Si spegneva l’estate negli occhi tuoi.

Io ti guardavo e sognavo una vita
Tutta con te,
Ma i sogni belli
Non si avverano mai.

Era d’estate, e tu eri con me,
Era d’estate, poco tempo fa:
E sul tuo viso lacrime chiare
Mi dicevano solo addio;

Mi dicevano addio,
soltanto addio.


Ogni canzone che Endrigo scriveva, avveniva un’estensione del dizionario popolare che descrive i sentimenti. Non era un autore sperimentale nel senso stretto del termine, ma ogni sua canzone cercava una nuova strada per esprimere la potenza del legame indissolubile tra l’amore e il dolore. “La prima compagnia”, “Viva Maddalena”, “Mani bucate”. E sfogliando virtualmente la sua opera, si continua ad imbattersi in gioielli che nessuno conosce più; “Lontano dagli occhi”, ad esempio, presenta uno degli inizi più struggenti di tutta la storia della musica italiana:

Che cos’è?
C’è nell’aria qualcosa di freddo
Che inverno non è…
Che cos’è?
Questa sera i bambini per strada
Non giocano più.

Il dolore dell’amore – un pugnale conficcato in un cuore sanguinante – è fatto di una sostanza universale, ed arriva così ad estendersi fino ad inglobare il mondo intero. Come fossero partecipi al male che spegne la vita di chi è stato lasciato, persino i bambini per strada hanno smesso di giocare: non esiste, in nessuna canzone italiana, un’immagine più tenera, e violenta, e straziante, e implacabile allo stesso tempo, di questa.

Oppure, chi ha saputo rendere in modo così preciso, e struggente, il disincanto di un amore infelice?

Sopra le nuvole c’è il sereno,
Ma il nostro amore
Non appartiene al cielo.
Noi siamo qui,
Tra le cose di tutti i giorni,
Di giorni e giorni grigi.

e ancora:

E’ una vita impossibile,
Questa vita insieme a te:
Tu non ridi, non piangi,
Non parli più,
E non sai dirmi perché.

Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine. Mi fermo qui. Anzi, no. Ancora una. Endrigo e il suo fedele arrangiatore Bacalov ripresero una vecchia romanza argentina per pianoforte e soprano, composta da un certo Gustavino, con testo scritto da Raphal Alberti, e la  trasformarono in una canzone semplicissima e quindi, come accadeva per la maggior parte delle canzoni di Endrigo, perfetta.

La canzone, intitolata “La colomba”, parla di una colomba che ha perso ogni punto di riferimento: confonde il nord con il sud, il grano con l’acqua, il mare con il cielo; aveva caldo, e c’era la neve. Accompagnata da una bellissima melodia, ogni strofa aggiunge un’iperbole ulteriore per aggiungere un altro tassello alla pazzia della colomba – fino alla frase finale, che è l’obiettivo di tutta la canzone: la colomba scambiò il tuo cuore per la sua casa, ma si sbagliava. E il dolore dell’amore, forse, sta tutto in questo piccolo, folle errore.

Ma si sbagliò la colomba,
Ma si sbagliava
Cercava il nord, ma era il sud
Pensò che il grano era l’acqua
Ma si sbagliava
Pensò che il mare era il cielo
E la notte la mattina
Ma si sbagliava
Ma si sbagliava
Vedeva stelle era rugiada
Aveva caldo, c’era la neve
E si sbagliava
Perché credeva
La tua gonna, la tua blusa
Il tuo cuore, la sua casa
Ma si sbagliava
Ma si sbagliava

Pensò che il mare era il cielo
E la notte la mattina
Ma si sbagliava
Ma si sbagliava

Vedeva stelle era rugiada
Aveva caldo, c’era la neve
E si sbagliava
Perché credeva
La tua gonna, la tua blusa
Il tuo cuore, la sua casa
Ma si sbagliava
Ma si sbagliava

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Informazioni su Paolo Zardi

Nato a Padova, sposato, due figli, ingegnere, nel 2010 ha pubblicato, con la Neo, una raccolta di racconti dal titolo "Antropometria", nel 2012 il romanzo "La felicità esiste" per Alet Edizioni; quindi una seconda raccolta di racconti per la Neo, "Il giorno che diventammo umani" nel 2013, arrivato alla quarta ristampa e il romanzo breve "Il signor Bovary" per Intermezzi, nel 2014. Ha partecipato a diverse antologie di racconti tra il 2008 e il 2015. Nel 2015 sono usciti il romanzo "XXI secolo" per Neo edizione (finalista allo Strega, al premio Simbad, a "Scrivere per amore" e al Premio Letterario "Città di Moncalieri") e il romanzo breve "Il principe piccolo" per Feltrinelli Zoom. Sempre nel 2015 ha curato l'antologia "L'amore ai tempi dell'apocalisse" per Galaad edizioni. Ultimamente, è molto stanco per un lavoro che non gli dà tregua.

7 commenti su “L’amore, l’inesauribile fonte del dolore

  1. Claudio dei Norma
    12/01/2010

    Buongiorno Paolo Graffemeridi del cuore.
    Anch’io come te latito, come LaTitina e TinTin, come L’Uomo Di Latta TinMan ancora cerco il cuore e mi allontano senza capire e occuparmi del mondo attorno. Per cui stavolta non posso non partecipare, musica e sentimenti sono un richiamo a cui non so resistere. Amori finiti… vogliamo parlarne?
    Provo a non correre ma i mie pensieri sono già arrivati alla fine del commento. Calma, Claudio, calma.
    Non citi Mina e i suoi collaboratori. Che poi collaboratori è un pò riduttivo, a volte i parolieri facevano l’ottanta percento dell’opera. No, bugia, MINA faceva l’opera. D’arte. Ma non nomini lei bensì Sergendrigo.
    Non mi è mai piaciuto ma riconosco la grandezza di quel che scriveva. Parlo dei testi. Per forza, chi potrebbe negarlo? Però musicalmente era troppo lontano da me e con un tono di voce insopportabile alle mie orecchie, gn’a facevo e gn’a faccio, niet, nada, nein, non ve n’è. Bravo sì ma non mi ha mai fatto vibrare.
    Ovviamente il mio rispetto per la sua memoria e la sua storia, le sue canzoni e l’importanza che ha avuto nella Storia Della Musica Italiana non si mette in discussione.
    Riguardo Battiato, a me sta serenamente sul cazzo, per cui evito accuratamente di parlarne. Se avesse continuato con la contemporanea non avrebbe fatto un soldo di danno.
    Ti propongo una canzone d’amore che a me piace, di qualche anno fa, Senza Te di Dj Gruff featuring Giuliano Palma, con cui condivido la passione per i nostri Bull Terrier. Marvin è venuto a mancare qualche anno fa, ora starà scorrazzando dietro qualche bella bulla oltre il Ponte dell’Arcobaleno. A proposito di amori perduti.
    Questo il brano

    e questa la strofa di Gruff che trovo enorme e molto vicina.

    Ho perso l’attimo
    Non ho più modo di tornare indietro
    Manco se ne parla
    Resta solo polvere, devo mangiarla
    Vorrei saperne di più vorrei capire
    Vorrei arrivare in fondo a ‘sta faccenda
    Ma potrei impazzire
    Tu sei gentile, ma il tuo sorriso è finto
    Non mi ha convinto
    Se ti conosco bene è perché t’ho dipinto
    Ora il tuo sguardo non fa più i miei giorni
    Non puoi viziarmi
    E non potrai incantarmi
    Non cercarmi, non odiarmi
    Io t’amo, tu m’ami
    Anche se so che mi è difficile
    Pensare di stare senza te domani.

    Perdona la solita tirata, non ho il dono della sintesi.
    Mai avuto.
    Anche con le donne.
    Forse per questo resto solo, ho sempre un tempo diverso da quello giusto.
    Un abbraccio.

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    • Paolo Zardi
      12/01/2010

      Battiato: mi piaceva nell’era del cinghiale bianco, e su bandiera bianca; non ho mai sopportato invece le sue canzoncine didascaliche sulla filosofia, e non ho mai capito come abbia potuto essere preso sul serio per tanto tempo. Ma ha una voce meravigliosa (tranne quando canta in francesce, che sembra Totò davanti al Duomo), e le sue cover è stato come spolverare diamanti coperti dalla polvere.
      Sulla voce di Endrigo, c’è un primo periodo, primi anni sessanta, in cui cantava come in cantanti degli anni sessanta. Poi, si è staccato da quel genere; ho un disco dal vivo del 1970, o giù di lì, in cui finalmente la sua voce è asciutta e priva di qualsiasi richiamo alla canzone classica italiana. Lo puoi sentire con le tue orecchie:

      1962 (in studio): http://www.youtube.com/watch?v=XVIsY1R3iGw

      1970, live (registrazione pessima, ma è quella a cui ho sempre pensato): http://www.youtube.com/watch?v=XBWEpkB6pQI

      (tra l’altro le parole di questa canzone sono tra le poche che sono a memoria, da un tempo immemorabile:
      Se passate da via Broletto
      Al numero 34
      Toglietevi il cappello e parlate sottovoce
      Al primo piano dorme l’amore mio
      È tanto bella la bimba mia
      E giura sempre di amarmi tanto
      Ma quando io la bacio
      Lei ride e parla d’altro
      O mangia noccioline

      Troppe volte mi lascia solo
      E torna quando le pare
      E poi mi guarda appena non dice dov’è andata
      Tante volte penso di lasciarla
      Io vorrei ma non posso andare
      E’ la mia croce la mia miseria
      Ma è tutta la mia vita
      Per me è tutto il mondo
      È tutto quel che ho

      Se passate da via Broletto
      Al numero 34
      Potete anche gridare fare quello che vi pare
      L’amore mio non si sveglierà
      Ora dorme e sul suo bel viso
      C’è l’ombra di un sorriso
      Ma proprio sotto il cuore
      C’è un forellino rosso
      Rosso come un fiore

      Sono stato io
      Mi perdoni Iddio
      Ma sono un gentiluomo
      E a nessuno dirò il perché
      A nessuno dirò il perchè).

      Mina, invece, mi è piaciuta, ma trovo che il suo progetto ccorrente sia una lunghissima, eterna minestra riscaldata: come vedi, il mondo è bello perché ognuno ha un parere diverso. 😉

      Le parole della canzone che scrivi qui, invece, sono davvero belle… Non la conoscevo, questa canzone…

      Un abbraccio, Claudio, e a presto!

      Mi piace

    • Paolo Zardi
      12/01/2010

      ps e c’è poi un Endrigo meno conosciuto, lontano dal palco di Sanremo, che ha prodotto cose bellissime, e coraggiose. Una di queste è “La prima compagnia”, una canzone dedicata ad una puttana:

      Se c’è chi ha tanto dato e poco ha avuto
      Tu non sei certo amica mia
      Io questa sera bevo alla salute
      Della mia prima compagnia

      Voglio parlare dell’amore
      Proprio di quello che ho pagato
      In questa vita tanto avara
      Si paga tutto e ben pesato

      Amore facile di un’ora
      Dove non giochi la tua vita
      C’è un po’ di gioia e mai dolore
      Chiudi la porta ed è finita

      Io sono un uomo e non un santo
      A volte mentivo una carezza
      Allora era gratuito e non mi vanto
      Anch’io cercavo tenerezza

      Poi si parlava in confidenza
      Di vecchie storie di famiglia
      Di cose tristi e di violenza
      Di chi dà niente e tutto piglia

      Non ho vergogna né rimpianti
      Non ho domande né risposte
      Ho perso i giorni e sono tanti
      Ma li ricordo e tanto basta

      La cosa valeva ben la spesa
      E la paura e il pentimento
      La sera gli altri chiusi in casa
      E noi andando contro il vento

      Ma quando le incontro per la strada
      Mi fanno un poco di tristezza
      E penso sempre a dove cade
      Il fiore della giovinezza

      Se c’è chi ha tanto dato e poco ha avuto
      Tu non sei certo amica mia
      Io questa sera canto e la saluto
      Quella mia prima compagnia

      Oppure questo pezzo, quasi struggente, sulle lotte partigiane, e quello che è venuto dopo:


      Andava per i boschi con due mitra e tre bombe a mano
      La notte solo il vento gli faceva compagnia
      Laggiù nella vallata è già pronta l’imboscata
      Nell’alba senza sole eccoci qua
      Qualcuno il conto oggi pagherà
      Andava per i boschi con due mitra e tre bombe a mano
      Il mondo è un mondo cane ma stavolta cambierà
      Tra poco finiranno i giorni neri di paura
      Un mondo tutto nuovo sorgerà
      Per tutti l’uguaglianza e la libertà

      In soli cinque anni questa guerra è già finita
      È libera l’Italia l’oppressore non c’è più
      Si canta per i campi dove il grano ride al sole
      La gente è ritornata giù in città
      Ci son nell’aria grandi novità
      E scese dai suoi monti per i boschi fino al piano
      Passava tra la gente che applaudiva gli alleati
      Andava a consegnare mitra barba e bombe a mano
      Ormai l’artiglieria non serve più
      Un mondo tutto nuovo sorgerà
      Per tutti l’uguaglianza e la libertà

      E torna al suo paese che è rimasto sempre quello
      Con qualche casa in meno ed un campanile in più
      C’è il vecchio maresciallo che lo vuole interrogare
      Così per niente per formalità
      Mi chiamano Danilo e sono qua
      E vogliono sapere perché come quando e dove
      Soltanto per vedere se ha diritto alla pensione
      Gli chiedono per caso come è andata quella sera
      Che son partiti il conte e il podestà
      E chi li ha fatto fuori non si sa
      E chi li ha fatto fuori non si sa

      Se il tempo è galantuomo io son figlio di nessuno
      Vent’anni son passati e il nemico è sempre là
      Ma i tuoi compagni ormai non ci son più
      Son tutti al ministero o all’aldilà
      Ci fosse un cane a ricordare che

      Andavi per i boschi con due mitra e tre bombe a mano…

      Ce ne sono a decine – non voglio annoiarti, ma me li ritrovo così, sulla punta della lingua:


      Il treno che viene dal sud
      Non porta soltanto Marie
      Con le labbra di corallo
      E gli occhi grandi così
      Porta gente gente nata tra gli ulivi
      Porta gente che va a scordare il sole
      Ma è caldo il pane
      Lassù nel nord

      Nel treno che viene dal sud
      Sudore e mille valigie
      Occhi neri di gelosia
      Arrivederci Maria
      Senza amore è più dura la fatica
      Ma la notte è un sogno sempre uguale
      Avrò un casa
      Per te per me

      Dal treno che viene dal sud
      Discendono uomini cupi
      Che hanno in tasca la speranza
      Ma in cuore sentono che
      Questa nuova questa bella società
      Questa nuova grande società
      Non si farà
      Non si farà

      o questa dedicata a Che Guevara:


      Era mezzogiorno e prigioniero
      Aspettavi che si fermasse il mondo
      Fuori c’era il sole e caldi odori
      E parole antiche di soldati
      Forse vedevi la tua gente
      Cuba viva sotto il sole
      La sierra che ti ha visto vincitore
      Addio addio
      Chi mai ti scorderà
      Addio addio
      Anch’io ti ricorderò

      Era mezzogiorno in piena notte
      E gli uomini di buona volontà
      Tutti si guardarono negli occhi
      Poi ognuno andò per la sua strada
      E’ troppo tardi per partire
      Troppo tardi per morire
      Siamo troppo grassi comandante
      Addio addio
      Chi mai ti scorderà
      Addio addio
      Anch’io ti ricorderò

      Era mezzogiorno e tu non c’eri
      Un bambino piangeva nel silenzio
      Fuori c’era il sole e caldi odori
      E parole antiche di soldati
      Oggi ti ricorda la tua gente
      Cuba viva sotto il sole
      La sierra che ti ha visto vincitore
      Addio addio
      Chi mai ti scorderà
      Addio addio
      Anch’io ti ricorderò

      Mi fermo qui, perché sento che mi sto arrabbiando… come è possibile che un autore di questa levatura sia stato praticamente cancellato dalla memoria di tutti?

      Mi piace

  2. api
    12/01/2010

    questa è un’altra espressione d’amore…credo che piacerà ad entrambi! 😉

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    • Paolo Zardi
      12/01/2010

      Ho passato la mia infanzia ad ascoltarla. Un capolavoro di semplicità e tenerezza…

      Mi piace

  3. api
    13/01/2010

    la continuo a cantare, sempre con molto piacere…e non fu la sola che Endrigo dedicò ai bambini!
    quelle che tu ricordi le conosco, paolo…per questo passai la vita a far sempre la tristemalinconicandante, ma non me ne pento! ciao, api

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  4. antonio
    22/02/2010

    ciao, ho letto i vs commenti e mi sono reso conto della vs competenza. Cercavo alcuni brani degli anni 70 ma purtroppo di alcuni non conosco titolo ed autore ma soltanto stralci di ritornelli o strofe. Posso contare sul vs aiuto per rintracciarli?

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