Ombre grigie

Mi capita sempre più spesso. Sono da qualche parte, conosco qualche persona interessante, e tac, l’inevitabile domanda: sei il fratello di Alberto? Mi è successo, ad esempio, al Salone del Libro di Torino, l’anno scorso – una traduttrice di McCarthy. Qualche giorno fa, la stessa cosa, con un attore di teatro. E sei o sette mesi fa, alla presentazione di un libro di Morozzi, lo scrittore che lo presentava, Heman Zed, mi dice: ma lo sai che io e tuo fratello facevamo i DJ nella stessa discoteca, venti anni fa?
Per anni, io e Alberto ci siamo divisi i compiti figliali: lui, era quello che creava casini e preoccupazioni, quello che veniva bocciato, quello che si vestiva da dark, che si pettinava i capelli dritti, che tornava a casa alle quattro del mattino; io, invece, mi sono occupato di dare tutte le soddisfazioni che i genitori pretendono dalle loro creature, tipo andare bene a scuola, pettinarsi con la riga in parte, leggere Il Sole 24 ore a vent’anni, cose di questo tipo. Ma guardando la situazione da un punto di vista meno parentale, e più obiettivo, le nostre due vite potrebbero essere descritte così: lui era quello che viveva, io quello che assisteva alla propria vita.
Le cause sono state molte. E sono durate parecchio. Ho vissuto una decina di anni in apnea. Per fortuna, a 30 anni, ho conosciuto la ragazza che sarebbe diventata mia moglie, e le cose sono cambiate. Per la prima volta, qualcuno mi ha detto: sii quello che ti senti di essere. Era tardi per pettinarsi i capelli dritti, o per vestirsi in modo un po’ inconsueto, ma ho potuto coltivare, per la prima volta nella mia vita, la mia passione per la letteratura e per la scrittura. Piano piano, ho recuperato il tempo perduto: ho avuto il tempo per scrivere, ho letto parecchio, ho pubblicato qualcosina, e ho iniziato a conoscere tutte le persone che Alberto, mio fratello, aveva già conosciuto anni prima –- ne ho seguito le tracce a ritroso, come si vede in certi film dove un tizio cerca qualcuno, e ovunque vada trova un indizio. Ecco, come quando il personaggio principale di Fight Club cerca Tyler Durden.
In realtà, anche la mia giovinezza conobbe, per un certo periodo, il desiderio di qualcosa di diverso dalla serietà. Ero ancora al Liceo, e non ero del tutto inquadrato. Seppure l’ambiente del Liceo nel quale studiavo fosse piuttosto serio -– possibile che la gente per bene fosse capitata tutta nella mia classe? – c’era, a cercarlo bene, un po’ di fermento: a dire il vero, più nei professori che negli studenti, e quando le cose vanno in questo modo, non c’è mai da essere allegri. L’insegnante di Italiano provò a trascinarci nell’avventura del Teatro, ma la cosa morì quasi subito: durante un’assemblea del Consiglio d’Istituto, alla quale io assistetti in qualità di rappresentante degli Studenti, l’idea di consentire ai ragazzi di seguire un corso che consentisse loro di mettere in scena un’opera teatrale sembrò del tutto fuori luogo. Io litigai con il professore di Matematica, e lui, poi, me la fece pagare. Ma sono storie da Liceo, queste, e a ricordarle, non so perché, mi viene un po’ di tristezza.
Dopo che il Teatro fu cassato, non mi diedi per vinto. Trovai, da qualche parte, una locandina dove si parlava di una scuola di Cinema: in fondo, le cose erano cambiate, dai tempi di Shakespeare. Cioè, la settima arte non era diventata, da un po’ di anni a questa parte, il Cinema? E io volevo fare il Cinema. Avete presente quando chiedete ai bambini senza denti, ““ma tu, da grande, cosa vorresti fare?””, e quelli ti dicono “il poliziotto”, o “l’astronauta”.. be’, ecco, io rispondevo sempre ““il regista!””. Era un piccolo sogno d’infanzia, una di quelle cose che ti porti dentro da sempre, e non sai perché. Dovevo provare a seguire quel corso. Ma i posti erano limitati. C’era una selezione da superare. Si doveva mandare la richiesta, con le motivazioni, e si doveva fare un colloquio. Che motivazioni avevo?
Sospettai che il fatto che a sei anni volessi fare il regista non bastasse. Ma oltre a questo, cosa sapevo io del Cinema? Guardavo i film, e alcuni mi piacevano davvero molto, ma non avevo nessuna idea di come avrei potuto convincere qualcuno che ero proprio io la persona più adatta a seguire quel corso. Ad un certo punto, l’illuminazione: il grande Cinema, quello che raccontava storie, era morto, seppellito dalla potenza espressiva dei videoclip che Videomusic, e DJ Television, e MTV, iniziavano a trasmettere anche in Italia. Quello, era il futuro: la lirica contrapposta alla prosa. I film, scrissi, sarebbero diventati sempre più corti, e sempre più intensi, e sempre meno strutturati, e sempre più poetici. Ormai la gente era abituata a vedere clip a montaggio frenetico. La pubblicità aveva cambiato il modo di percepire il mondo. E via dicendo. Li avrei convinti?
Mi chiamarono per il colloquio. La sede era una specie di ufficio che il Comune aveva destinato alle attività rivolte ai giovani; e in effetti, di giovani là ce ne erano tanti. Avevano i capelli lunghi, gli orecchini – – quando ero giovane io, gli orecchini erano ancora visti come una forma di contestazione, seppure contenuta – ed erano tutti amici tra loro. Io, mi ricordo, ero solo. E forse un po’ fuori luogo. Quando fu il mio turno, entrai in una stanza piena di finestre -– sembrava di essere in un negozio. Sul tavolo avevano quello che avevo scritto. Il tizio davanti, che probabilmente era il regista che avrebbe organizzato il corso, sembrava imbarazzato quanto me. In fondo, se fai Cinema, è probabile che ti piaccia stare dietro ad una cinepresa, o in sala montaggio: non in un Ufficio Giovani a parlare con giovani aspiranti registi. Parlammo un po’. Mi chiesero di spiegare meglio il mio punto di vista. Io iniziai con tutta la mia pappardella. Dietro al mio interlocutore, c’erano altre persone, che un po’ ascoltavano e un po’ chiacchieravano tra di loro. Io, emozionato, cercavo di ripetere le mie idee: il grande Cinema è morto, stiamo andando verso nuove forme di espressione… Uno di quelli che erano dietro, il più vecchio, un uomo secco sulla settantina, ad un certo punto alzò una mano, per richiamare l’attenzione, e siccome il tizio che mi interrogava non aveva gli occhi sulla nuca, dovette anche schiarirsi un po’ la voce. Ci fermammo. Il vecchio, tenendo il viso un po’ sghembo, chiese: ““Che cos’è questa cosa della fine del Grande Cinema?””
Io: ““Scusi?””
Il vecchio: ““Dico: che cos’è questa cosa della fine del Grande Cinema?””
Io: ““Eh, la fine del Grande Cinema, dei film di due ore, dei film strutturati.””
Il vecchio: ““E allora?””
Io, quasi tremante: ““Non… non è d’accordo?””
Lui, secco: ““No”.”
Io, sconsolato: ““Non riesco a capire…””
Insomma, difesi il mio punto di vista. E sapevo – lo sentivo – di avere ragione. Che era quella la strada. Qualsiasi cosa ne pensasse quel vecchio. Eravamo nell’Ufficio per i Giovani, là. E io, nonostante la mia serietà, ero giovane.
Mentre ci salutavamo, il mio interlocutore mi disse che i nomi dei selezionati sarebbero stati comunicati una settimana dopo, in un vecchio teatro vicino a casa mia, durante una serata speciale.
E una settimana dopo, io ero al vecchio teatro vicino a casa, in trepida attesa.

Eravamo in molti, quella sera. Avevamo partecipato in molti, a quelle selezioni. E solo dieci sarebbero stati scelti. Dopo un po’, calarono le luci, trepida attesa, e finalmente sul palco salì il regista che avrebbe gestito il corso: non era la persona che mi aveva interrogato ma – serve dirlo? – il vecchio secco che mi aveva interrotto. Ma, anche se sentivo che la mia posizione era un po’ vacillante, avevo ancora la speranza che avesse apprezzato il mio punto di vista. Che si fosse convertito al nuovo corso del Cinema. Ma poi iniziò a parlare.
Il Grande Cinema non è morto, disse. Le storie, le grandi storie, sono ciò che garantiscono la magia del grande schermo. La struttura. L’intreccio. Il dramma. Personaggi epici che si scontrano tra di loro: questo è il succo del cinema che io voglio, che io insegno, che io pretendo. Osserviamo, in questi anni, ad un imbarbarimento della settima arte: storie esili, personaggi inconsistenti, dramma inesistente. Uomini e donne che si guardano l’ombelico per un’ora e mezza. E noi che guardiamo loro che si guardano i loro ombelichi. Non è Cinema, questo. Il Cinema è emozione, è vita, è uno sguardo aperto sul mondo. Ogni storia deve sfiorare la fine del mondo, deve guardare il baratro, le fiamme dell’inferno, e poi deve trascinarci fuori da quell’inferno, e farci vedere la salvezza.
Un passettino alla volta, la mia visione del nuovo cinema veniva sbriciolata. Ero sicuro che stesse parlando proprio a me. E mentre lui parlava, io cercavo di capire come sarei riuscito ad allontanarmi da là. Guardavo, dietro di me, la porta d’uscita: c’era qualcuno che la controllava?
Poi, il discorso finì. Prima di comunicare i nomi delle persone scelte, aggiunse, vorrei che guardassimo insieme il film che io ritengo essere il capolavoro assoluto del Cinema, il punto di riferimento di questa nostra arte –- ““nostra”” cioè di lui e dei dieci selezionati: non della mia, ovviamente. Si spense anche il faretto che lo illuminava come un’aureola, si sentì il rumore di un proiettore, e iniziò “”Ombre rosse””, di John Ford. Il personaggio principale si chiamava Ringo, ed era interpretato da un giovane John Wayne – – ammesso che John Wayne possa mai essere stato considerato giovane, in qualche momento della sua vita. La storia si svolgeva in una diligenza piena di stereotipi: la prostituta, il banchiere, il maresciallo, il commerciante di liquori, il giocatore d’azzardo, il bandito. Mancava solo il pianista di saloon. Fuori, gli indiani. E siccome il film era in bianco e nero, di ombre rosse neanche l’ombra.

A metà film, con una dignità quasi fantozziana, approfittando di una fragorosa sparatoria, mi alzai e  tornai a casa con una mestizia cosmica. Mentre mi allontanavo dal teatro, sentivo gli indiani lanciare le loro grida di battaglia: mi augurai che non lasciassero vivo nessuno. E che soprattutto si dedicassero, con indiana ferocia, allo scalpo del vecchio regista che, lo scoprii anni dopo, da giovane aveva girato qualche episodio di Maciste. Non feci mai il Cinema, né quello Grande né quello piccolo.

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